Assioma

La guerra in corso in Europa dal 2022, – e così per le guerre post 11/9 – è in gran parte stata causata dal perseguimento dei bisogni di classe di una neo-classe emersa a fine Novecento, i cui processi di riproduzione guidano l’espansione geopoliticamente disordinante della Nato.

Nel volume, corredato da prefazioni di L. Canfora, J.D. Sachs e O. Stone, Teoria della Classe Armata. L’Età del Potere Militare (Arianna Editrice 2026, 560 pagine), avanziamo una tesi radicale (di cui qui delineiamo soltanto alcuni snodi strutturali): il passaggio dagli eserciti occidentali di cittadini-soldati alle forze armate interamente professionali non è stata una semplice riforma ordinamentale, ma una controrivoluzione silenziosa da cui è emersa una nuova potentissima classe sociale.

Iniziata nel Regno Unito nei primi anni sessanta, compiutasi ontologicamente negli Usa nel 1973 e poi adottata da quasi tutto l’Occidente, questa transizione ha segnato lo spartiacque decisivo della civiltà illuminista, e forse conduce a quel suo incidente fatale che Marx ed Engels immaginavano sarebbe venuto dallo scontro con la classe operaia. La professionalizzazione degli eserciti è la seconda di due mutazioni genetiche maligne, innescate dall’energia liquefacente della Seconda guerra mondiale, che hanno colpito prima lo Stato illuminista e poi, per salto di specie, la civiltà occidentale stessa. Come ebbe a scrivere Lasswell a proposito del concetto di Garrison State nel suo celebre saggio omonimo del 1941, anche la teoria della Classe Armata si configura soprattutto come un «costrutto evolutivo concernente il corso futuro della politica mondiale».

 

Prima Mutazione: dal potere dei militari al potere militare

La Prima Mutazione si era già manifestata tra il 1947 e il 1953, quando le commissioni Hoover cercarono, senza pieno successo, di cristallizzare il potere conferito ai vertici militari americani durante la Seconda guerra mondiale – un potere che i militari, come cesari riluttanti a restituire l’autorità al Senato, videro trasformarsi in un «quarto ramo alieno» dello Stato. Il fatale errore di ingegneria istituzionale che rese possibile tale mutazione si consumò sotto la presidenza Kennedy: nell’intento di imbrigliare l’autonomia dei militari, l’amministrazione promosse l’istituzione, all’interno del Pentagono, della Defense Supply Agency (Dsa) – un apparato incaricato di governare il complesso militare-industriale, istituito nel 1946 da Eisenhower con la direttiva Scientific and Technological Resources as Military Assets –, finendo per produrre l’effetto opposto.

Questa dinamica si manifestò a tre secoli esatti dal 1661, quando la consacrazione della monarchia assoluta di Luigi XIV – secondo Tocqueville – innescò l’ascesa della Borghesia a nuova classe egemone. Come il Re Sole impiegò funzionari borghesi (Jean-Baptiste Colbert) per esautorare la noblesse d’épée dal potere statuale – ponendo involontariamente le basi affinché la Borghesia si appropriasse dello Stato profondo ben 128 anni prima della Rivoluzione francese, dinamica che Tocqueville individuerà come fattore strutturale del suo trionfo –, così nel 1961 l’insediamento della direzione industriale nel cuore del Pentagono avviò un processo speculare e inverso. Il controllo capillare su centoventimila industrie assunto dalla Dsa (Melman) pose le premesse per esonerare la Borghesia dal controllo sui processi produttivi strategici e sulle decisioni geopolitiche sovrane.

Reciso il tradizionale vincolo della spada dai «cordoni della borsa» (the power of the purse), il potere personale dei militari si è trasformato in un potere militare strutturale tout court. Il Pentagono è così emerso come centro di redistribuzione della ricchezza parallelo allo Stato federale: «uno Stato nello Stato, un’economia nell’economia», come sintetizzò Robert Heilbroner recensendo Capitalismo militare di S. Melman (NYRB, luglio 1970).

