In memoria di Alberto Benzoni

 

1. Quanti in Italia studiano senza pregiudizi le vicende storiche dell’ex Repubblica socialista federale di Jugoslavia e i cultori delle sue memorie “ammaccate”, ma ancora vive, hanno notato negli ultimi anni una serie di iniziative e produzioni (per lo più extra-istituzionali ed extra-accademiche) culturali, documentari e pubblicazioni che rappresentano un faticoso – e ancora inconcluso – percorso verso una nuova fase delle relazioni fra le differenti culture delle due sponde dell’Adriatico[1]. Negli anni settanta e ottanta con la distensione avviata dai governi italiani di centrosinistra – e fortemente sostenuta dal Psi – e da quello jugoslavo, che portò alla firma del trattato di Osimo nel 1975 e alla definizione delle questioni confinarie, si era giunti a una pressoché completa ricomposizione dopo le tragedie avvenute durante il fascismo e l’immediato dopoguerra con la conseguente diffidenza-ostilità reciproca nel periodo successivo[2]. Tale clima costruttivo, fortemente contestato dagli ambienti neofascisti, venne bruscamente interrotto da una nuova fase di tragedie fra i popoli jugoslavi – le guerre civili e lo smembramento del loro Stato unitario durato due generazioni –, mentre in Italia si consumava la crisi del sistema politico (con il declino dei partiti della cd. prima Repubblica) e un’indefinita transizione socio-economica con la dismissione dell’intervento statale nell’economia, l’ingresso nell’Unione europea e l’adozione dell’euro. Come è noto, quei movimenti segnati da sentimenti revanscisti verso le popolazioni slave e l’esperimento collettivista jugoslavo – una volta arrivati al potere in Italia – hanno riversato tali sentimenti sul discorso pubblico provocando una lunga e in parte persistente fase di revisionismo storiografico che si è fatto senso comune trasversale, proponendosi come “verità di Stato” veicolata da leggi, provvedimenti ministeriali e riscrittura dei manuali scolastici, serie televisive. Proprio mentre lo Stato italiano partecipava a una campagna di bombardamenti su ciò che rimaneva della Jugoslavia e ne favoriva un ulteriore frazionamento (riconoscendo fra i primi, a differenza di altri Stati occidentali, l’indipendenza di una parte, il Kossovo), la retorica degli jugoslavi cattivi e dei sanguinari partigiani titini faceva breccia quasi incontrastata[3].

Una testimonianza di questo diverso clima politico-culturale si può osservare in un testo di Giacomo Scotti, prolifico autore jugoslavo di lingua italiana, al quale si devono alcune pubblicazioni, sul crinale fra narrazione e storiografia, sulle vicende dei tanti soldati italiani che prima o dopo l’8 settembre erano passati dall’occupazione alla resistenza jugoslava: nella riedizione di una sua opera, Bono Taliano, originariamente pubblicata in Italia negli anni settanta, egli avvertì l’esigenza di una risentita appendice in cui contestava vibrantemente il modo quasi opposto in cui l’esperienza partigiana jugoslava e l’occupazione italiana erano trattate non solo dalla propaganda politica ma anche dalla ricerca accademica[4].

Non è stato agevole in questo trentennio difendersi da questa canea revisionista, che nei suoi esiti estremi Gaetano Arfè qualificò come «sovversivismo storiografico»[5]. Una strada è stata quella di ricondurre a una valutazione storica e a una prospettazione oggettiva il tema delle cd. “foibe” e più in generale delle dinamiche etniche e delle violenze verificatesi nelle aree di confine tale da tener in conto le precedenti condotte dell’occupazione italiana nell’intera Jugoslavia. Un’altra fu quella di riscoprire un capitolo quasi del tutto inedito nella pur copiosa produzione sulla Resistenza in Italia, ossia la presenza di partigiani jugoslavi che per vari motivi si erano ritrovati a combattere in diverse aree dell’Appennino[6]. A corollario di questa storia – che per la prima volta veniva presentata in forma organica sulla base della documentazione disponibile – si aggiunse l’approfondimento delle vicende dei militari e dei profughi jugoslavi in Puglia che divenne “duplice retrovia” e zona di transito fra l’Italia via via liberata dall’occupazione tedesca e la sanguinosa lotta di liberazione nei Balcani[7].

