Il personaggio carismatico è un modello che non è facile scrollarsi di dosso, innanzitutto perché soddisfa una diffusissima domanda sociale, corroborata da un’adesione prossima alla fede religiosa[1]. All’intensità spesso travolgente della sua manifestazione concreta corrisponde peraltro una durata temporale dagli esiti incerti. Anzi, l’irrequietezza del depositario di questa grazia rara si risolve il più delle volte in esperienze effimere che però, nell’attuale fase storica, non sembrano raffreddare quella domanda sociale: si spegne l’impatto carismatico di una figura, ecco che si preconizza l’avvento di un’altra, mentre appare assai più faticoso abdicare da quella logica che semplifica la realtà invocando l’improbabile rimedio del personaggio della Provvidenza.

L’autorità del leader si rispecchia senza alcun filtro nelle proiezioni del “popolo”, dove questo funge da idea madre per ogni forma di demagogia grazie al suo carattere sfuggente e riplasmabile a seconda delle circostanze. Tra il singolo capo e la totalità non si danno allora margini di differenza, il richiamo tra i due poli è reciproco e non ammette scarti critici, visto che il popolo funziona non come soggetto bensì come una creazione retorica nella narrazione dell’individuo carismatico. Forme, strutture, prassi condivise, insomma ogni istituzione dell’interdipendenza cooperativa che possa rimettere in discussione questa immediata coincidenza tra persona e moltitudine, ridando forza all’idea democratica, sembra dover trovare, alla fine, il suo esito scontato non in nuovi momenti di mediazione e di organizzazione, ma nella garanzia di un “usato” come è un corpo umano visibile e udibile.

Se si osserva il fenomeno dalla prospettiva del diritto e dell’antropologia politica può lasciare inquieti e interdetti il fascino che continua a esercitare una “legge animata”, una voce incarnata in un essere umano refrattario ad altre procedure di elaborazione e riconoscimento dell’azione politica. Il parossismo trumpiano – di cui occorrerà pur ammettere che è innanzitutto il frutto di un sistema presidenziale che ne contiene probabilmente le premesse – descrive a tutto tondo cosa significhi la decisione normativa ridotta a espressione di una persona in cui volontà, deliberazione, esecuzione e controllo vivono d’istantanea autoreferenzialità.

Questi diversi passaggi istituzionali non hanno più bisogno di essere articolati in processi distinti e attribuiti a centri indipendenti l’uno dall’altro (il Congresso, la Corte suprema, la Federal Reserve ecc.), giacché l’unico metro di giudizio è l’autocoscienza morale del capo. In fondo, se non si ricordano precedenti simili nel modo d’interpretare la carica di presidente degli Stati Uniti non è perché prima esistesse un quadro giuridico e istituzionale che lo impedisse. In realtà, come candidamente osserva lo stesso Trump nella sola prova di sincerità che gli va riconosciuta, non è la Costituzione americana ma la moralità del presidente degli Stati Uniti a valere come bussola per orientare la sua azione. Non siamo troppo lontani dalla frase di Bonifacio VIII secondo cui il papa custodisce nello scrigno del suo animo tutte le leggi[2]: una prerogativa recepita volentieri anche dal principe secolare, al punto che nessun limite esterno, se non di natura divina, può violare quel perimetro interiore.

I presidenti che lo hanno preceduto sono stati guidati da una deontologia personale che li tratteneva da un uso così primitivo del mandato, ma in fondo, in termini di diritto costituzionale, avrebbero forse potuto spingersi fino a quel punto; solo una consapevolezza dell’autonomia delle istituzioni che si trasmetteva con l’ufficio presidenziale ne preveniva la degenerazione cui stiamo assistendo. Non è tuttavia nell’indignazione morale che va trovata la risposta all’invadenza di un modello politico che disorienta già per il suo apparente anacronismo: ci illudevamo con inconscio ottimismo che la democrazia si perfezionasse e non si rinnegasse. Né tanto meno l’atteggiamento più soddisfacente può essere quello di stabilire analogie col passato tanto sbrigative quanto ingannevoli. Le esperienze della storia sono irripetibili, mentre le forme della prassi godono di una continuità a prima vista insospettabile e su di esse deve indugiare il lavoro della critica. La morfologia svela in definitiva molte più cose sul legame tra il passato e il presente di quanto possa farlo, dati i presupposti, ogni analisi situata in precisi contesti spazio-temporali[3].

Al termine del nostro percorso abbiamo saggiato la possibilità di riconsiderare il carisma in modi meno convenzionali, alludendo a potenzialità promettenti che solo un divorzio dal connubio fatale con la persona sovrana, che ne disporrebbe come di un bene esclusivo, è in grado di liberare. Il concetto in sé esprime quel bisogno di movimento sociale e di lavoro condiviso che può prendere le vie più diverse: dall’insorgenza di nuove richieste di giustizia sociale, ecologica e individuale, in presa diretta con i bisogni emergenti in una data epoca e in un dato luogo, al passaggio in forma giuridica di rivendicazioni e autodeterminazioni espresse dalle collettività.

La lezione del cristianesimo delle origini ci ha trasmesso un carisma concepito al plurale, che solo all’inizio del XX secolo, con Weber, sarà recepito al singolare. Questa metamorfosi ha consegnato la parola al destino dell’eccezione unica, gerarchicamente distinta dai molti, e così facendo ha innescato una rappresentazione dei processi storici in cui le rotture, le discontinuità e in definitiva l’innovazione derivano dal ruolo giocato da fatidiche apparizioni individuali nel destino di una comunità. Ebbene, se il carisma è quell’agente che inietta nuova linfa nel corpo irrigidito delle istituzioni e in questo modo dà impulso al cambiamento, esso non può che essere il risultato di un lavoro diffuso, come del resto aveva nitidamente spiegato Paolo verso la metà del I secolo della nostra era. Questo principio vale sia in chiave critica, se si vuole smitizzare la narrazione dell’uomo solo al comando, sia in chiave positiva, se invece s’intende associare il carisma a quell’idea di movimento che resta, in definitiva, la pulsione indomabile della storia.

Prendere congedo dal carisma significa allora spegnere la luce sul centro della scena dove si agitano personaggi che aspirano a occuparla per intero. I luoghi su cui riaccenderla dovranno essere individuati grazie alla forza inventiva dei bisogni, dei desideri e dei progetti collettivi, costruendo aggregati di inedita disponibilità dello spazio giuridico, politico e sociale. Questi luoghi si potranno chiamare nuove istituzioni e non potranno che derivare dalla collaborazione tra diritto, scienze sociali e pensiero critico. Un’altra idea di carisma, immune dal leaderismo e dai suoi miti, sarà forse di nuovo praticabile.

 

 

[1] Questo testo è la «Conclusione» del saggio di Paolo Napoli, Carisma, Macerata, Quodlibet, 2026.

[2] Omnia jura in scrinio pectoris sui censetur habere. V. Liber Sextus Bonifacii VIII, in Corpus Iuris Canonici, Lipsia, ed. A. Friedberg, 1879, II, col. 937, I, II, 1.

[3] C. Ginzburg, Miti, emblemi, spie. Morfologia e storia, Torino, Einaudi, 1986, pp. XIV-XV.

 

 

Immagine: da Il grande dittatore, regia di Charlie Chaplin, 1933