In apertura di libro, Melman rivelava come, «in nome della difesa e senza annunci o discussioni preliminari», fosse stata operata «una profonda trasformazione nelle istituzioni di governo americane». Egli denunciava l’anomalia di una «direzione industriale insediata nel governo federale alle dipendenze del Segretario della Difesa che controllava la più vasta rete di imprese industriali della nazione». Alla «tendenza caratteristica di una direzione aziendale ad estendere il proprio potere» – che nella vecchia economia borghese trovava limite solo nella quota di prodotto nazionale assegnatale – la neonata direzione statale univa ormai, scriveva, «la massima capacità decisionale in campo economico, politico e militare». Si compiva così una torsione totalitaria sottratta al dibattito pubblico: «questa combinazione e concentrazione di poteri nelle stesse mani» osservava egli, era stata fino ad allora «una caratteristica delle società statalistiche di tipo fascista o di tipo comunista dove i diritti individuali non frenano il governo centrale». La tesi enucleava un pericoloso automatismo oggettivo, indipendente dalle contingenze o dai singoli funzionari: le sue caratteristiche «sono proprie delle istituzioni e quindi sostanzialmente indipendenti dai capi del momento», e gli effetti «sono indipendenti dalle intenzioni dei suoi architetti, che potrebbero non averli nemmeno previsti».

Quella disamina di un’economia centralizzata e militarizzata – insieme a testi seminali come The Garrison State – è rimasta sepolta sotto una vasta subduzione culturale per decenni. Tale mutazione strutturale, mai risolta, opera ininterrottamente da allora in un processo di continua accumulazione di ricchezza e consolidamento di potere decisionale. Essa trova oggi un’ennesima conferma empirica: da otto anni consecutivi (2018-2025), tra gravissime opacità strutturali, il Pentagono fallisce sistematicamente gli audit congressuali senza subire alcuna sanzione politica né alcun taglio di bilancio.

 

Seconda Mutazione: concretizzazione della Classe Armata

Fissiamo convenzionalmente la Seconda Mutazione con l’abolizione della coscrizione (draft) negli Usa al termine della guerra del Vietnam. Quel conflitto rivelò al neopotere militare l’impossibilità di riprodursi mediante eserciti di leva poiché il corpo sociale era insorto contro quella guerra non necessaria in una secessio plebis mossa da mezzo milione di renitenti che bruciavano pubblicamente le cartoline-precetto (draft burners), da veterani radicalizzati (Vietnam Veterans Against the War) e dai reduci afroamericani che incendiarono politicamente il movimento di emancipazione, a tutto ciò si univa la protesta studentesca, sostenuta da molte figure d’élite come J. K. Galbraith o il Senatore Fulbright.

Da tale frattura scaturì l’esercito interamente professionale, alla cui «fattibilità politica» lavorarono molti intellettuali simbionti del Pentagono, tra cui, come figura centrale – in clamorosa antinomia con le sue professioni di minarchia – Milton Friedman. È da questo snodo storico che emerge la Classe Armata, così definita per il suo vincolo strutturale con i mezzi di distruzione anziché con i classici mezzi di produzione marxiani.

Poiché ermeneuticamente sconosciuta, la Classe Armata si inserisce nella teoria del keynesismo militare (KM) come una variabile incognita (X), trasfigurando un dispositivo storicamente interpretato come mitigatore delle crisi del capitale (sovrapproduzione e caduta tendenziale del saggio di profitto). Se nell’ipotesi teorica originaria la spesa militare (Sm) puntava alla generazione di plusvalore (D’) attraverso il mercato artificiale delle armi, essa si trasforma qui nel suo opposto: KM = Sm+X→Plus-Crisi, ovvero la cattura del plusvalore pubblico per la riproduzione autonoma di Pluspotere (P’). Dunque non più strumento del capitale, ma, al contrario, suo parassita terminale che intercetta e sequestra il valore estratto dal mercato fittizio dell’industria militare espropriando la Borghesia tradizionale e declassandola a super-esattore sociale, incaricato di compensare le perdite del sistema.

