«I bambini di Gaza pagano il prezzo piú alto per una guerra alla quale non partecipano»[1]. La frase che apre il rapporto di Save the Children riassume un anno, il 2024, di distruzione feroce e incontrollata di infanzie e di corpi, di scuole, di ospedali e inevitabilmente di prospettive di vita. In dodici mesi di genocidio, in continuità con decenni di occupazione e con diciassette anni di blocco, la Striscia è diventata un vero e proprio laboratorio estremo di violenza contro i minori: decine di migliaia di bambini uccisi o feriti, una generazione intera scacciata dalle proprie case e affamata. I bambini vivono esposti a epidemie evitabili, restano privi di cure mediche e di qualunque forma di normalità quotidiana, come il semplice andare a scuola o vedere gli amici.

La coordinatrice per la salute mentale di Save the Children a Gaza, Israa AlQahwaji, sintetizza cosí ciò che osserva nei centri di sostegno ai minori: «Il trauma che questi bambini hanno subito, assistere a morte, distruzione e sfollamento, ha lasciato cicatrici. Molti soffrono di sintomi da stress post-traumatico, ansia e depressione»[2]. La frase nasce da un’esperienza diretta con i bambini che entrano in tenda, che si aggrappano ai volontari e disegnano bombe e membri della famiglia scomparsi. La clinica descritta da Israa nel rapporto di Save the Children resta priva di molti farmaci, il personale dorme in ufficio e i giochi vengono reinventati a partire da detriti e cartoni. L’osservazione clinica registra principalmente e comprensibilmente ipervigilanza prolungata. Vivere sotto le bombe continue, con il rumore perpetuo dei droni che volano sopra le loro teste, non permette alcun tempo di rilassamento. Questo fa emergere insonnia e ansia da separazione.

Lo stesso rapporto chiude con la fotografia di Rami, sette anni, accanto al padre Jamal, entrambi con esiti da esplosione, trasferiti al Cairo per ricevere cure chirurgiche e supporto psicologico. La didascalia spiega che il bambino ha attraversato un percorso di riabilitazione lungo, mentre il padre porta sul corpo e nella memoria l’impatto dell’onda d’urto[3]. L’immagine racchiude l’intreccio di vulnerabilità e resistenza: l’infanzia amputata e il tentativo di ricostruire funzioni motorie e legami affettivi in terra straniera, lontano dalle rovine di casa.

Il rapporto Unrwa n. 140, datato 27 settembre 2024, descrive una popolazione di 1,9 milioni di sfollati interni in una striscia di terra chiusa, pari a nove persone su dieci, con famiglie costrette a spostarsi piú volte, talvolta dieci o piú, alla ricerca di un riparo temporaneo sotto le bombe[4]. Nello stesso documento si legge che oltre 659.000 bambini sono rimasti senza scuola dall’inizio della guerra, mentre le strutture educative sono danneggiate o completamente distrutte e gli edifici scolastici rimasti in piedi si trasformano in rifugi per sfollati, con aule riempite di materassi e macerie. I servizi igienici risultano fuori uso e gli insegnanti si ritrovano impegnati nella distribuzione di acqua e pane invece che nella didattica[5].

Il Centro palestinese per i diritti umani, nel dossier Generation Wiped Out, scrive che esiste un tentativo deliberato di «distruggere il futuro di un’intera generazione di bambini»[6]. Lo stesso rapporto insiste sul fatto che «i bambini di Gaza vivono in condizioni insicure e disumane, spesso costretti a evacuare da un luogo all’altro nel disperato tentativo di trovare sicurezza»[7]. I numeri che accompagnano questa affermazione parlano di migliaia di studenti e insegnanti uccisi e di scuole danneggiate quasi in blocco. Oltre l’80% degli edifici scolastici richiede ricostruzione completa oppure interventi strutturali pesanti. 45.000 bambini sono privati del primo anno di scuola primaria nella Striscia di Gaza e una classe intera di maturandi ha dovuto rinunciare agli esami di fine ciclo[8].

Dentro questo quadro collettivo, il rapporto di Pchr lascia spazio a storie individuali. Islam, undici anni, racconta cosí il passaggio dalla scuola alla tenda: «La mattina del 7 ottobre ci stavamo preparando per andare a scuola, poi le esplosioni hanno iniziato a scuotere il quartiere […] Dopo la nostra evacuazione verso sud ci siamo ritrovati in una piccola tenda, circondati da bombardamenti e macerie, con la morte che ci inseguiva»[9]. La testimonianza mette in luce il rovesciamento radicale della quotidianità infantile. Islam racconta che le lezioni di arabo e inglese vengono rimpiazzate da un mercato improvvisato, dove i fratelli lavorano per procurare il cibo di base, mentre l’istruzione prosegue in tende educative autogestite, con pochi quaderni e insegnanti esausti.

Altre pagine di Generation Wiped Out descrivono invece le amputazioni pediatriche osservate negli ospedali, con ferite da schegge quasi invisibili che però distruggono organi interni e arti. L’ortopedico Raed Jihad Abu Shamala afferma che le armi usate in questa offensiva causano «ferite superficiali esternamente ma infliggono danni interni enormi», con un aumento drammatico dei bambini che arrivano già senza arti agli ospedali[10]. Uno zio racconta di aver trovato la nipote di due anni sotto le macerie, viva ma con una gamba amputata, mentre il resto della famiglia giaceva privo di vita tra cemento e vetri[11]. Questo è solo un esempio dello scenario in cui dei bambini sono costretti a crescere. Per cui la domanda sul loro futuro è forse la piú urgente che possiamo porci.

Il rapporto della Relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese[12] sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati, presentato al Consiglio per i diritti umani nel 2024, oltre a descrivere bombardamenti indiscriminati e assedio prolungato pone l’accento in particolare sul blocco degli aiuti e la fame imposta. La distruzione deliberata delle infrastrutture civili appare come uno strumento di un attacco che mira alla distruzione di una collettività in quanto tale, con particolare esposizione dei bambini e dei neonati. La fame indotta, con oltre il 90% dei residenti della Striscia in condizioni di grave insicurezza alimentare a fine 2024, e l’ostacolo prolungato all’ingresso di aiuti essenziali, peraltro ancora in corso (nel 2025), vengono letti come mezzi di guerra che colpiscono soprattutto le età precoci, perché la deprivazione di nutrimento, acqua potabile, cure prenatali e pediatriche incide in maniera irreversibile sulla crescita fisica e neurologica.

Sul piano medico, Boukari e colleghi, in un articolo pubblicato su «BMJ Paediatrics Open», parlano di «punizione collettiva della giovanissima popolazione di Gaza» e di «una catastrofe per la salute dei bambini, con conseguenze che dureranno per tutta la vita e si trasmetteranno alle generazioni successive»[13]. Nel testo spiegano che la popolazione di Gaza è composta in larga parte da bambini e adolescenti e che questi minori «sono sottoposti a bombardamenti incessanti, a sfollamenti forzati, alla mancanza di rifugi e al collasso dei servizi essenziali», con effetti diretti sulla sopravvivenza e sulla crescita. Gli autori descrivono la combinazione tra assenza di rifugi sicuri, acqua potabile contaminata, paralisi dei sistemi fognari e degli impianti di depurazione, interruzione delle catene del freddo per i vaccini di base, sovraffollamento estremo nei rifugi di emergenza. Le epidemie di diarrea, le infezioni respiratorie, gli scoppi di epatite e la recrudescenza del rischio di poliomielite diventano, nell’argomentazione di Boukari, prove biologiche di un assedio prolungato che incide sulle traiettorie di vita dei bambini, apre a disabilità permanenti e rende plausibili conseguenze intergenerazionali sulla salute di chi oggi deve ancora nascere in famiglie esauste, malnutrite e continuamente eradicate e sfollate.

Un contributo fondamentale alla comprensione del trauma vissuto dai civili arriva dall’autoetnografia di Hatem Yousef Abu Zaydah, neurofisiologo di Gaza che racconta in prima persona la guerra vissuta da lui e dalla sua famiglia. L’autore si presenta cosí: «Scrivo come collaboratore di questa rivista d’un tempo, ora sopravvissuto ai bombardamenti su Gaza, e parlo dall’interno della distruzione che ha travolto la mia famiglia e me»[14]. Questa dichiarazione di posizione apre un racconto in cui il trauma appare sul campo ben prima che nelle categorie diagnostiche: le notti riempite da boati continui, la telefonata all’alba che annuncia la strage dei parenti, l’arrivo all’ospedale AlShifa con i corridoi occupati da corpi, lenzuola, sacchi per cadaveri e familiari in stato di stordimento e shock. Leggendo le pagine di Abu Zaydah respiriamo il graduale sgretolamento di ogni punto di riferimento: lo sbriciolarsi delle abitazioni familiari, la fuga dal quartiere di Jabalia, le ondate di bombardamenti, il trasferimento in una scuola dell’Unrwa che si riempie di materassi, sangue e odore di fumo, la morte dei cugini e dei nipoti sotto i soffitti crollati, l’impossibilità di trovare tutti i corpi, le sepolture affrettate in cimiteri improvvisati[15]. Abu Zaydah prosegue raccontando il proprio ferimento derivato da un colpo di carro armato, le vertigini e la cefalea persistente, il disorientamento cognitivo, la mancanza di qualsiasi possibilità di eseguire esami di imaging dopo la distruzione delle unità radiologiche, il peggioramento clinico del figlio con trauma cranico fino all’agonia nel cercare posti letto che semplicemente non esistono. In questo quadro il lessico della traumatologia classica risulta povero rispetto alla densità degli accadimenti. Il trauma si manifesta come esposizione continuata a bombardamenti, lutti sovrapposti, disgregazione delle funzioni corporee, collasso delle strutture di cura e della vita quotidiana: una sequenza che produce quella sofferenza psicologica profonda, quella stanchezza estrema e quella compromissione funzionale che Abu Zaydah indica come effetti cumulativi e multisistemici della guerra sui civili.

Di fronte a questo cumulo di evidenze, il concetto di trauma infantile esce dal freddo vocabolario clinico e diventa una vera e propria categoria storica e politica. Norman Finkelstein, aprendo il suo esame degli assalti a Gaza, scrive che «questo libro non parla di Gaza. Parla di ciò che è stato fatto a Gaza»[16]. Questo è il linguaggio del trauma, un’azione concreta che ha determinato dolore, distruzione, un’intollerabile disgregazione fisica e psichica. La formula di Finkelstein vale anche per l’oggetto di questo articolo. Il cuore dell’analisi riguarda meno i bambini palestinesi in astratto e piú ciò che è stato fatto e viene ancora fatto ai loro corpi, alle loro reti familiari, alle loro prospettive di sviluppo attraverso l’intreccio di bombardamento e assedio, di colonizzazione e incarcerazione.

Gli studi epidemiologici e clinici condotti nell’arco di piú decenni su Gaza e Cisgiordania, dagli studi pionieristici di Abdel Aziz Thabet, Samir Qouta e Panos Vostanis fino alle metaanalisi piú recenti sul disturbo posttraumatico da stress e sui disturbi d’ansia e dell’umore tra bambini e adolescenti, mostrano livelli altissimi di sintomi posttraumatici e depressione, con difficoltà di concentrazione e disturbi del comportamento di ogni ordine e grado diagnostico[17]. Parallelamente, le indagini nutrizionali e pediatriche documentano tassi importanti di malnutrizione cronica e acuta, anemia e carenze di micronutrienti, che colpiscono in modo particolare i bambini in età prescolare e gli adolescenti delle aree piú povere e piú esposte all’assedio, questo, unito ai traumi psicologici, offre un quadro disarmante sul futuro delle nuove generazioni di palestinesi[18].