Grazie a questi lavori preliminari, sorti nel “fuoco” della polemica politico- culturale, che hanno assunto il compito di dissodare un campo storiografico incolto e di riproporre una linea di ricerca non nazionalistica ma complessiva se non internazionale, sono arrivati ulteriori studi. Due pubblicazioni – di diverso genere saggistico – apparse nell’autunno del 2025, per i temi affrontati, possono essere considerati agli estremi della vicenda jugoslava.

2. Il primo testo parla di un momento del movimento partigiano jugoslavo nell’autunno-inverno del 1943, ossia alle origini di un processo politico e militare che avrebbe portato alla nascita della RSFJ dopo la sconfitta dell’occupazione tedesca e dei gruppi nazionalistici o filonazisti (cetnici, ustascia, domobranci) che nei vari paesi avevano sostenuto l’occupazione o si erano opposti all’affermazione delle nuove istituzioni popolari jugoslave.

A un gruppo di studiosi si deve la traduzione del diario di guerra a opera di Sergije Makiedo (1910-1991; il testo fu pubblicato nel 1963, ossia per il ventennale delle vicende) con introduzione storica, commento e testo originale[8]. L’opera tratta di un passaggio rilevante, l’arrivo fortunoso di una prima spedizione dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia (EPLJ, in lingua serbocroata NOVJ) a bordo del piroscafo Bakar alla volta del porto di Bari, da poco conquistata dagli Alleati, nell’ottobre 1943. Questo episodio diventerà il primo passo di una rappresentanza dell’EPLJ in Puglia che fra militari e profughi civili jugoslavi vedrà, fra fine ’43 e inoltrato ’45, il transito di molte decine di migliaia, in prevalenza dell’EPLJ ma con una presenza di monarchici.

Il testo, nella versione italiana, è preceduto da una nota editoriale a cura di Adriano Capanna, storico e pronipote del Makiedo, in cui si forniscono inquadramento storico delle vicende narrate e dati biografici sull’autore, di origini dalmate e ben presto passato alla lotta antifascista e alla militanza nel partito comunista croato. In uno dei momenti critici della resistenza jugoslava, una missione disperata per evacuare feriti gravi e alla ricerca di rifornimenti si trasformò, in un alternarsi di imprevisti, ostacoli e ausili, nell’inizio di una collaborazione capace di modificare le relazioni fra truppe alleate e resistenza jugoslava e di contribuire allo sforzo di quest’ultima nella guerra balcanica. Da allora saranno accolti numerosi gruppi profughi sparsi nella parte centro-meridionale della regione, con due aree di maggiore intensità, quella nella Puglia centrale che va da Barletta a Monopoli sulla costa e arriva nell’entroterra a Gravina-Altamura, passando per Bari e Grumo Appula (che ospiterà il principale ospedale jugoslavo in Italia), e quella salentina in particolare ionica. Sempre in Puglia si formeranno cinque brigate d’Oltremare dell’EPLJ con compiti di addestramento per quanti tornavano a combattere nei Balcani o di logistica.

Il diario di Makiedo assume pertanto il ruolo di fonte storica diretta – per quanto pubblicata vent’anni dopo – sulle vicende pugliesi tutto inizia nel tardo ottobre 1943 con l’arrivo in una caotica Bari, infine con il trasbordo ad Algeri per ottenere le necessarie autorizzazioni presso le autorità alleate. È il caso di notare che la gestione del dossier nel corso delle vicende passi dall’OSS al SOE, ossia dai servizi militari statunitensi a quelli inglesi. Grazie alla progressiva fiducia dei servizi alleati, agli accordi di Teheran e la successiva missione Velebit al Cairo, si verificherà una piena collaborazione fra EPLJ e britannici che troveranno in area barese uno snodo rilevante, almeno a partire dalla metà del gennaio ’44, suggellata con gli incontri personali fra Tito e Churchill. Questa collaborazione (che era anche una modalità di controllo militare in Italia e diplomatico al di là dell’Adriatico) era il frutto di una scelta tanto “anomala” quanto meditata delle autorità britanniche e derivava dalla valutazione delle migliori capacità politico-militari (e nella gestione del consenso popolare) della resistenza antifascista rispetto a quella nazionalistica e monarchica. Il passaggio di fase si verificò precocemente, nel tardo ottobre 1943, in un campo rifugiati alla periferia di Bari (località Carbonara), quando una larga maggioranza degli jugoslavi presenti scelse di aderire all’EPLJ, nonostante la propaganda e le provocazioni dei monarchici.