Le guerre – già smascherate da Assange (2011) come dispositivi per riciclare denaro pubblico in «territori non tassabili» verso «élites transnazionali della sicurezza» – abdicano così alla vittoria per farsi infinibili: voragini insaziabili per il consumo di plusvalore pubblico e capitale fisso privato. L’esito è un’austerity permanente che comprime i consumi e accelera la caduta tendenziale del saggio di profitto, innescando un collasso sistemico di cui la crisi tedesca è uno dei più plateali sintomi. La ratio militare ha definitivamente rimpiazzato il mercato quale motore sovrano dello Stato.

Osserviamo come il 1973 – anno di concretizzazione della Seconda Mutazione – coincida con l’abbandono di Bretton Woods. La Guerra del Vietnam aveva già rivelato l’impossibilità di riprodurre il potere militare mediante eserciti di leva. Rimosso contemporaneamente il vincolo aureo, stressato dalle spese della guerra stessa, l’emissibilità potenzialmente illimitata di moneta fiduciaria (fiat money) fornì alla Classe Armata, tramite il debito pubblico, il canale performante di predazione anestetizzata del capitale necessario alla sua accumulazione autonoma. L’uscita dagli accordi funse così da falso positivo strutturale: non una crisi del dollaro, ma sblocco dei limiti fisici (oro) che rendeva finalmente possibile finanziare la transizione verso un potere militare strutturale. La crisi energetica, intervenuta nello stesso frangente (cattura di uno shock esogeno), operò invece come falso positivo ermeneutico, monopolizzando la percezione pubblica e, attraverso il petrodollaro (militarmente garantito), stabilizzando e oscurando la nascita dell’inedito circuito parassitoide di autogenerazione del potere della neo Classe Armata.

In questa cornice, la tesi di G. Arrighi – che vedeva i cicli egemonici del capitale minacciati dalla possibilità di un blocco militare Usa, lasciandone tuttavia indeterminate le cause – acquisisce una stringente pertinenza teorica. Per la Classe Armata, infatti, consentire la transizione del centro di accumulazione globale in Cina – innescando un nuovo ciclo espansivo del capitalismo – significherebbe rinunciare all’accesso ai centri di accumulo, e quindi alla vitale prerogativa di centro redistributivo parallelo allo Stato, compromettendo il cuore stesso del suo modello di riproduzione, di cui ora accenniamo la dinamica generale.

Questa neo-classe – non ancora für sich – opera secondo una logica di riproduzione autonoma a feedback positivo. Irrompendo nel circuito capitalistico classico (D-M-D’), vi instaura la propria sintassi parassitoide – che, a differenza di quella parassitaria, non si limita a nutrirsi dell’ospite, ma ne consuma le funzioni vitali fino alla morte – attraverso il circuito P⟶D⟶P’.

Il Potere (P), istituzionalmente ricevuto in nome della funzione militare, cattura Denaro (D) alla voce spesa per la Difesa; quel Denaro pubblico, anziché efficienza bellica (come dimostrato, secondo quanto dichiarato da Rutte nel 2025, dall’incapacità dell’apparato Nato di reggere la produzione industriale russa a fronte di budget finanziari fino a venti volte superiori a quelli di Mosca) genera Pluspotere (P’) – accumulazione autonoma di capacità decisionale, reti clientelari e controllo politico – che viene reinvestito per ampliare il dominio politico e fare dello Stato lo strumento di perpetuazione del Caos Geopolitico.