Questo articolo si colloca all’incrocio fra questi piani. Il percorso che seguirà parte dai dati epidemiologici e dai racconti dei bambini e dei loro genitori. In dialogo con i rapporti delle agenzie delle Nazioni Unite e con le elaborazioni teoriche sul colonialismo di insediamento e sulla necropolitica, si cercherà di delineare che cosa comporta crescere come bambino palestinese in un ambiente che produce traumi incessanti e ostacola in maniera strutturale lo sviluppo. La domanda sul futuro verrà affrontata in modo diacronico. Il testo seguirà la lunga durata del trauma in condizioni di occupazione e blocco e il salto qualitativo dell’ultimo genocidio, per arrivare alle possibilità residue di riparazione psichica e sociale alla luce delle pratiche di cura comunitaria e degli spazi di resistenza che ancora persistono.

 

Che cosa intendiamo per “trauma”? Il caso dei bambini palestinesi

La parola trauma si interseca trasversalmente nell’intero lessico medico e psicologico e farne una categoria politica richiede una torsione del paradigma. Nel caso dei bambini palestinesi, e di tutti i bambini coinvolti in genocidi e guerre, questa categoria si costruisce sul campo, a partire da una scena storica precisa. Una recente rassegna narrativa sugli effetti della guerra a Gaza sulla salute mentale descrive cosí la situazione di base: «L’attuale guerra a Gaza ha provocato distruzione estesa, sfollamento e gravi problemi di salute che intaccano salute mentale e benessere psicosociale»[19]. Da questa definizione standard, nella stessa rassegna vengono denunciati tassi elevati di disturbo posttraumatico da stress, depressione, ansia e lutto complicato, con reti sociali, coesione familiare e strutture comunitarie lacerate. La definizione operativa e clinica di trauma infantile assume cosí il volto concreto di case distrutte, sfollamenti ripetuti, perdita di figure di attaccamento e collasso dei sistemi di cura.

Prima di entrare nei dati empirici conviene distinguere, almeno in modo essenziale, tra psicologia individuale e psicologia sociale del trauma. La prospettiva individuale si concentra su ciò che accade a un soggetto preciso: il corpo che reagisce allo shock, la memoria che iscrive l’evento in forma di immagini intrusive, il sonno che si popola di incubi, il sistema nervoso che resta in stato di allarme anche quando la minaccia immediata sembra cessare. I manuali diagnostici ci offrono criteri precisi, ma il compito della psicologia sociale è quello di guardare invece al modo in cui un evento distruttivo investe famiglie e gruppi sociali, insieme alle istituzioni; osserva come il trauma ridisegna gerarchie, abitudini quotidiane, ruoli di genere e rapporti tra maggioranza e minoranza. Per autori come Kai Erikson e Jeffrey C. Alexander il trauma collettivo si manifesta quando una comunità intera percepisce la propria forma di vita ferita e priva di garanzie, quando il linguaggio usuale non basta piú a dare nome alla catastrofe (Nakba) e occorrono narrazioni condivise che riformulino l’accaduto[20]. Nel caso palestinese queste due dimensioni risultano intrecciate fin dall’inizio, perché il bambino che ha incubi o enuresi prolungate (segni tipici del trauma e dell’ipervigilanza) vive dentro una famiglia traumatizzata a sua volta e vive in un quartiere bombardato assieme ad un intero popolo che sperimenta assedio, spossessamento e ripetuti e spesso riusciti tentativi di annientamento.

Gli studi condotti a Gaza nelle ultime due decadi rafforzano questa immagine. Abdelaziz Thabet e Panos Vostanis aprono uno dei loro lavori ricordando che, dalla seconda Intifada (dal 2000) in poi, «bambini e famiglie palestinesi sono stati esposti a una varietà di eventi traumatici, dalle notizie di uccisioni ai bombardamenti in elicottero sull’intera Striscia di Gaza»[21]. Lo studio include duecento genitori e duecento figli tra i nove e i diciotto anni, residenti nell’area centrale della Striscia, e quantifica un numero medio di esperienze traumatiche pari a 8,42 per i genitori e 7,88 per i bambini[22]. Questo significa che circa il settanta per cento dei minori supera la soglia clinica per il disturbo posttraumatico da stress, oltre un terzo presenta un disturbo d’ansia, mentre tra gli adulti la prevalenza di Ptsd raggiunge il sessanta per cento e piú di un quarto mostra un quadro ansioso clinicamente rilevante. Le schede di valutazione compilate dai caregiver indicano che quasi la metà dei figli rientra nell’area di rischio per problemi di salute mentale, con condotte aggressive, iperattività, sintomi emotivi e difficoltà nei rapporti tra pari. Nella sezione dei risultati, gli autori sottolineano che i punteggi di trauma e di disturbo posttraumatico dei figli risultano associati al numero di eventi traumatici e ai punteggi di ansia e di Ptsd dei genitori, in particolare alle componenti di intrusione, evitamento e iperarousal, e interpretano questo intreccio come un effetto interattivo tra psicopatologia adulta e infantile. Nelle conclusioni affermano che «i risultati di questo studio mettono in luce la necessità di centri di intervento in situazione di crisi per le famiglie esposte al bombardamento» e che è urgente avviare programmi di educazione parentale «sul significato del trauma e sulla preparazione dei bambini di fronte a eventi come il bombardamento dell’area di residenza»[23]. Il trauma appare quindi come esito di un assedio prolungato che investe contemporaneamente bambini e adulti e che richiede interventi collettivi organizzati a livello comunitario, oltre l’attenzione esclusiva al singolo caso clinico. Il trauma infantile appare quindi come fenomeno transgenerazionale, che attraversa il corpo familiare e plasma il modo in cui i bambini reagiscono a suoni, immagini e gesti della vita quotidiana.

Accanto a questo prezioso lavoro di Abdelaziz Thabet e Panos Vostanis, una revisione di insieme aggiornata amplia lo sguardo su ricerche incrociate. Abdallah Abudayya e colleghi hanno condotto una scoping review[24] sugli esiti del trauma bellico tra adolescenti e giovani della Striscia di Gaza, pubblicata su «Mental Health & Prevention» nel 2023. Gli autori hanno selezionato ventiquattro studi apparsi dopo il 2011, per un totale di 10.962 partecipanti di entrambi i sessi; ventuno lavori provengono dalla sola Gaza, tre combinano Gaza e Cisgiordania, uno collega Gaza al sud del Libano[25]. Dentro questo corpus emergono alcuni dati che colpiscono per la loro portata. Uno degli studi citati, condotto da ElKhodary su bambini palestinesi, segnala che quasi tutti i minori hanno attraversato in prima persona un trauma di guerra: l’88,4% riferisce un trauma personale, l’83,7% ha assistito al trauma di altri, l’88,3% ha visto la demolizione di proprietà, e oltre la metà del campione, il 53,5%, soddisfa i criteri per una diagnosi di disturbo posttraumatico da stress. Un altro studio longitudinale incluso nella review, che valuta i sintomi posttraumatici a tre, cinque e undici mesi dal genocidio di Gaza (quindi dal 2023), individua tre traiettorie: circa il 76% dei bambini rientra in un profilo di recupero, mentre un 12% mantiene livelli elevati di sintomi e un altro 12% mostra un peggioramento nel tempo; il legame con la figura paterna e le convinzioni posttraumatiche dei minori influenzano l’appartenenza alle diverse traiettorie. La scoping review mette inoltre in relazione, in modo sistematico, i livelli di disturbo posttraumatico, depressione, ansia, sintomi somatici e idee suicidarie con il grado di esposizione a bombardamenti, distruzione delle abitazioni, lutti familiari, povertà estrema e mancanza di servizi di salute mentale. Nella conclusione gli autori affermano che «la salute mentale dei bambini e dei giovani della Striscia di Gaza rappresenta una questione pressante di sanità pubblica, in particolare per quanto riguarda il disturbo posttraumatico da stress, la depressione e l’ansia», aggiungono che servono ricerche qualitative piú approfondite per colmare le lacune conoscitive e sostengono che l’insieme dei risultati può offrire indicazioni utili per interventi e servizi di sostegno culturalmente adeguati. In questo modo lo studio di Abudayya documenta non solo l’estensione del trauma tra i giovani palestinesi, ma anche il rischio di cronicizzazione dei sintomi in una quota consistente della popolazione minorile, in un contesto in cui le possibilità di cura restano minime.

Se si osserva questa produzione scientifica con le lenti della psicologia dello sviluppo, si nota subito che i bambini palestinesi descritti nelle ricerche e nei rapporti crescono dentro un ambiente che moltiplica le interruzioni improvvise: un bombardamento interrompe il sonno, una demolizione spezza il legame con il quartiere, un arresto o un’uccisione strappa via il genitore che accompagnava a scuola. La letteratura psicoanalitica ha insistito sul carattere eccedente dell’evento traumatico, su quella quota di stimolazione che travolge le capacità di simbolizzazione e ritorna sotto forma di immagine o sogno ricorrente. Nella biografia dei bambini palestinesi questo eccedente si sedimenta su piú livelli, perché la minaccia ritorna in forma di suono, odore, polvere, assenza di elettricità, scelta forzata di una nuova tenda. Insomma l’interruzione è la parola chiave. Non c’è mai possibilità di continuità nello sviluppo e questo è devastante per la psiche in formazione. Non sperimentando mai o quasi mai una continuità nell’attaccamento, nel luogo di crescita, i lutti ripetuti, difficilmente i bambini di Gaza possono sviluppare un Sé coeso. Dobbiamo anche considerare che il quadro che emerge dalle ricerche epidemiologiche in Palestina indica anche forme specifiche di trauma cumulativo. Lo studio che indaga l’effetto del trauma sulle madri e sui figli, dell’area centrale della Striscia, mostra che i sintomi dei bambini risultano piú elevati quando i genitori riportano un alto numero di esperienze traumatiche e punteggi alti di disturbo posttraumatico da stress. La vulnerabilità infantile dipende quindi sia dall’esposizione diretta agli eventi violenti, sia dall’ambiente emotivo in cui il bambino cresce, ambiente che può risultare saturo di paura, allarme e lutti ripetuti.

Le ricerche sui campi profughi e sulle comunità sottoposte a sfollamento interno aggiungono un ulteriore strato. I bambini rifugiati in scuole e tende affollate presentano sintomi di ansia, disturbi del sonno, enuresi, perdita di appetito, aggressività e ritiro, in combinazione con un forte senso di precarietà e con la perdita del legame simbolico con il luogo di origine[26]. In questi casi il trauma non coincide con un singolo episodio di violenza, ma con una condizione di insicurezza protratta nel tempo, in cui il bambino fatica a costruire una rappresentazione minima di futuro.

La domanda principale dopo questa carrellata di studi sull’infanzia palestinese è pparentemente banale, ma urgente: che futuro possono avere bambini e adolescenti che non riescono, per cause esterne, a immaginare nessun futuro? Questi numeri, dati derivati da studi sul campo, prendono il loro significato piú pieno se letti dentro le categorie con cui il pensiero post-coloniale ha descritto la gestione coloniale della vita e della morte.