3. Quella jugoslava era stata una lotta di liberazione che non si esiterà a definire stratificata o multiscalare, al contempo nazionale e sociale, plurinazionale, internazionale e internazionalistica. Ne nascerà uno Stato federale, segnato da una ricorrente tensione fra centralizzazione e apertura alle autonomie locali, guidato da un partito appartenente alla Terza Internazionale ma via via più autonomo sul piano della politica estera dopo la rottura col blocco sovietico, a economia pianificata ma in forme “eretiche” col riconoscimento dell’autogestione dei lavoratori. I quali stavano edificando un ircocervo nel cuore dell’Europa nella seconda metà del Novecento con una proiezione internazionale con il movimento dei paesi non allineati.

È noto l’epilogo di questo esperimento: una guerra civile non ancora del tutto conclusa, un rovesciamento degli esiti della Seconda guerra mondiale, un ritorno alle divisioni fra Stati monoetnici e staterelli eterodiretti. Finiva la RSFJ, nel mentre iniziava un altro ircocervo – di segno opposto, liberista e funzionale all’unipolarismo statunitense –, quello dell’UE. Il sacrificio cruento dell’una serviva da rito di iniziazione dell’altra[9].

4. Alla domanda su che resti di quella storia durata tre generazioni cerca di rispondere un volumetto scritto da un appassionato conoscitore della cultura balcanica, Gianni Galleri nel suo Spomenik, un reportage sui più iconici luoghi della memoria partigiana[10]. Ne viene fuori un diario anche sentimentale di un viaggio nella Jugoslavia che resta. Gli spomenici – enormi monumenti commemorativi della lotta sanguinosa – divennero presto rappresentativi di una specifica corrente storico-artistica, il cd. brutalismo, che ha ricevuto una rivalutazione postuma e che qui viene affrontato da varie prospettive: rottura col realismo sovietico, celebrazione della modernità socialista fatta di fredda materialità del cemento a vista, di ardita razionalità geometrica e di una densità simbolica. Si guardi l’avveniristico Makedonium o Memoriale di Ilinden.

Se grattassimo sotto quel cemento, troveremmo il mito operativo della Jugoslavia socialista: non proiettato in un lontano passato nazionale idealizzato ma in un passato prossimo (ancora bruciante) in cui l’esortazione alla fratellanza fra i popoli slavi meridionali si scontrava con le ferite di una lotta non solo contro gli occupanti esterni ma anche contro le varie bande nazionaliste collaborazioniste o di ispirazione monarchica. D’altra parte, quei monumenti erano espressivi di un’utopia concreta fondata su un assunto antifascista. L’espressione protiv fašističkih okupatora («contro gli occupanti fascisti») era divenuta almeno dal 1941 uno slogan fondante del movimento di liberazione nazionale dei popoli jugoslavi durante la guerra, sotto la guida del Partito comunista jugoslavo e di Josip Broz Tito[11]. L’espressione entrerà a far parte del patrimonio epigrafico-monumentale in tutta la Jugoslavia e anche fuori di essa, per esempio nella stele nel cimitero di Grumo Appula (Bari).

Appena ne hanno avuto l’occasione, gli eredi degli sconfitti e una parte del gruppo dirigente tardo-titino hanno ottenuto la rivincita e la continuità al potere. La pedagogia della fratellanza è stata sostituita dalla propaganda etnica che si è abbattuta sugli spomenici in vario modo: un diffuso oblio quali survival di un’epoca superata magari associato a un recente uso turistico; una rilettura anacronistica in chiave mononazionale; infine un’iconoclastia anti-jugoslava, soprattutto in area croata, che ha portato all’imbrattamento o alla distruzione di monumenti come nel caso di Kamenska[12].