Questa dinamica richiama tanto la lezione di H. Arendt ne Le origini del totalitarismo – ove rifletteva su come la Borghesia avesse trasformato lo Stato in un puro strumento al servizio dell’espansione economica illimitata, generando l’imperialismo – quanto un celebre passaggio di Plutarco (Vite parallele, Vita di Pompeo, 51.2), in cui si narra come, «per tutta la durata della guerra in Gallia, Pompeo non si accorse che Cesare […] attirava e soggiogava al suo volere i Romani con le ricchezze dei suoi nemici».

Tale processo di accumulo non è arbitrario, ma è una dinamica immanente di un circuito che si auto-alimenta. Ogni volta che il sistema trova occasione di innescare o alimentare un conflitto – come l’attacco all’Iran su innesco israeliano –, il circuito si rafforza, aumentando la probabilità di produrne/mantenerne di ulteriori. È una cascata di processi ridondanti a feedback positivo. La professionalizzazione degli eserciti (la Seconda Mutazione), sottraendo la forza armata a tensioni politiche strutturali, ha creato le condizioni perché questo circuito potesse stabilizzarsi. Una volta emerso, non ha più bisogno di «volontà» cosciente per continuare a funzionare: ha bisogno solo che la politica civile non sia in grado di interromperlo.

In questo sistema i diversi loop operano in parallelo alimentandosi e compensandosi a vicenda: se uno si indebolisce, gli altri tendono automaticamente a surrogarlo. Sul piano economico, il conflitto genera spesa e risorse che accrescono il potere dell’apparato armato. Sul piano politico e istituzionale, la debolezza delle élites civili – consapevolmente o meno in cerca del mundium delle strutture atlantiche e incarnate da figure ausiliarie della Classe Armata come Baerbock, Calenda o Picierno – trasforma l’allineamento all’escalation in una condizione di sopravvivenza politica. Questa dinamica di compensazione trova un nitido riflesso nei tentativi dell’amministrazione Trump di aprire canali negoziali sull’Ucraina, regolarmente neutralizzati dal massimalismo diplomatico e dal sostegno autonomo delle cancellerie europee. A ciò – unito al culto di massa della metafisica militare (Mills) attraverso la neocategoria di Estetica Necatrix introdotta dalla Teoria – si salda una narrazione mediatico-securitaria che criminalizza il compromesso e una cinica, folle gestione del rischio nucleare che rende la de-escalation un’opzione impraticabile, sigillando definitivamente il sistema rispetto agli strumenti tradizionali della politica (elezioni, diplomazia, opinione pubblica).

Poiché la Classe Armata è ancora prevalentemente an sich, non possiede ancora una narrazione unificata o una consapevolezza collettiva di sé come classe. I suoi membri (truppe, ufficiali di carriera, apparati della Difesa, contractor, think-tank securitari, segmenti della burocrazia Nato, e la vasta galassia dei suoi Ausiliari Civili) possono avere motivazioni personali diverse, ideologie diverse, persino gravi contrasti e lotte tra loro – il che spiega in gran parte il paradosso di certi generali opinionisti più pacifisti dei civili. Quello che conta è che il circuito oggettivo di estrazione di risorse e accumulazione di potere funzioni e si rafforzi.

Rispetto al costrutto P→D→P’, occorre ricordare che la scienza economica opera da sempre mediante «costrutti latenti» non direttamente osservabili – dall’utilità (U) all’output gap, fino allo stesso potere d’acquisto –, ossia valori estratti dai dati grezzi attraverso l’applicazione di modelli e filtri teorici.

Come nella formula generale del capitale di Marx (D→M→D’), dove il passaggio a  indica un mutato rapporto sociale, la formula proposta per il processo di accumulazione della Classe Armata descrive una vera e propria transizione di stato (P→P’).

Analogamente alla fisica, dove la forza si misura induttivamente tramite l’accelerazione della massa, il Potere (P) e il Pluspotere (P’) si manifestano attraverso un sistema identificabile di esternalità: la path dependency delle istituzioni estrattive, l’immunità strutturale dei bilanci del Pentagono e il drenaggio del plusvalore verso la rendita militare, etc.