 

La politica del trauma

Accanto al livello clinico, il concetto di trauma va collocato dentro l’analisi politica del contesto storico in cui si dipana. A tal proposito l’approccio di Achille Mbembe sulla questione trauma e colonialismo ci appare come la sintesi teorica e concettuale per la sua analisi. Infatti l’argomentazione di Mbembe prende la forma di una teoria della sovranità come potere di vita e di morte sul colonizzato. In Necropolitics l’autore scrive che «l’espressione ultima della sovranità risiede in larga misura nel potere e nella capacità di dettare chi può vivere e chi deve morire»[27]. I traumi infantili che osserviamo a Gaza, a nostro avviso, vanno letti dentro questo quadro, come effetto di un ordine politico che costruisce il proprio funzionamento sul comando di chi resta in vita e chi viene esposto alla morte. Nel prosieguo del libro, Mbembe insiste su un secondo passaggio, fondamentale e determinante, che riguarda il modo in cui la sovranità coloniale riscrive lo spazio. A proposito dell’occupazione egli afferma che «l’occupazione coloniale consisteva nel “sequestrare, delimitare e affermare il controllo su un’area geografica”, scrivendo al suolo “un nuovo insieme di relazioni sociali e spaziali”»[28]. La Striscia di Gaza, con l’assedio permanente, il controllo dell’elettricità, dell’acqua, dei varchi di uscita, le offensive militari ricorrenti e la distruzione sistematica di case, strade, ospedali e scuole, offre un esempio particolarmente nitido di questa scrittura violenta dello spazio. Il bombardamento delle infrastrutture essenziali, il blocco dei rifornimenti, l’impossibilità di spostarsi anche per cure mediche trasformano l’intero territorio in un luogo dove la vita quotidiana procede sotto la minaccia costante di un’attesa della catastrofe. Il trauma non nasce solo dall’evento brutale di un bombardamento, ma dalla collocazione del soggetto in uno spazio precostituito per terrorizzare, per rendere la vita impossibile nello “spazio” dato.

Quando Mbembe si concentra esplicitamente sulla Palestina conclude che «il caso palestinese mostra che il regime coloniale tardomoderno combina poteri disciplinari, biopolitici e necropolitici e concede al potere coloniale un dominio assoluto sugli abitanti»[29]. L’immagine dei deathworlds, mondi della morte in cui intere popolazioni vengono mantenute in condizioni esistenziali che le avvicinano ai living dead, consente di collegare in modo diretto l’analisi filosofica e i dati epidemiologici: i bambini di Gaza non affrontano solo episodi ripetuti di bombardamento, ma vivono in un ambiente progettato per essere vulnerabile alla fame, alle epidemie, alla disoccupazione di massa e alla distruzione ciclica degli spazi di cura. Il trauma infantile assume cosí la forma di una necropolitica vissuta sul proprio corpo che diventa un corpo “altro”, gettato all’arbitrio di un biopotere pressoché esclusivo ed escludente, dove la sintomatologia psichica rappresenta il segno clinico di una organizzazione della sovranità che usa l’infanzia come popolazione sacrificabile, che anzi ha come obiettivo evidente quello dell’annichilimento di ogni pensabilità di un futuro da parte dei giovani palestinesi. Nel lessico mbembiano i deathworlds indicano spazi sociali in cui la vita resta sospesa, in bilico tra sopravvivenza biologica e possibilità permanente di annientamento, spazi nei quali gruppi interi vengono relegati in una condizione di vulnerabilità radicale, privati di diritti pieni e di garanzie elementari. Se si osserva Gaza a partire da questa immagine, i dati epidemiologici sugli alti tassi di disturbo posttraumatico, depressione e ansia nei bambini cessano di apparire come semplice somma di casi clinici e diventano indice della costruzione intenzionale di un mondo della morte che riguarda un popolo intero. I bambini palestinesi crescono in un territorio dove la linea di separazione tra vita e morte viene tracciata e ritratta da decisioni militari e amministrative. L’esperienza traumatica dei minori non è solo esposizione a singoli episodi violenti, bensí partecipazione prolungata a un regime in cui la vita infantile viene gestita come esistenza marginale, continuamente esposta al rischio di venire interrotta.

In questa prospettiva, la categoria di trauma deve tenere insieme almeno tre livelli. Esiste il livello strettamente clinico, che descrive sintomi e diagnosi dei bambini palestinesi e permette di quantificare depressione, disturbo posttraumatico e ansia. Esiste un livello relazionale e familiare, che mette a fuoco il modo in cui il trauma attraversa le generazioni, attraversa le madri e i padri e riemerge nella vita quotidiana dei figli. Esiste infine il livello necropolitico, che riguarda la decisione sovrana di mantenere un’intera popolazione infantile dentro un mondo della morte; senza questo terzo livello, il discorso sul trauma resta incompleto e rischia di ridurre la sofferenza psichica dei bambini palestinesi a fenomeno puramente individuale, staccato da chi possiede il potere di deciderne la vita.

A tal proposito, per muoverci tra questi tre livelli ci appare fondamentale il concetto di unchilding formulato da Nadera ShalhoubKevorkian che, a partire dall’osservazione etnografica dei bambini palestinesi a Gerusalemme e in Cisgiordania, ha proposto questa categoria per indicare il processo mediante il quale lo Stato e i dispositivi di sicurezza smontano lo statuto di bambino e trasformano i minori in corpi governabili come minacce, sospetti o addirittura veri e propri bersagli. Fin dalle prime pagine del libro Incarcerated Childhood and the Politics of Unchilding l’autrice introduce la propria tesi in termini netti mettendo a nudo il lavoro politico della violenza, progettato per creare, dirigere, governare, trasformare e costruire i bambini colonizzati come pericolosi “altri” razzializzati. In una delle definizioni piú importanti l’autrice scrive che «l’unchilding è l’espulsione autorizzata dei bambini dall’infanzia», un processo che opera «geopoliticamente, psicologicamente e storicamente» e che, «come rimozione del bambino nativo dalla terra», crea e dirige «bambini pericolosi, altri non piúbambini», attraverso la penetrazione simultanea degli spazi intimi della vita quotidiana e del corpo politico[30]. Il concetto di unchilding nasce quindi dall’intreccio tra voci infantili, dati d’archivio, materiali storici e soprattutto dall’osservazione diretta nei quartieri sottoposti a colonizzazione.

Nel corpo del volume l’autrice lega esplicitamente la soppressione dell’infanzia palestinese all’espropriazione del territorio: «cosí, quando i bambini vengono espropriati della loro infanzia, quando vengono unchilded, l’espropriazione della terra è la stessa cosa. I bambini palestinesi vengono al mondo in un luogo in cui il loro appoggio sicuro è già stato rubato. Letteralmente non possono essere posati su un suolo, su una terra che sia loro, da rivendicare come casa»[31]. Nella prospettiva di ShalhoubKevorkian l’unchilding non riguarda soltanto arresti, perquisizioni notturne e processi militari, ma anche la trasformazione radicale del rapporto tra bambine, bambini e spazio, tra nascita e appartenenza, tra passi infantili e terra occupata, esattamente come Mbembe, l’interdizione da una “base sicura” è già parte del trauma e incide sull’impossibilità di prefigurare un “futuro” di qualsiasi tipo. La prospettiva non può andare oltre l’istante laddove la vita è governata dalla minaccia di morte incombente in ogni spazio e in ogni tempo.

Incarcerated Childhood and the Politics of Unchilding analizza in dettaglio arresti, perquisizioni notturne, processi militari a carico di minori, restrizioni di movimento e pratiche di sorveglianza che spezzano la distinzione tra infanzia e età adulta, mostrando come le tecniche di sicurezza producano quotidianamente bambini percepiti e trattati come adulti pericolosi. In un altro lavoro, dedicato a Gaza, l’autrice parla esplicitamente di «infanzie rinchiuse in una topografia della morte e della paura», e descrive quartieri in cui le traiettorie dei bambini passano tra macerie, checkpoint, torri di controllo, droni e raid improvvisi, con la scuola e l’ospedale che diventano luoghi fragili quanto la casa. L’idea di una topografia della morte e della paura rinvia a uno spazio costruito per produrre insicurezza permanente, dove il gioco, lo studio e il sonno si svolgono sotto la possibilità continua di un’irruzione violenta. Il trauma dei bambini palestinesi, in questa prospettiva, riguarda tanto l’impatto psichico degli eventi singoli quanto il fatto di venire trattati come adulti pericolosi, privati del diritto a un tempo di crescita e inseriti in un ordine di sicurezza che li considera fin dalla nascita come popolazione da contenere, sorvegliare e quindi disinnescare.

Chiedere quale futuro per i bambini palestinesi, significa chiedere quale spazio resti per lo sviluppo in una configurazione che accumula traumi. Le ricerche cliniche sui disturbi posttraumatici, le rassegne sulla salute mentale collettiva, i lavori critici su necropolitica e unchilding convergono su un punto: i bambini di Gaza e della Cisgiordania crescono dentro un ordine che produce sistematicamente lesioni corporee e psichiche, devia i percorsi scolastici e che quindi, inevitabilmente restringe l’orizzonte delle possibilità biografiche, non si può immaginare un futuro laddove ci è negato un presente. Il trauma si dischiude come esperienza ripetuta di perdita e minaccia che incide sulla memoria, sulla fiducia negli adulti, sulla capacità di immaginare il proprio avvenire. Nel seguito dell’articolo questa trama verrà ripresa alla luce dei dati nutrizionali e degli studi sullo sviluppo infantile, per comprendere quanto margine resti per una riparazione reale della vita psichica e sociale delle generazioni che oggi attraversano l’infanzia sotto assedio.

 

Fame, mal nutrizione e sviluppo dei bambini palestinesi

La dimensione nutrizionale del danno inflitto ai bambini palestinesi emerge con chiarezza quando i dati pre-guerra vengono affiancati alle rilevazioni raccolte durante l’assedio genocidario iniziato nel 2023. Prima dell’offensiva attuale la Striscia presentava già una situazione di insicurezza alimentare diffusa, parzialmente compensata dalla rete di assistenza di Unrwa. Horino e colleghi, in uno studio trasversale condotto tra luglio e settembre 2023 su 3.229 bambini rifugiati prossimi all’ingresso in prima elementare, mostrano che tre quarti delle famiglie rientravano nelle categorie di insicurezza alimentare moderata o severa e che l’84% riceveva regolarmente aiuti alimentari. La prevalenza di bassa statura si attestava intorno al 2,5%, mentre il wasting raggiungeva circa il 4,4%. Lo stesso campione presentava un tasso di anemia vicino al 30%, con diete poco varie e frequente assenza di colazione o cena[32].

La comment letter gemella su «The Lancet Global Health» colloca questo profilo dentro la cornice di un blocco economico e logistico in vigore dal 2007 e di un ricorso sistematico agli aiuti alimentari internazionali. Gli autori descrivono Gaza come area densamente popolata e impoverita, sottoposta a restrizioni severe sulla circolazione di beni e persone, con grave limitazione dei servizi essenziali e dipendenza strutturale da Unrwa per la fornitura di derrate di base[33].

I bombardamenti e poi le politiche genocidarie dall’8 ottobre 2023 alterano questo equilibrio già fragile. Il Global Nutrition Cluster e l’analisi pubblicata su «Plos One» con il titolo Catastrophic famine in Gaza descrivono un territorio in cui il 96 per cento della popolazione, pari a 2,15 milioni di persone, vive in condizioni di insicurezza alimentare acuta almeno di livello tre nella classificazione Ipc. Circa 495.000 abitanti raggiungono la soglia di fase cinque, con parametri compatibili con la carestia[34]. In questo quadro le famiglie con bambini piccoli risultano tra i gruppi maggiormente esposti, per la combinazione tra bisogni energetici elevati e impossibilità di accedere a una dieta diversificata e sicura. La stessa combinazione di fonti sottolinea che tale profilo dipende dalla prosecuzione delle operazioni militari e da un accesso umanitario gravemente limitato. Il Comitato per la Revisione della Carestia dell’Ipc attribuisce il rischio di carestia all’intreccio tra guerra in corso sulla Striscia occupata e restrizioni ai convogli umanitari, con enfasi sull’insufficienza dei carichi alimentari che riescono a entrare nel territorio[35]. Questa lettura si accorda con le analisi che individuano, nelle politiche di chiusura, dei valichi, controllati dalle autorità israeliane: un elemento attivo di produzione della fame, piú che un puro effetto collaterale del conflitto armato.