Un discorso a parte va fatto per i quattro spomenici costruiti in Italia in un diverso paesaggio, in aree cimiteriali, e con un differente messaggio, liricamente commemorativo dei sepolti che evocativo di una lotta vittoriosa. Fra questi ricorderemo quello che sorge nel cimitero di Barletta in Puglia (inaugurato nel luglio 1970) e che raccoglie i resti di oltre 800 partigiani jugoslavi ai quali vanno aggiunti i nomi di altri 463 dispersi, di cui non erano state reperite tombe, per un totale di 1288 persone[13]. Seguiranno altri tre sacrari monumentali in Italia: a Gonars (1973), Sansepolcro (1973) e Prima Porta a Roma (1978). La dissoluzione violenta della repubblica jugoslava, titolare della proprietà di questi sacrari e relativi monumenti, ha posto una questione in punta di diritto internazionale ancora insoluta: a chi appartengono ora? Come operare indispensabili restauri? Da chi e come mantenere la memoria dei sepolti? Pare che la storia europea non voglia lasciare in pace quegli antifascisti neppure da morti. Per circa un ventennio quei sacrari sono divenuti spazi dell’oblio.

5. Come per ogni fatica, che siano le lotte politiche dei dissidenti jugoslavisti nei vari paesi, le escursioni del Galleri, le traduzioni, le ricerche e l’attività di salvataggio monumentale del gruppo sui partigiani jugoslavi in Italia[14], tutti questi sforzi rimandano – vieppiù in questa indefinita fase di disincanto – a una serie di domande che ritornano nel testo del Galleri e nei suoi lettori accorti. Perché lo facciamo? Quale prospettiva politica può avere difendere la memoria di un’esperienza che appare finita? Che cosa ci dice di noi che magari non l’abbiamo vissuta la jugonostalgia?[15]. È solo una reazione alla canea neofascista, una pietas postuma verso coloro che avevano sconfitto l’alleanza di tutti i nazifascismi europei? O piuttosto un proiettare in un tempo e in un luogo non poi così lontano un’utopia, un’alterità che oltre trent’anni di ordoliberismo e guerre imperialistiche hanno cancellato?

Anni fa un’emigrata in Svizzera da non so più quale paese jugoslavo mi disse: «eravamo poveri ma avevano tutto ciò che ci serviva, pure le vacanze». Come meridionale cresciuto in un paese povero e contadino negli anni ottanta ho potuto annuire. Se per distruggere un paese composito c’è stato bisogno prima di una guerra civile e poi di una internazionale illegale, se fascisti e nazionalisti locali si accaniscono ancora sui monumenti del recente passato, se nonostante tutto ciò tanti antifascisti e discendenti tornano dai vari Stati a visitare i luoghi della memoria che una pattuglia di studiosi sta recuperando a livello storiografico, vuol dire che le nostre comuni fatiche non sono vane.

 

 

[1] Oltre ai due libri qui recensiti e alle pubblicazioni (alcune in corso di stampa) a cui chi scrive ha concorso, nella storiografia italiana recente si ricordano soprattutto le pubblicazioni promosse dalla Jugocoord Ets e dalla sua collana Orientamenti pubblicata con vari editori dal 2018; Eric Gobetti, Jugoslavi nella Resistenza italiana. Dalla diffidenza alla lotta comune, in C. Colombini – C. Greppi (a cura di), Storia internazionale della Resistenza italiana, Roma-Bari, Laterza, 2024, pp. 85-108. Nondimeno quale sfondo di tale ricerca specialistica va menzionato il ripristino della consuetudine, dai vari paesi d’Oltre Adriatico, di studiosi e comitive di antifascisti e discendenti di visitare i luoghi dei partigiani jugoslavi soprattutto in Puglia.