Le rilevazioni antropometriche condotte da Horino e colleghi su 219.783 bambini tra sei e cinquantanove mesi, visitati nei punti sanitari Unrwa tra gennaio 2024 e agosto 2025, permettono di seguire con dettaglio l’andamento della malnutrizione acuta durante il genocidio. All’inizio del 2024 la prevalenza media di wasting (in epidemiologia della malnutrizione infantile wasting indica la malnutrizione acuta. Si tratta di bambini molto magri per la loro altezza, con una perdita di peso recente e rapida, legata a fame, diarrea, infezioni, derivata da condizioni estreme come assedio e sfollamento[36]) si colloca intorno al sei per cento. Tra dicembre 2024 e gennaio 2025 i valori aumentano in modo netto e raggiungono circa il quattordici per cento sull’insieme dei governatorati. Nel distretto di Rafah i picchi arrivano a circa il trentadue per cento, con bambini in età prescolare gravemente deperiti[37]. In quello stesso studio la curva della wasting infantile viene messa in relazione diretta con i flussi di aiuti. Durante gli ultimi quattro mesi del 2024 le fonti delle Nazioni Unite riportano ingressi giornalieri compresi tra quarantadue e novantadue camion umanitari, escluso il carburante, a fronte di valori prebellici compresi tra trecento e seicento camion per giornata, considerando che già con seicento camion il cibo scarseggiava; l’indice di malnutrizione acuta sale proprio in corrispondenza di questo intervallo di forte rarefazione dei camion di aiuti. La stessa analisi segnala un blocco completo delle importazioni civili tra marzo e maggio 2025, seguito da una dichiarazione formale di carestia nel governatorato di Gaza City da parte del Comitato Ipc; la successione temporale tra restrizione dei camion umanitari e crescita dei casi di wasting precede la classificazione Ipc e suggerisce un nesso causale forte tra decisioni sul volume degli aiuti consentiti e peggioramento degli indicatori nutrizionali infantili[38]. Da questi dati risulta consequenziale come la fame, la malnutrizione, siano usate come arma indiscriminata.

La letteratura sui paesi a basso reddito mostra in modo convergente che la combinazione tra deprivazione nutrizionale precoce e stress psicosociale grave compromette crescita lineare e maturazione sinaptica. I lavori di sintesi collegano inoltre queste esposizioni a una alterazione della regolazione dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Gli esiti descritti includono peggioramento del rendimento scolastico e aumento del rischio di disturbi psichici in adolescenza, con effetti duraturi sulla capacità lavorativa in età adulta[39]. Applicata alla Striscia, questa cornice porta a concepire il trauma infantile palestinese come esito congiunto di violenza bellica e lesioni nutrizionali ripetute. Il bambino esposto ai bombardamenti e ai lutti attraversa, nello stesso tempo, un’alimentazione insufficiente per periodi lunghi, spesso con cambi improvvisi di dieta imposti dall’esilio in scuole o tende. La dieta descritta dagli studi risulta povera di alimenti di origine animale e di verdure fresche; le famiglie riportano carenze di micronutrienti e frequenti infezioni enteriche, con diversità alimentare al di sotto di ogni soglia raccomandata.

In presenza di un assedio che interrompe i flussi di cibo e acqua potabile e rende instabili energia elettrica e disponibilità di farmaci, questa base già fragile viene ulteriormente erosa. La malnutrizione acuta e cronica si intreccia con l’esposizione a stimoli traumatici estremi e crea finestre di vulnerabilità enormi per il disturbo post traumatico. L’associazione con depressione e disturbi del comportamento magnifica il rischio di un deficit permanente di capitale cognitivo e sociale per la coorte che oggi percorre la prima infanzia e l’età scolare. Se si sposta l’attenzione dai punteggi di disturbo post-traumatico alle condizioni biologiche in cui questi bambini crescono, diventa evidente che trauma psichico e malnutrizione costituiscono un sistema unico.

Le famiglie di Gaza vivono con una dieta cronicamente povera di proteine di buona qualità, ferro, zinco, vitamine liposolubili e acido folico, dentro campi sovraffollati o abitazioni danneggiate. La letteratura nutrizionale sugli anni precedenti al genocidio mostra che la popolazione infantile palestinese entrava nella fase attuale in una condizione già compromessa. La revisione di Assaf, Al Sabbah e Al-Jawaldeh documenta una prevalenza rilevante di bassa statura per età nei bambini sotto i cinque anni, con differenze tra Gaza, Cisgiordania e aree rurali, e segnala tassi significativi di anemia sideropenica e carenze di micronutrienti chiave[40]. Gli autori collegano esplicitamente queste carenze a esiti sfavorevoli sullo sviluppo fisico e cognitivo, sul rendimento scolastico futuro e sulla produttività in età adulta, cioè a quei medesimi assi di vita che la clinica del trauma mette in questione. L’analisi di Tsigga e Grammatikopoulou sulla cosiddetta «epidemia silenziosa di malnutrizione» già descriveva, negli anni Duemila, percentuali notevoli di arresto della crescita, sottopeso e magrezza tra i bambini palestinesi in età prescolare, con punte piú alte proprio nelle aree sottoposte alle restrizioni piú dure[41], condizioni poi peggiorate drasticamente dopo il 7 ottobre 2023.

Il punto fondamentale è capire come tutto questo si leghi al trauma e alla risposta post-traumatica. La revisione sistematica di Kirolos e colleghi su malnutrizione in età precoce e salute mentale in età successive mostra che episodi prolungati di deperimento proteico-energetico e carenze di micronutrienti fondamentali si associano a ritardi nelle acquisizioni linguistiche e motorie, a riduzione del quoziente intellettivo medio, a peggioramento dell’attenzione sostenuta e a una maggiore prevalenza di sintomi depressivi e ansiosi nell’adolescenza[42]. La ricerca sottolinea, in particolare, come la deprivazione nutrizionale precoce interferisca con la maturazione delle strutture cerebrali deputate alla regolazione delle emozioni e alla risposta allo stress, predisponendo a una maggiore sensibilità agli eventi traumatici successivi. In altri termini, il bambino cronicamente malnutrito entra in una traiettoria di vita che amplifica gli effetti psichici delle guerre e degli sfollamenti successivi. C’è una fragilità di base che unisce la malnutrizione alla risposta post-traumatica che, di fatto, predispone intere generazioni a vivere la vita come “sopravvivenza”, pensando a come superare l’attimo, dal momento che non ci si può permettere di immaginare nessuno scenario futuro. A loro volta questa generazione riprodurrà nei figli i medesimi traumi. Le famiglie con adulti traumatizzati e impoveriti, costretti a dipendere da aiuti intermittenti, faticano a garantire regolarità nei pasti, qualità nutrizionale dei cibi, stabilità degli orari di sonno, cioè gli elementi di base di quell’«ambiente prevedibile» che le teorie dell’attaccamento ritengono cruciale per la regolazione emotiva. Nei dati disponibili su Gaza, i punteggi elevati di disturbo post-traumatico da stress, depressione e ansia descritti dalle ricerche cliniche convivono con indicatori di emaciazione, arresto della crescita e anemia, cosí che il trauma psichico si scrive su corpi già deprivati, con effetti piú duraturi sulla memoria, sull’attenzione e anche sulla capacità di imparare a scuola, laddove, nei casi piú fortunati, vi sia ancora una scuola.

Se la sovranità decide chi resta in vita e in quali condizioni, come suggerisce Mbembe, e se lo Stato occupante, nei termini di Shalhoub-Kevorkian, espelle i bambini palestinesi dall’infanzia piena, il blocco sistematico di cibo, di acqua e farmaci rappresenta una forma di governo che usa la fame per plasmare il futuro psichico di una intera popolazione minorile. I bambini di Gaza crescono dentro un ambiente che riduce progressivamente altezza, peso, riserve di ferro e di zinco, insieme alla possibilità di sentirsi al sicuro, di avere un tetto sopra la testa e acqua potabile e igiene minima. Che individuo uscirà da queste deprivazioni? Individui che porteranno nel sangue e nelle sinapsi la traccia congiunta della carestia e della paura. Pensare il loro futuro significa allora considerare che qualsiasi intervento di supporto psicologico dovrà accompagnarsi a un lavoro di ricostruzione materiale delle condizioni di vita, con programmi di alimentazione scolastica, supplementazione mirata, ripristino di reti idriche e sanitarie, se si vuole restituire un minimo di continuità allo sviluppo. In assenza di questa ricostruzione, il trauma rischia di diventare una struttura stabile della biografia e della fisiologia, trasmettendosi alle generazioni successive attraverso sia la memoria familiare sia le cicatrici lasciate dalla malnutrizione precoce.

 

Trauma e sviluppo: di che “futuro” parliamo?

Il quadro tracciato sin qui descrive bambini che crescono in un ambiente di bombardamenti, sfollamenti ripetuti, amputazioni, lesioni permanenti di ogni genere e gravità, assedio perpetuo e perdita di scuola. Per comprendere fino in fondo le conseguenze sullo sviluppo serve però un passaggio ulteriore: incrociare la traumatologia con la pediatria di comunità e con gli studi sullo sviluppo infantile nei Territori occupati, cosí da cogliere come la violenza politica entri nei corpi lungo l’intero ciclo di vita.

Un primo tassello arriva dagli studi sulle popolazioni sfollate a seguito dell’ultima offensiva. Ahmed Hassan Albelbeisi e colleghi basano il loro lavoro su un’indagine trasversale, condotta tra il 15 giugno e il 15 agosto 2024, mediante questionario autosomministrato su quattrocento adulti di età pari o superiore a diciotto anni, internamente sfollati nelle tendopoli di Deir al-Balah e nel sud di Gaza. Il campione comprende per la maggior parte donne e soggetti sotto i trent’anni; piú della metà vive in tenda, gli altri in scuole trasformate in rifugi, e quasi nove partecipanti su dieci dichiarano almeno due spostamenti forzati del proprio riparo durante il periodo considerato[43]. Gli autori utilizzano la versione araba della Depression Anxiety and Stress Scale-21 (Dass-21), che misura la severità dei sintomi nella settimana precedente l’intervista mediante sottoscale dedicate ai diversi domini previsti dallo strumento, con punteggi che vengono poi riclassificati in intervalli da normale a estremamente severo in base a soglie prestabilite. Oltre ai punteggi psicologici, il protocollo raccoglie variabili demografiche quali genere, età, tipo di riparo, frequenza degli spostamenti, composizione familiare e reddito, cosí da consentire analisi di associazione tra condizioni materiali e carico sintomatologico. Le prevalenze riportate sono estreme: quasi tutti i partecipanti superano le soglie cliniche di depressione e di ansia, e oltre nove su dieci presentano livelli di stress che rientrano nelle fasce severe o estremamente severe. Le medie dei punteggi risultano piú alte tra gli adulti oltre i quarant’anni, tra coloro che vivono in tenda e tra chi ha cambiato rifugio piú di quattro volte, come indica la regressione lineare multipla che isola età e numero di spostamenti forzati quali predittori indipendenti di sintomatologia piú grave[44]. La quasi totalità del campione si colloca quindi in una zona di sofferenza psichica che esce dall’ambito della reazione adattiva e si avvicina a quadri di disturbo prolungato, con ricadute prevedibili sulla capacità di pianificare e regolare l’affettività, nonché sul modo in cui i genitori riescono a sostenere il carico emotivo dei figli.