[2] In una prospettiva incentrata sulla diplomazia italiana e sul ruolo di Aldo Moro si muove la ricostruzione fatta da Federico Imperato e Luciano Monzali, Aldo Moro e il problema della cooperazione adriatica nella politica estera italiana 1963-1978, in L. Monzali e F. Šuran (a cura di), Istria e Puglia fra Europa e Mediterraneo, Bari 2011, pp. 21-61. Le relazioni diplomatiche fra RSFJ e Vaticano sono state affrontate nella prospettiva di mons. Casaroli da Marco Lavopa, Le «dialogue de compromis». L’Ostpolitik vaticane de Mgr Agostino Casaroli dans la Yougaslavie de Tito, in «Revue d’histoire diplomatique», 2013.2, pp. 157-177. Il rilievo del Psi nelle relazioni italo-jugoslave merita ancora di essere affrontato; tale mediazione perdurerà anche dopo il trattato di Osimo e dopo la fine della segreteria De Martino: ad es. sull’«Avanti!» del 24 febbraio 1979 un’intera pagina era dedicata a Autogestione: “un’utopia reale”, ossia al resoconto di una presentazione, avvenuta sotto l’egida di Riccardo Lombardi, del volume di Rudi Supek, Socialismo e autogestione, tradotto dall’editore La Pietra.

[3] Lo stesso trattato di Osimo diventava una pagina negativa della diplomazia italiana, un «trattato iniquo […] firmato di nascosto […] ultimo tradimento ai giuliani» anche perché non prevedeva alcun risarcimento: a ribadirlo era un articolo apparso non già su un quotidiano delle destre ma «Avvenire» l’11 novembre 2015 dal titolo Trattato di Osimo. Ferita ancora aperta. L’autrice dell’articolo è stata eletta presidente nel 2026 dell’Associazione Italiani di Pola in Esilio.

[4] Si tratta delle Noterelle aggiunte piú di trent’anni dopo (maggio-giugno 2011), in Giacomo Scotti, “Bono Taliano”. Militari italiani in Jugoslavia dal 1941 al 1943: da occupatori a “disertori”, Roma 2012, pp. 199-237. Un altro episodio può assumere a emblema della violenta temperie revisionista in atto: sul «Corriere della sera» del 23 marzo 2010 apparve uno scriteriato box anonimo che bollava come “negazioniste” varie opere dissidenti sulla narrazione italiana delle cd. foibe, fra cui quella del collega Giuseppe Aragno, curatore del volume Fascismo e foibe. Ideologia e pratica della violenza nei Balcani (Napoli 2008). La richiesta di rettifica non venne presa in considerazione dall’allora direttore De Bortoli in omaggio a un diffuso conformismo culturale e a un evidente pregiudizio politico di quel giornale.

[5] Gaetano Arfè, Sovversivismo storiografico, «la rivista del manifesto», dicembre 2000 (ristampato in G. Arfè, Scritti di storia e politica, a cura di Giuseppe Aragno, Napoli 2005, pp. 335-342).

[6] Andrea Martocchia con Susanna Angeleri, Gaetano Colantuono, Ivan Pavičevac, I partigiani jugoslavi nella Resistenza italiana. Storie e memorie di una vicenda ignorata, Roma, Odradek, 2011.

[7] Gaetano Colantuono, La presenza di partigiani jugoslavi nella Puglia centrale 1943- 1945. Il caso del comune di Grumo Appula, in «Italia contemporanea», 266, 2012, pp. 43-65; Gaetano Colantuono, Adriano Capanna, Rosanna Rizzi, Andrea Martocchia, Una resistenza internazionale. Partigiani jugoslavi in Puglia, quindici anni di ricerche, cds. [2016]. A mo’ di sintesi: la presenza dei gruppi militari e civili legati alle formazioni partigiane jugoslave (NOVJ in serbocroato, EPLJ in italiano) in Puglia è stata sviluppata in forma organica nella storiografia italiana solo nel corso degli ultimi quindici anni mediante un recupero di un’ampia documentazione in particolare jugoslava. Gli autori, partecipi di un gruppo di ricerca informale, ripercorrono alcuni aspetti sia storiografici sia storici di tale presenza, soffermandosi su alcuni snodi tematici (le premesse delle presenze antifasciste jugoslave nel Sud Italia, le ragioni della scelta della Puglia come “duplice retrovia” dell’EPLJ, gli esordi della base di Bari, gli spazi funerari e i luoghi della memoria) e su alcune località pugliesi in attesa di ulteriori studi sul territorio pugliese.

[8] Sergije Makiedo, La prima missione partigiana / Prva partizanska misija, a cura di Adriano Capanna con la trad. di R. Rizzi et al., Bologna, Coordinamento Nazionale per la Jugoslavia, 2025. L’ediz. originaria è Beograd 1963.