Questi numeri descrivono adulti che vivono senza spazio mentale per elaborare i traumi subiti e che devono riorganizzare la vita familiare in condizioni di sovraffollamento e precarietà igienica, sotto una minaccia costante. Dal punto di vista della psicologia dello sviluppo, un caregiver immerso in una condizione di depressione estrema e ansia persistente, con livelli di stress cronico, riduce in modo drastico la disponibilità interna per ascoltare i segnali del bambino, modulare le proprie reazioni e offrire una base anche solo vagamente prevedibile. I figli che dormono, mangiano e giocano in queste tende risultano cosí esposti sia agli eventi bellici diretti sia alla presenza continua di figure genitoriali schiacciate da insonnia e irritabilità che sfumano spesso nella disperazione, con effetti profondi sulla formazione dei modelli interni di sicurezza.

Se ci si sposta dai campi degli sfollati alle scuole dell’Unrwa, la pervasività del trauma tra i piú piccoli appare con una chiarezza diversa. Nina Schöler e colleghi hanno studiato 11.646 bambini tra i cinque e i sette anni che, nell’autunno 2021, si iscrivevano al primo anno della scuola elementare nei cinque governatorati della Striscia di Gaza. Le interviste, svolte nei locali scolastici con la presenza di un genitore, ricostruivano l’esposizione a bombardamenti e danni materiali durante l’offensiva di maggio (benché in occidente si ritenga che la guerra sia iniziata il 7 ottobre 2023, in realtà sono circa 80 anni che guerra ed Apartheid vanno avanti) e registravano la paura soggettiva ricordata dai bambini. La Acute Stress Checklist for Children, versione abbreviata ASC-Kids, adattata in arabo e somministrata in forma guidata, forniva poi una misura standardizzata dei sintomi di stress acuto[45]. I risultati quantitativi delineano un quadro di sofferenza estesa. Tre quarti del campione riportano una esposizione personale o soggettiva agli eventi di maggio. Per molti significa aver visto bombardamenti e danni alle abitazioni; per altri significa ricordare una paura cosí intensa da temere la propria morte. Gli autori scrivono che «l’esposizione personale e/o soggettiva è stata segnalata dal 75% dei bambini» e che i punteggi di stress acuto aumentano con il crescere del livello di esposizione, fino ai valori piú elevati nel gruppo che abbina danni materiali e forte paura. Il 38,1% dei partecipanti soddisfa i criteri di compromissione funzionale sulla base degli item 24-26 dell’Asc-Kids, che indagano il ritiro dalle attività scolastiche e la difficoltà a prestare attenzione, con una riduzione evidente del gioco. Questa quota cresce nelle fasce che hanno subito lesioni alle case insieme a vissuti di terrore soggettivo. Lo studio mostra inoltre che il reddito familiare agisce come gradiente sociale: i bambini delle famiglie con risorse minori presentano punteggi medi di stress piú alti e maggiore probabilità di difficoltà quotidiane persistenti mesi dopo l’offensiva.

Su un piano piú ampio, Deema Al Bakri e coautori descrivono la guerra su Gaza come un’emergenza sanitaria pubblica senza precedenti, in cui la distruzione intenzionale delle infrastrutture sanitarie, la carenza di acqua potabile, l’interruzione delle campagne vaccinali e il collasso dei servizi primari generano epidemie e malnutrizione diffuse[46]. Il sistema sanitario entra in una condizione di paralisi funzionale, con ospedali rasi al suolo, personale medico ucciso o sfollato, catene del freddo interrotte. Le malattie diarroiche, le infezioni respiratorie acute, l’epatite e il rischio di ritorno della poliomielite assumono la forma di nuove armi contro l’infanzia, perché colpiscono in modo particolare i corpi piccoli in crescita. La salute mentale viene esplicitamente indicata come ambito di bisogno urgente, ma il testo sottolinea che qualsiasi programma di supporto psicosociale resta fragile finché la struttura stessa dell’assedio sanitario rimane in piedi.

Questi lavori epidemiologici e di sanità pubblica si innestano su una base preesistente segnata da svantaggi cumulativi nello sviluppo. Ancora prima dell’ultima fase genocidaria, Farah Saady Darwazeh documenta, in una tesi di master su 1465 bambini palestinesi tra i tre e gli otto anni, un quadro di ritardi di sviluppo estesi in cinque aree fondamentali: cognizione, comunicazione, abilità fisiche, autonomia nella vita quotidiana, competenze sociali[47]. Utilizzando la Portage Developmental Screening Tool, scala standardizzata e validata in arabo, l’autrice mostra che tra il 70 e il 78% dei bambini esaminati presenta punteggi inferiori all’età biologica nelle aree cognitive, motorie e di vita indipendente, mentre il 57% risulta in ritardo nella comunicazione e nelle abilità sociali. Almeno il 12% del campione rientra nella zona di ritardo clinico, con due anni di scarto o piú in una o piú scale, pur trattandosi di bambini inseriti in programmi prescolari che, in teoria, dovrebbero rappresentare la fascia piú tutelata della popolazione infantile. La sezione introduttiva del lavoro collega tali ritardi a un mosaico di fattori di rischio: povertà, insicurezza alimentare, carenza d’acqua, stress familiare intenso, esposizione alla violenza e agli effetti quotidiani dell’occupazione.

In sintesi, dopo queste disamine, ci appare chiaro che la salute dei bambini palestinesi va pensata come esito di un dispositivo coloniale che destina questi corpi a una condizione di vulnerabilità organizzata, in cui i dati su mortalità, ritardi di sviluppo, traumi e disabilità fisiche rappresentano l’impronta clinica di un progetto politico. Questa prospettiva chiarisce che la malnutrizione infantile non coincide soltanto con indicatori biologici come il peso per età o l’altezza per età. La fame, in un assedio di lunga durata, agisce sui ritmi del sonno, sui livelli di energia necessari per apprendere, sulle capacità attentive in classe e nelle attività ludiche. Questi fattori generano un terreno sul quale i traumi psichici si radicano piú facilmente, perché il corpo del bambino fatica a sostenere i compiti ordinari dello sviluppo.

Le analisi sull’unchilding mostrano chiaramente che qualsiasi tentativo di “chiudere il gap” nei tassi di mortalità infantile, nei livelli di istruzione o negli indici di salute mentale resta fragile finché la struttura coloniale che produce la vulnerabilità rimane intatta. Per i bambini palestinesi, sviluppo e decolonizzazione appaiono come aspetti inseparabili della stessa questione.

In termini psichici questo significa che la riparazione del trauma non coincide con la sola disponibilità di psicoterapie individuali o di programmi di sostegno scolastico, pur indispensabili. Richiede la fine dell’assedio, il divieto di usare fame e malattia come strumenti di guerra, la restituzione di un orizzonte prevedibile fatto di scuole che restano in piedi, ambulatori funzionanti, case che non diventano macerie ogni pochi anni. Richiede il rafforzamento di figure genitoriali in grado di offrire ai bambini un minimo di base sicura, anche in condizioni di precarietà. Richiede, infine, una trasformazione delle condizioni politiche che oggi espongono i corpi infantili palestinesi a morte lenta o improvvisa, cosí che la parola futuro torni a indicare un tempo in cui malnutrizione e trauma possano gradualmente arretrare, lasciando spazio a biografie che non nascono già ferite dall’assedio.

 

Il futuro sotto il colonialismo

Il colonizzato vive intrappolato in un presente di oppressione, poiché la logica coloniale gli nega la possibilità di un avvenire autonomo. Forse il tratto piú crudele della colonizzazione è proprio l’aver imposto ai popoli soggiogati un orizzonte chiuso: «…abbiamo, al massimo, un passato, ma nessun futuro. … Non ci è mai stato permesso di scrivere i libri di storia. … Sappiamo con passione che la realtà non si riduce a ciò che esiste e che la maggior parte di ciò che non esiste potrebbe e meriterebbe di esistere»[48]. In queste parole del sociologo portoghese, risuona sia la denuncia della condizione coloniale, relegata in un passato inerte, priva di un futuro riconosciuto, sia la rivendicazione utopica di potenzialità storiche negate. Il colonizzato sa che oltre la realtà imposta esiste un campo di possibilità non ancora realizzate, un divenire alternativo che “potrebbe e meriterebbe di esistere”. Proprio in questa tensione verso l’inedito si annida la spinta a immaginare la liberazione: l’avvenire negato dal colono diventa oggetto di una contro-narrazione, di un sogno radicale di riscatto.

Questo futuro negato si manifesta per il colonizzato anche come dominio sovrano sulla vita e sulla morte. Il potere coloniale infatti non si limita a cancellare l’orizzonte temporale dell’oppresso, ma ne governa brutalmente la corporeità presente, decidendo se egli debba vivere menomato o morire. Achille Mbembe, delineando il concetto di necropolitica, come abbiamo già descritto solo di passaggio, descrive la sovrapposizione della politica alla morte come carattere essenziale del colonialismo: «varie armi vengono dispiegate allo scopo di una distruzione massima delle persone e della creazione di “mondi-di-morte”, forme nuove e uniche di esistenza sociale in cui vaste popolazioni sono soggette a condizioni di vita che conferiscono loro lo status di morti viventi». In questi spazi di non-vita il colonizzato in alcuni casi può sopravvivere biologicamente, ma è privato di ogni prospettiva: ridotto a living dead, un vivo-morto, egli esperisce quotidianamente l’annientamento del possibile. Nella contemporaneità, questa logica assume forme biopolitiche perfino piú insidiose. La teorica Jasbir K. Puar ha mostrato come il regime di occupazione possa preferire la menomazione sistematica alla strage immediata: «Sostengo che il diritto di mutilare sia una forma di controllo biopolitico che mira a rendere preventivamente inabili intere popolazioni, in modo che la loro effettiva eliminazione non sia necessaria. È una logica di debilitazione, non soltanto una logica di uccisione»[49]. Qui la vita del colonizzato è deliberatamente mantenuta in uno stato di debilitazione permanente: risparmiato dalla morte immediata, il soggetto coloniale viene condannato a un’esistenza di sofferenza e minorazione, un’esistenza cui è sottratta perfino la finitezza della morte liberatrice. Traumatizzare generazioni di bambini significherà avere adulti menomati, incapaci di reagire, senza bisogno di ucciderli direttamente e dunque, di riflesso, un popolo totalmente controllabile, morti-viventi, li chiama Mbembe. La sopravvivenza si tramuta cosí in un’ulteriore arma di dominio: la capacità di non lasciar morire diventa strumento per prolungare indefinitamente l’assoggettamento, negando al colonizzato sia la pienezza della vita sia la conclusione della morte. Il futuro, ridotto a mera sopravvivenza biologica priva di progetto, è ancora una volta sequestrato dal potere coloniale. Quindi, appunto, l’eredità piú pesante che si lascerà ai bambini traumatizzati e colonizzati sarà quella di non riuscire mai a formare nella loro mente un futuro diverso, non oppressivo.

Questa logica si declina, nel contesto palestinese, attraverso pratiche sistematiche di menomazione corporea: amputazioni pediatriche, lesioni permanenti al sistema nervoso centrale, traumi oculari deliberati, blocchi cronici all’accesso a cure di base. L’obiettivo non è la distruzione immediata del corpo infantile, ma la sua riduzione a esistenza compromessa, gestibile, docile. Come mostra Puar, questo diritto a mutilare funziona insieme alla distribuzione strategica della cura e del danno, in modo da produrre popolazioni differenziate per capacità, potenzialità, rilevanza politica. L’autrice sintetizza cosí: «La debilitazione si distingue dalla disabilità in quanto non è uno stato fisso. La debilitazione è una condizione prodotta e mantenuta attraverso la deliberata privazione della cura, il colpire mirato delle infrastrutture e la modulazione di una violenza lenta»[50].