[9] Come noto, la parabola del sistema ha previsto un altro prolungato sacrificio cruento, la crisi economica in Grecia e la sostanziale sospensione democratica da parte della Troika (Commissione UE-BCE-FMI). Sembra che le istituzioni liberiste euroatlantiche abbiano individuato nei Balcani un proprio luogo di ingegneria politico-economica teso a una definitiva “grande trasformazione” ma che tali propositi trovino in alcuni settori popolari una reazione ancora persistente.

[10] Gianni Galleri, Spomenik. Viaggio spaziale nella Jugoslavia che resta, postfazione di Eric Gobetti, illustrazioni di Federica Moro, Udine 2025.

[11] Il 7 maggio 1941 a Spalato i membri del primo Distaccamento d’Assalto, composto da 63 militanti, prestarono il seguente giuramento: «U ime naroda zaklinjem se da ću se boriti protiv fašističkih okupatora i njihovih slugu za slobodu svoga naroda i dati sve svoje snage, a ako ustreba i život» [In nome del popolo, giuro che combatterò contro gli occupanti fascisti e i loro servitori per la libertà del mio popolo e darò tutte le mie forze e, se necessario, la mia vita].

[12] Sulla distruzione degli Spomenik una rassegna parziale ma relativa a tutto il territorio jugoslavo è stata condotta da Donald Niebyl, 50 Destroyed & Vanished Memorial Statues of Yugoslavia, consultabile su https://www.spomenikdatabase.org/post/50-destroyed-vanished- memorial-statues-of-yugoslavia. Tale elenco va integrato con il caso di cimitero partigiano a Mostar avvenuta nel giugno 2022, cfr. Giorgio Fruscione, Bosnia: Barbarie fascista, devastato il cimitero partigiano di Mostar, consultabile su https://www.eastjournal.net/archives/ 126539. Devo tali indicazioni a Andrea Martocchia, animatore di molte iniziative di cooperazione e ricerca con la Jugocoord ETS.

[13] Sullo Spomenik di Barletta si vedano gli studi di Rosanna Rizzi (in parte ancora in corso di stampa): da ultimo il suo Memorie dissonanti: lo Spomen-Kosturnica di Barletta come eredità internazionale delle lotte per la libertà di prossima pubblicazione negli atti del convegno Le lotte per la libertà nel xx secolo: Resistenze, Partigiani, Liberazioni promosso dall’Associazione Campo 65 (Altamura, 24 ottobre 2025) e al recente convegno Barletta porta dell’Est: storia da un lungo confine promosso fra gli altri dalla Fondazione Gramsci di Puglia (Barletta, 27 ottobre 2025).

[14] Per l’area pugliese necessitano di restauro o preservazione, oltre allo Spomenik di Barletta, ciò che resta del Campo 65 ad Altamura che nel 1944 fu campo di passaggio e addestramento per numerosi soldati dell’EPLJ e che in una baracca ancora in piedi conserva ancora frammenti dipinti e due carte geografiche affrescate di quella fase. Nel 2017, assieme allo storico Francesco Altamura, avevo presentato una relazione-esposto alla Soprintendenza barese per il vincolo di tutela. Sono soprattutto gli affreschi a meritare un urgente intervento di salvataggio. È significativo il diverso trattamento da parte delle istituzioni regionali pugliesi verso gli affreschi di poco posteriori nel sito di Santa Maria al Bagno (Nardò) redatti da una folta colonia di profughi ebrei in attesa di dirigersi verso la Palestina.

[15] Anche la categoria di jugonostalgia merita di essere discussa. Come mi ha scritto Andrea Martocchia, «parlare di jugonostalgia dopo tanti anni sta diventando ozioso, il fatto è che le divisioni che sono state procurate hanno determinato equilibri precari che richiedono continui interventi “eversivi” per essere mantenuti, mentre la tendenza all’unità si ripresenta in continuazione come l’opzione piú logica e conveniente per tutti. Diciamo che la dis-unione jugoslava è un lavoro di Sisifo che non riusciranno mai a portare veramente a compimento (intendo in un quadro pacifico e stabile)».