In questa prospettiva, Gaza assume la forma di una zona-laboratorio in cui il diritto di mutilare viene esercitato in pieno: i bambini resi ciechi dai proiettili, gli arti distrutti dagli esplosivi, le infezioni senza antibiotici adeguati, le stomatiti croniche causate dall’acqua contaminata, gli effetti sullo sviluppo cognitivo della fame. La debilitazione diventa un metodo per congelare i bambini palestinesi in una posizione subumana: corpi ancora vivi, ma sempre meno capaci di agire, apprendere e soprattutto immaginare futuri decolonizzati. La teoria di Puar obbliga a spostare il centro dell’analisi: non basta piú chiedersi perché Israele uccida i bambini palestinesi. Occorre interrogarsi su perché ne mutila migliaia, perché permette loro di sopravvivere in condizioni sempre peggiori, perché trasforma il diritto all’integrità corporea in una concessione revocabile. In una frase decisiva scrive: «La debilitazione è una tattica di controllo e disaggregazione che permette di ricostruire le popolazioni come soggetti biometrici del potere»[51]. Nel lessico coloniale israeliano, il bambino palestinese mutilato non è piú soggetto di diritto. Diventa oggetto di assistenza temporanea, corpo da contenere, vita biologica che sfugge alla morte solo per restare inchiodata alla dipendenza. Le cure che gli vengono offerte, quelle poche disponibili nei corridoi umanitari chiusi e riaperti a piacere, fanno parte dello stesso dispositivo ideologico, che è la struttura di potere che decide arbitrariamente se e quando liberare, sbloccare gli aiuti, dare permessi, ecc. La mutilazione, in questo quadro, diventa un segno indelebile di subordinazione. Un’impronta sul corpo infantile che dice: sei stato colpito per restare vivo, ma in un’esistenza monca, controllata e dipenderai per sempre dal mio aiuto. Il bambino mutilato, affamato, costretto a traslocare da una scuola distrutta a una tenda dell’UNRWA, incarna cosí in forma estrema la figura del colonizzato descritto da Mbembe: vivo soltanto in senso biologico, privo di un appoggio sicuro sulla terra che dovrebbe sorreggerlo, esposto a una violenza che attraversa tutto, dalla sua casa al suo corpo e di ogni sua progettualità. Basma Hajir e William W. McInerney propongono, per questo passaggio, la parola «childcide», che indica la distruzione insieme dei corpi e dello spirito dei bambini palestinesi, cioè della generazione che dovrebbe custodire la continuità del popolo[52]. La categoria concentra in un solo termine epidemie evitabili, fame organizzata, amputazioni di massa, scuole trasformate in rovine. Il futuro collettivo appare cosí raggiunto in modo diretto: la soppressione o la debilitazione sistematica dei minori colpisce la possibilità stessa di trasmettere lingua, memoria, relazioni sociali che rendono un popolo riconoscibile a sé stesso.

In questa prospettiva il colonialismo di insediamento israeliano agisce su due livelli intrecciati. Da un lato organizza death-worlds in senso mbembiano, spazi di vita ridotta al minimo dove i bambini sopravvivono tra assedio e carestia. Dall’altro lato estrae da quelle stesse vite una forza lavoro e una materia simbolica gestita attraverso programmi umanitari, corridoi medici, burocrazie securitarie, che mantengono l’infanzia palestinese in una posizione di dipendenza permanente. Il futuro promesso da questo assetto non è un domani autonomo, bensí una sopravvivenza regolata da altri, una continuità meramente biologica, votata alla sopravvivenza e alla dipendenza, separata da una reale sovranità. Proprio qui torna la domanda iniziale del capitolo: che cosa può rappresentarsi, in termini di futuro, un soggetto cresciuto in simili condizioni. Il progetto coloniale mira a scolpire per lui un avvenire già scritto, fatto di campi profughi, checkpoint, permessi, percorsi scolastici intermittenti, corpi segnati da cicatrici chirurgiche e da traumi psichici.

 

Non basta decolonizzare. Riappropriarsi della storia

La risposta dei colonizzati, per fortuna, non coincide sempre con questo copione imposto dai colonialisti. Frantz Fanon, analizzando la psicologia della soggettività nera sotto il dominio bianco, rifiuta di lasciare che il passato, pur traumatico, diventi una prigione identitaria, e afferma con decisione: «Non voglio cantare il passato a detrimento del mio presente e del mio futuro»[53]. In questa dichiarazione risuona la volontà di sottrarsi alla temporalità coloniale imposta: Fanon rivendica il diritto di proiettarsi in avanti, di non essere definito solo dalla storia di oppressione alle sue spalle, ma di costruire attivamente una nuova umanità emancipata. Infatti, all’apice della sua riflessione, Fanon concepisce la decolonizzazione come creazione di uomini nuovi, autentica rivoluzione ontologica che rovesci l’ordine imposto dal colono. Ciò implica, per il colonizzato, l’audacia di immaginarsi altro da ciò che la colonialità vorrebbe. In altre parole “risignificare” sé stesso non piú come vittima inchiodata al passato, ma come agente di un divenire differente. La possibilità di un futuro alternativo traspare proprio nelle fessure dell’edificio coloniale. Il cuore della questione non riguarda solo l’indipendenza formale o il cambio di bandiera. Conta la figura del futuro che il gruppo dirigente liberato intende costruire per il proprio popolo. Se il colonizzatore ha lavorato per convincere il soggetto coloniale che senza la presenza bianca tutto ricadrà nel caos, la decolonizzazione deve spezzare questa suggestione, restituendo ai dominati il diritto di collocarsi in un avvenire comune dell’umanità, senza gerarchie razziali o statuti subordinati. Qui Fanon incontra, in modo ideale, la riflessione di Boaventura de Sousa Santos sull’epistemicidio. Il sociologo portoghese descrive l’esperienza dei popoli colonizzati come vita sospesa tra un passato che gli imperi dichiarano concluso e un futuro che viene assegnato ad altri. L’epistemicidio elimina i saperi, i modi di conoscere, i criteri di validità del colonizzato, e cosí gli preclude anche la possibilità di pensare da sé la propria continuità storica. È a questo punto che ci viene in soccorso la riflessione di Walter D. Mignolo, perché sposta l’attenzione dalla sola esperienza individuale della soggettività colonizzata alla forma storica che rende possibile quella soggettività. Mignolo mostra che la modernità si regge su un doppio movimento e che la promessa di progresso, libertà, diritti, vale solo per una parte dell’umanità. Scrive che «i processi che cambiarono l’ordine mondiale nel secolo tra il 1688 e il 1789 furono chiaramente soluzioni vantaggiose per alcuni (modernità) e umiliazioni per altri (colonialità). Modernità/colonialità non sono due eventi cronologicamente distinti; non sono contraddittori né opposti binari. Sono due in uno: un singolo concetto con due facce. Sono sempre lo stesso evento, ma solo metà della storia emerge nel discorso statale, la storia della modernità, per il semplice motivo che chi racconta la storia crede nella modernità e la prende come totalità. Oltre la modernità, il resto è scartabile e sacrificabile»[54].

La teoria decoloniale invita allora a interrogare il futuro in termini materiali. Eve Tuck e K. Wayne Yang hanno chiarito che la decolonizzazione riguarda innanzitutto la restituzione della terra e della vita ai popoli indigeni. Immaginare un futuro post-coloniale, tuttavia, non basta: occorre realizzarlo concretamente, evitando che la “decolonizzazione” diventi una vuota parola d’ordine. La critica decoloniale ci avverte che liberarsi non è un esercizio metaforico, ma una pratica materiale e politica di restituzione e riappropriazione. «La decolonizzazione comporta la restituzione delle terre e delle vite indigene; non è una metafora per altre cose che vogliamo fare per migliorare le nostre società e le nostre scuole»[55]. In queste parole risuona un monito preciso: ogni progetto di futuro decolonizzato passa per la restituzione concreta di ciò che è stato sottratto. Terra, autonomia e soprattutto sovranità: senza il ritorno di questi elementi fondamentali nelle mani dei popoli colonizzati, “decolonizzazione” rischia di ridursi a un elegante giro di frase, un’aggiunta cosmetica alle retoriche del potere. Il futuro di cui si alimentano le lotte anticoloniali non è una semplice riforma o un progresso morale all’interno del sistema esistente, ma un cambiamento di paradigma in cui il rapporto di proprietà e di potere viene invertito. In quest’ottica critica, l’intellettuale indigeno Glenn S. Coulthard denuncia anche le soluzioni conciliatorie offerte dal liberalismo multinazionale: la politica del riconoscimento, lungi dall’essere una via di emancipazione, tende a reiterare sotto nuove forme la dipendenza coloniale. Essa «promette di riprodurre le medesime configurazioni di potere colonialista, razzista e patriarcale che le rivendicazioni indigene di riconoscimento avevano cercato di superare»[56]. Il futuro promesso dal colonizzatore attraverso l’inclusione subordinata, qualche diritto concesso, si rivela qui per quello che è: un futuro ingannevole, un prolungamento mascherato del passato. Coulthard ci avverte che l’atto di riconoscimento, quando è il potere dominante a definirne unilateralmente i termini, funziona come una trappola: offre al colonizzato l’illusione di un avanzamento, mentre in realtà ne riafferma l’inferiorità politica, mantenendolo entro i confini stabiliti dal conquistatore. Solo un rovesciamento radicale può spezzare questo ciclo. Il futuro che il colonizzato può rappresentarsi non è la concessione benevola di chi lo ha dominato, ma l’esito di una lotta che ridefinisce da zero i fondamenti stessi della convivenza. Si tratta, in sostanza, di reclamare la terra e il potere, di rivendicare il diritto di esistere secondo le proprie regole. Decolonizzare il futuro significa allora rifiutare i falsi doni del riconoscimento coloniale e costruire in autonomia le istituzioni, le relazioni e i valori di un mondo post-coloniale reale. In questo senso, immaginare il futuro e lottare per esso diventano due facce inseparabili della stessa azione emancipativa. La diagnosi riguarda direttamente la nostra domanda sul futuro. Se modernità e colonialismo procedono insieme, il futuro promesso dal discorso moderno è pensato per i soggetti pienamente inclusi nella cittadinanza, mentre per i popoli colonizzati la stessa modernità coincide con spossessamento, miseria, guerra e devastazione. L’avvenire che l’Europa celebra come progresso si presenta, dal punto di vista dei colonizzati, come una serie di date che segnano espulsioni, occupazioni, confische, guerre e genocidi. In questo senso il bambino palestinese, il giovane indigeno, la popolazione nera schiavizzata diventano la parte cancellata della storia moderna, quella che il discorso del progresso preferisce tacere. Il futuro che arriva loro addosso è quindi il futuro di qualcun altro, un tempo organizzato da una potenza che li considera sacrificabili. Questo tempo imposto non è solo una privazione politica; è una ferita cronica nella struttura psichica delle giovani generazioni. La bambina che cresce sotto assedio, il ragazzo mutilato dalla guerra, l’adolescente che perde casa, scuola, rete sociale, sviluppano un rapporto frantumato con il domani. La vita psichica assorbe la logica della colonialità prima ancora che la mente acquisisca un linguaggio per nominarla: l’infanzia palestinese attraversa anni in cui apprendere e ricordare e successivamente immaginare vengono traumatizzati insieme. Il trauma diventa la forma del tempo. Il futuro, quando appare, prende la sagoma di un luogo vietato.

Mignolo lega questo discorso generale alla forma concreta dello stato-nazione, che rappresenta per lui uno dei principali strumenti attraverso cui la modernità organizza la colonialità. In un passaggio chiave del capitolo, insiste sul fatto che la decolonizzazione del futuro non può limitarsi a riformare gli stati esistenti, perché la forma stessa dello stato-nazione nasce intrecciata alla matrice coloniale del potere. Scrive: «Decolonizzare la forma di governo dello stato-nazione […] significa innanzitutto smettere di darla per scontata ed esplorare le ragioni, le motivazioni e i bisogni che l’hanno fatta nascere. Significa rivelare la logica della colonialità che vi è implicita, insieme alla sua retorica di salvezza attraverso la sicurezza nazionale e la democrazia. Decolonizzare l’idea di stato-nazione è, prima di tutto, una questione concettuale e filosofica. […] Lo stato-nazione moderno è sostenuto da tre secoli di teoria politica ed economia politica occidentali e da istituzioni radicate. Di conseguenza, decolonizzare lo Stato richiede, come primo passo, di comprendere e mettere in discussione la logica concettuale di gran parte della teoria politica occidentale e la sua complicità implicita con la colonialità del potere»[57]. Se lo stato-nazione moderno seleziona chi conta come cittadino e chi resta fuori, se l’ordine interstatale globale è costruito sulla gerarchia tra stati forti, medi e subordinati, allora il futuro che si offre a un popolo colonizzato passa attraverso questa gerarchia. Il colonizzato viene invitato ad accettare l’idea che il massimo traguardo realistico consista in un piccolo stato etnicamente controllato, in qualche forma di autonomia vigilata, in una gestione amministrativa della sopravvivenza, come l’attuale piano di Donald Trump in 20 punti presentato il 29 settembre 2025. Mignolo permette di vedere quanto questa prospettiva sia povera: l’orizzonte offerto dal paradigma stato-nazione ripete la logica che ha generato il problema, cioè un mondo in cui certe vite appaiono protette e altre tollerate solo finché utili o contenibili. E in questo schema la gioventú colonizzata viene educata, fin dall’infanzia, alla rinuncia. Il trauma non è un effetto secondario, è parte del meccanismo: come mostrava Puar, la debilitazione programmata sostituisce la morte immediata con l’imposizione di una vita amputata; come mostrava Shalhoub-Kevorkian, l’unchilding rimuove ai bambini la possibilità di essere bambini; come mostrava Mbembe, la necropolitica colloca intere popolazioni nel territorio ambiguo della sopravvivenza svuotata. Tutto questo converge nella costruzione di un tempo psichico spezzato. Il bambino che attraversa la guerra non sviluppa solo cicatrici fisiche: sviluppa un rapporto col futuro che coincide con la minaccia, con l’interruzione, con la perdita improvvisa, ovvero con la totale instabilità che rende docili e sottomessi, ovvero colonizzati. E questo risultato non è accidentale: una popolazione giovane che non riesce a immaginare un domani senza assedio è piú governabile, piú fragile, piú facilmente inserita nel ciclo di subordinazione. Per Mignolo la modernità offre un futuro politico agli ebrei europei senza stato e allo stesso tempo produce un blocco temporale per i palestinesi. L’adolescente che cresce nei campi profughi interiorizza questo paradosso come condizione psichica: la propria vita procede su un binario che non porta da nessuna parte, mentre altri avanzano verso mete riconosciute e legittimate. La domanda che attraversa il nostro capitolo prende corpo in forma concreta e feroce: che cosa può rappresentarsi come avvenire una popolazione che entra nella storia mondiale in posizione di eccedenza, di scarto necessario alla soluzione moderna di altri? Che cosa può rappresentarsi come futuro un ragazzo cresciuto in una “zona di annientamento”, come le definisce Shalhoub-Kevorkian, dove il trauma non è un episodio ma l’ambiente intero?

L’opzione decoloniale che Mignolo propone non coincide con un semplice cambio di governo o con una riforma istituzionale. Quando parla di delinking, di sganciamento, intende un lavoro lungo, concettuale e pratico, per pensare forme di convivenza politica che non ripetano il modello “uno stato, una nazione”. Gli esempi che cita, dai movimenti zapatisti al progetto plurinazionale in Bolivia ed Ecuador, mostrano tentativi di uscire dalla gabbia moderna senza avere ancora un modello compiuto. Per il nostro discorso, il punto cruciale è un altro: una popolazione colonizzata ha bisogno di un orizzonte che non costringa i giovani a immaginarsi eternamente contenuti, eternamente privati di agency, eternamente sospesi tra vita e morte. Il futuro decoloniale non può ridursi all’ingresso dei colonizzati in un sistema che li ha designati come sacrificabili. Quel futuro richiede la restituzione delle condizioni psichiche dell’immaginazione: servono terra, diritti, autonomia, possibilità di scelta, di movimento, ma serve anche qualcosa che in tutto questo discorso spesso scompare, cioè la possibilità per una generazione di crescere senza incorporare la minaccia come struttura mentale.

Se si rilegge la situazione palestinese alla luce di Fanon e Mignolo, e degli altri studiosi del de colonialismo e le ricerche citate negli altri capitoli, tutto si intreccia inequivocabilmente in una prospettiva storica e biopolitica. Fanon ricordava che il soggetto colonizzato conserva una capacità di proiezione verso il domani che sfugge al controllo del colono. Mignolo mostrava che questa proiezione rischia di essere catturata dalle promesse della modernità, che offrono uno spazio minimo, vigilato, fragile, in cui sopravvivere. Il colonizzato che aspira a un futuro diverso si trova davanti a un bivio: accettare un avvenire amministrato, concesso, oppure avviare un lavoro piú difficile, che interroga la forma stessa con cui il futuro viene definito dall’ordine moderno. E questa scelta coincide con il trauma delle giovani generazioni: perché quello che è stato negato ai bambini, il diritto a una crescita integra, diventa poi ciò che deve essere ricostruito nella lotta collettiva. In questa seconda direzione si muovono Tuck e Yang quando insistono sulla restituzione della terra, Coulthard quando smonta la trappola del riconoscimento. Tutti convergono su un punto: l’avvenire dei colonizzati non è un dono, è una riappropriazione. Una riappropriazione materiale e psichica, che restituisce ai giovani non solo un territorio e una storia, ma anche la possibilità di immaginare una vita che non sia già stata mutilata prima ancora di essere pensata.

Come afferma Edward Said, la caratteristica principale della questione palestinese è il suo collocarsi in una dimensione storica paradossale dove: «i palestinesi vivono un destino del tutto particolare: essi sono stati perseguitati prima, ai tempi dell’insediamento coloniale sionista, perché presenti in Palestina e, successivamente, in quanto assenti dalla loro terra. Eppure, anche se reietti e considerati esseri transnazionali, stranieri, come delle non-entità dentro Israele, essi sono stati riconosciuti come parte essenziale, o centrale, del problema del Medioriente»[58]. In estrema sintesi, il palestinese è incluso come problema e escluso come soggetto. Questo doppio movimento riguarda direttamente la logica del “futuro amministrato” che abbiamo descritto a proposito dei piani di mini-stato, dei progetti di autonomia vigilata con torrette e fucili, con carcerazioni senza accuse e infine con un genocidio, fino agli accordi, gli ultimi, Trump-Netanyahu che promettono una sopravvivenza etnica ridotta a funzione di sicurezza. Said vede con lucidità la costruzione di questi corridoi diplomatici che tagliano la storia in pezzi disgiunti, trasformano la questione palestinese in un dossier sempre d’emergenza (80 anni di emergenze!) da gestire nell’immediato, staccato dalle sue cause e dalle sue conseguenze. Il presente congelato, lo status quo come unica dimensione ammessa, sostituisce la possibilità di un avvenire proprio. Per il colonizzato, questo significa essere spinto a immaginare il futuro solo attraverso le categorie che lo hanno spossessato: piani di pacificazione graduata, zone speciali, soluzioni transitorie e tregue in cui ci si interroga quanti giorni dureranno.

Il trauma che attraversa intere generazioni di bambini e adolescenti, corpi mutilati, psiche dissociate, capacità progettuale minata alla radice, diventa cosí un requisito implicito di questo ordine. Bambini marchiati per sempre da bombardamenti, assedi e detenzioni arbitrarie, vivono dentro il paradosso descritto da Said: esclusi dalla cittadinanza reale e chiamati in causa solo come cifra statistica, come “problema demografico” e soprattutto come “fattore di rischio”, come terroristi di “nascita”.

Proprio su questo punto Said introduce un secondo passaggio decisivo, quando si interroga su che cosa significhi, per un popolo esiliato, tornare a parlare di autodeterminazione senza cedere all’illusione che lo Stato in sé basti a guarire la storia. «La comunità palestinese, nel passare da una liberazione generale ad una piú limitata – in altri termini dalla speranza di uno stato laico e democratico in tutta la Palestina a quella di uno stato palestinese a Gaza e nella West Bank – ha mantenuto sempre fermi sia l’obiettivo dell’autodeterminazione che i suoi valori di fondo. […] Eppure avremo comunque ottenuto una sorta di pari sovranità in Palestina dove, in effetti, non ne abbiamo alcuna; ed anche se verrà raggiunto un compromesso su di un mini-stato, un passaporto, una bandiera ed una nazionalità, non c’è dubbio che il nostro ideale di fondo, secondo il quale uomini e donne non dovrebbero mai essere definiti o confinati sulla base della razza o della religione, continuerà comunque a far sentire la sua influenza»[59]. Said riconosce la necessità, storica e politica, di una entità statale palestinese, e nello stesso tempo ne misura il limite. Lo Stato chiude un ciclo, permette una parità minima, rende possibile un lessico di diritti eppure non esaurisce la questione del futuro, non redime l’esilio, non restituisce da solo la capacità collettiva di pensare sé stessi fuori dalla griglia coloniale che definisce chi vale e chi si può sacrificare.

Se riportiamo queste pagine dentro il percorso aperto da Fanon, Mbembe, Puar, Shalhoub-Kevorkian, Mignolo, e tutti i ricercatori sul campo che abbiamo studiato, possiamo concludere che: il colonizzato cui viene “concesso” un futuro amministrato resta intrappolato nella stessa logica che ha prodotto il suo trauma. Piani di mini-stato, corridoi umanitari, aiuti condizionati, progetti di ricostruzione che lasciano intatta la matrice coloniale del potere, tutto questo, seppur nell’immediato ci appare giusto, doveroso, ciò a cui ambire, rappresenta una forma sofisticata di gestione del tempo degli altri. Il bambino palestinese amputato, il ragazzo che ha attraversato l’adolescenza tra raid, assedi, e continui cambi di case diroccate è invitato a riconoscersi in un domani definito da chi lo ha colpito, a interiorizzare la propria esistenza come problema di sicurezza da “trattare”. Decolonizzare il futuro, in questo quadro, significa rifiutare questa interiorizzazione.

La via indicata da Said, e dagli autori che abbiamo intrecciato in questo articolo, non promette facili consolazioni. Chiede un doppio movimento. Da una parte la rivendicazione concreta di strumenti politici come terra, sovranità e istituzioni, senza i quali i bambini traumatizzati di oggi continueranno a crescere in campi e ghetti dove il futuro resta pura astrazione. Dall’altra un lavoro lungo di immaginazione collettiva che vada oltre la promessa di uno Stato ridotto a replica della forma moderna, con le sue gerarchie e le sue esclusioni. In questa prospettiva il futuro rappresentabile per i colonizzati coincide con la capacità di nominare il trauma, di collegare le gambe amputate alle mappe delle espropriazioni, le notti sotto le bombe alle dottrine militari, i corpi dei figli alle grandi categorie di modernità e colonialità. Si tratta di spezzare la neutralità apparente del linguaggio diplomatico e restituire al tempo le sue continuità, le sue ferite.

Il colonizzato che si pensa ancora vivo dopo questa esperienza estrema non si limita a chiedere un posto nella storia altrui. Pretende di riscriverne la trama temporale. Per la Palestina questo significa, oggi, legare la lotta contro il genocidio in corso alla critica radicale dello stato-nazione coloniale che l’ha reso possibile (con la complicità di buona parte del mondo), e allo stesso tempo alla costruzione di forme politiche che garantiscano ai bambini sopravvissuti qualcosa di diverso dalla pura ripetizione dell’assedio. L’ultima parola spetta a quella coscienza storica che Said vede nascere tra gli esiliati: la consapevolezza di un legame ininterrotto tra passato, presente e avvenire, e la decisione di trasformare questo legame in progetto. Il futuro del colonizzato comincia nel momento in cui rifiuta di farsi definire solo dalla catastrofe subita e, senza cancellarla, la usa come punto di partenza per una forma nuova di convivenza, capace di includere persino chi, fino a ieri, ne ha programmato l’annientamento.

 

 

[1] Save the Children, War in Gaza. OneYear Impact Report, Save the Children, 2024, Executive Summary.

[2] Israa AlQahwaji, «Foreword», in Save the Children, War in Gaza. OneYear Impact Report, Save the Children, 2024.

[3] Save the Children, War in Gaza. OneYear Impact Report, op. cit., sezione «Your support in action».

[4] Unrwa, Unrwa Situation Report #140 on the situation in the Gaza Strip and the West Bank, including East Jerusalem, Unrwa, 2024, sezione «Key points».

[5] Ibid., sezione «Psychosocial support».

[6] Palestinian Centre for Human Rights, Generation Wiped Out, Pchr, 2024, sezione «Deprivation of Education».

[7] Ibid., sezione «Internally Displaced Persons».

[8] Ibid., sezione «Deprivation of Education».

[9] Ibid., testimonianza di Islam Zaki Marish.

[10] Ibid., sezione «War injuries among children».

[11] Ibid., sezione «Testimonies».

[12] Francesca Albanese, Human Rights situation in Palestine and other occupied Arab territories, United Nations, 2024, sezione «Starvation, destruction of infrastructure and forced displacement».

[13] Y. Boukari et al., Gaza, armed conflict and child health, in «BMJ Paediatrics Open», 8, 1, 2024, sezione «Open access».

[14] Hatem Yousef Abu Zaydah, Living through the war in Gaza. An autoethnographic account of psychological, humanitarian, and physical suffering of Gaza’s inhabitants during the war in Gaza, in «Torture», 35, 23, 2025, sezione «Positionality statement».

[15] Ibid., sezione «Findings».

[16] Norman G. Finkelstein, Gaza. An inquest into its martyrdom, University of California Press, 2018, Preface.

[17] Cfr. Abdel Aziz Mousa Thabet, Yasser Abdulahad Abed, Panos Vostanis, Effect of trauma on Palestinian children’s mental health in the Gaza Strip and the West Bank, in «Protection of Children During Armed Political Conflict», Praeger Publishers, 2010; Nadera Agbaria et al., Prevalence of posttraumatic stress disorder among Palestinian children and adolescents exposed to political violence, in «PLOS One», 2021.

[18] Cfr. Eman Assaf, Hana Al Sabbah, Aymen AlJawaldeh, Analysis of the nutritional status in the Palestinian territory. A review study, in «Frontiers in Nutrition», 2023.

[19] I. Aqtam, A narrative review of mental health and psychosocial impact of the war in Gaza, in «East Mediterranean Health Journal», 31, 2, 2025, p. 89.

[20] Cfr. Kai T. Erikson, Everything in Its Path, Simon & Schuster, 1976; Jeffrey C. Alexander, Trauma. A Social Theory, Polity Press, 2012.

[21] Abdelaziz M. Thabet, Panos Vostanis, Effect of trauma on mental health of parents and children in the middle area of the Gaza Strip, in «Global Journal of Intellectual & Developmental Disabilities», Special Issue, 2017, p. 88.

[22] Calcolato sulla Gaza Traumatic Checklist composta da dieci eventi possibili, ciascuno codificato in forma binaria (sí/no) come bombardamento della zona di residenza, distruzione della propria casa, uccisione di conoscenti, visione di corpi mutilati in televisione, cosí che genitori e figli, in media, hanno attraversato quasi tutte le forme di violenza elencate. “The results estimated mean traumatic experiences for parents were 8.42, prevalence of PTSD in parents was 60%; anxiety disorder 26.5%. For children, mean traumatic events were 7.88, prevalence of PTSD in children was 70.1%; anxiety disorder (33.9%), general mental health problems rated by parents (42.7); conduct disorder (36.8%); hyperactivity (22.8%), emotional problems (24.4%), peers problems (60.1%), and prosocial problems (20.2%). There was correlation between trauma of children and PTSD of children, intrusion, avoidance, and arousal. No gender differences in both parents and children in PTSD. Parents PTSD were associated with their children PTSD. PTSD of children was significantly associated with total traumatic events of parents, anxiety of parents, of PTSD of parents, intrusion symptoms of parents, avoidance, and arousal symptoms. Also anxiety of children was significantly correlated with parents anxiety”.

[23] Ibid., «Conclusion».

[24] La scoping review è una tipologia di revisione della letteratura che mira a mappare la quantità, la natura e i concetti chiave di studi esistenti su un determinato argomento, senza valutare nel dettaglio la qualità degli studi inclusi.

[25] Abdallah Abudayya et al., Consequences of war-related traumatic stress among Palestinian young people in the Gaza Strip. A scoping review, in «Mental Health & Prevention», 32, 2023.

[26] Cfr. Nina Schöler, et al., Stress and trauma symptoms in young Palestine refugee children, in «Journal of Child & Adolescent Mental Health», 2014.

[27] Achille Mbembe, Necropolitics, Duke University Press, 2019, p. 66.

[28] Ibid., p. 79.

[29] Ibid., p. 83.

[30] Nadera ShalhoubKevorkian, Incarcerated Childhood and the Politics of Unchilding, Cambridge University Press, 2019, cap. 2.

[31] Ivi.

[32] Masako Horino et al., «Food insecurity, dietary inadequacy, and malnutrition in the Gaza Strip», in «The Lancet Global Health», 12, 2024, e1871-e1880.

[33] Safeguarding the SDG promise to end hunger and leave no one behind: the plight of children in the Gaza Strip, in «The Lancet Global Health», 12, 2024, e1748-e1749.

[34] Catastrophic famine in Gaza, in «Plos One», 2025, sezione «Results»; Integrated Food Security Phase Classification, Famine Review Committee: Gaza Strip, giugno 2024.

[35] Integrated Food Security Phase Classification, Famine Review Committee: Gaza Strip, giugno 2024.

[36] Tecnicamente il wasting si misura in due modi principali. O attraverso l’indice peso-per-altezza espresso in z-score rispetto agli standard OMS (malnutrizione acuta moderata sotto −2 DS, grave sotto −3 DS). Oppure tramite la circonferenza del braccio a metà (MUAC, mid-upper arm circumference): sotto una certa soglia il bambino viene classificato come malnutrito in modo acuto, con range diversi per moderata e severa. Nel linguaggio degli studi su Gaza, quando scriviamo che la prevalence of wasting passa per esempio dal 6 al 14 per cento significa che quella quota di bambini sotto i cinque anni presenta una magrezza patologica per la propria altezza, con massa muscolare e tessuto adiposo ridotti, rischio elevato di mortalità in caso di infezione o ulteriori carenze alimentari.

[37] Masako Horino et al., «Assessment of malnutrition in preschool-aged children by mid-upper arm circumference in the Gaza Strip during war», in «The Lancet», 406, 2025, 1993-2002.

[38] Integrated Food Security Phase Classification, Famine Review Committee: Gaza Strip, agosto 2025.

[39] Per questo argomento Cfr. Susan P. Walker et al., «Child development: risk factors for adverse outcomes in developing countries», in «The Lancet», 369, 9556, 2007, 145-157; Sally Grantham-McGregor et al., «Developmental potential in the first 5 years for children in developing countries», in «The Lancet», 369, 9555, 2007, 60-70; Robert E. Black et al., «Maternal and child undernutrition and overweight in low-income and middle-income countries», in «The Lancet», 382, 9890, 2013, 427-451; Elizabeth L. Prado, Kathryn G. Dewey, «Nutrition and brain development in early life», in «Nutrition Reviews», 72, 4, 2014, 267-284; Sonia J. Lupien et al., «Effects of stress throughout the lifespan on the brain, behaviour and cognition», in «Nature Reviews Neuroscience», 10, 6, 2009, 434-445; Jack P. Shonkoff, Andrew S. Garner, «The lifelong effects of early childhood adversity and toxic stress», in «Pediatrics», 129, 1, 2012, e232-e246.

[40] Eman Assaf, Hana Al Sabbah, Aymen Al-Jawaldeh, «Analysis of the nutritional status in the Palestinian territory. A review study», op. cit.

[41] Sofia Tsigga, Maria Grammatikopoulou, «Assessing the silent epidemic of malnutrition in Palestinian preschool children», in «Journal of Human Nutrition and Dietetics», 2013, pp. 1-9.

[42] A. Kirolos et al., «Neurodevelopmental, cognitive, behavioural and mental health impairments following childhood malnutrition. A systematic review», in «BMJ Global Health», 7, 2022.

[43] Ahmed Hassan Albelbeisi et al., Prevalence and associated factors of mental health disorders among internally displaced persons in Gaza, in «Eastern Mediterranean Health Journal», 31, 2, 2025, pp. 81-88, in particolare «Methods» e tabella 2.

[44] Ibid., vedi tabella 3 e tabella 4.

[45] Nina Schöler et al., Stress and Trauma Symptoms in Young Palestine Refugee Children Following the May 2021 Escalation in Gaza, in «Jaacap Open», 3, 3, 2025, pp. 609-617, in particolare «Method».

[46] Deema Al Bakri et al., The war on Gaza and its impact on public health: challenges and pathways to recovery, in «Frontiers in Public Health», 13, 2025, sezione «Rising health burdens and disease outbreaks».

[47] Farah Saady Darwazeh, Evaluation of Five Developmental Factors among Palestine Early Childhood Using Portage Developmental Screening Tool, tesi di master, An-Najah National University, 2021.

[48] Boaventura de Sousa Santos, Epistemologies of the South: Justice against Epistemicide, Routledge, 2014, pp. 7-9.

[49] Jasbir K. Puar, The Right to Maim: Debility, Capacity, Disability, Duke University Press, 2017, cap. 4: “Will Not Let Die: Debilitation and Inhuman Biopolitics in Palestine”.

[50] Ibid., p. 152.

[51] Ibid., p. 144.

[52] Basma Hajir, William W. McInerney, «From “Unchilding” to “Childcide”: Palestinian Childhood under Settler-Colonialism», Reimagining Childhood Studies, 2024.

[53] Frantz Fanon, Pelle nera, maschere bianche, Torino, Einaudi, 1967, p. 201.

[54] Walter D. Mignolo, The Politics of Decolonial Investigations, Duke University Press, Durham, 2021, cap. 4 “Decolonizing the Nation-State”.

[55] Eve Tuck e K. Wayne Yang, Decolonization is not a metaphor, Decolonization: Indigeneity, Education & Society, vol. 1, n. 1, 2012.

[56] Glen Sean Coulthard, Red Skin, White Masks: Rejecting the Colonial Politics of Recognition, University of Minnesota Press, 2014, p. 17.

[57] Walter D. Mignolo, The Politics of Decolonial Investigations, op. cit, cap. 4.

[58] Edward W. Said, La questione palestinese. La tragedia di essere vittima delle vittime, Gamberetti Editore, Roma, 1995, cap. 4 “Il paradosso palestinese”.

[59] Ivi.