La tenuta del modello risiede nella sua cogenza logica e nella capacità di generare ipotesi rigorosamente falsificabili. Qualora si registrassero contrazioni prolungate e sistemiche dei bilanci militari, chiaramente riconducibili al solo riassestamento delle variabili macroeconomiche civili e prive di significative resistenze d’apparato, il modello risulterebbe seriamente indebolito. Finora, tuttavia, tali contrazioni – la cui eventuale comparsa costituirebbe il test empirico decisivo – non si sono verificate. Al contrario, dal 1973 a oggi le serie storiche occidentali mostrano un andamento a gradini ascendenti. Il Pluspotere (P’) non è dunque un’astrazione, ma un fenomeno misurabile di isteresi istituzionale e di bilancio: la spesa militare cresce rapidamente di fronte a minacce o a fasi di espansione economica, mentre – superata la contrazione del 1991 e, soprattutto, dal 2001 (11/9) in poi – si rivela sostanzialmente insensibile a distensioni o a crisi fiscali civili, non regredendo mai ai livelli precedenti e stabilizzandosi su nuovi altopiani via via più elevati. Questo differenziale permanente di ritenzione delle risorse costituisce, al tempo stesso, la traccia quantificabile dell’accumulazione di Pluspotere e il principale test empirico del modello: la prova che l’apparato non si limita a consumare ricchezza per proteggere la società, ma la estrae per auto-riprodursi come Sovrano.

 

Tassonomia sociologica, natura prometeica della Classe Armata e apparati transnazionali

Mentre la Borghesia si configurava come classe dominante presiedendo ai mezzi di produzione attraverso una razionalità volta al profitto, la Classe Armata si erige a nuova sovrana dei mezzi della violenza, della tecnica e della scienza violentemente strappate dalle mani produttive della Borghesia. Mossa dai processi automatici di soddisfazione dei propri bisogni, essa consolida la propria egemonia mediante una razionalità orientata al controllo. Tale dinamica aderisce alla teoria dei conflitti di classe di Ralf Dahrendorf, che fonda la polarizzazione sociale non solo sulla proprietà dei beni materiali, ma soprattutto sull’asimmetria nell’esercizio dell’autorità. Questa postura risponde altresì alla Zweckrationalität weberiana: un’azione governata da una logica tesa a massimizzare il dominio su risorse e istituzioni, nel caso della Classe Armata propiziando l’appropriazione di quote monumentali di ricchezza e di prerogative sovrane sottratte allo Stato civile. Nell’ottica althusseriana della «struttura a dominanza», l’istanza securitaria della Classe Armata riarticola i nessi economici e ideologici al servizio della propria autoconservazione subordinando le dinamiche storiche alla priorità del controllo.

Occorre qui disinnescare un diffuso equivoco teorico sulla presunta «privatizzazione della guerra» o sulla «cattura dello Stato» da parte dei colossi tecnologici e dei contractor privati. Ancora oggi, come leggiamo nella recente inchiesta The rise of the military-technology complex pubblicata dal «Bulletin of the Atomic Scientists», la lettura dominante commette l’errore di considerare l’apparato militare come un mero cliente passivo colonizzato dal capitale tecnologico. La Teoria della Classe Armata inverte questa polarità: non è il capitale privato dell’hi-tech ad aver colonizzato il militare, ma è la Classe Armata ad aver fagocitato il capitale privato hi-tech. Essa assurge così a nuova classe prometeica della violenza e del controllo attraverso il rovesciamento – avviato fin dal Progetto Manhattan – della direzione della scienza e della tecnica: non più volte alla produzione, ma subordinate alla distruzione e alla sua sistematica segretazione. Travolta dall’asincronia tra i suoi tempi deliberativi e la velocità mercuriale dei processi tecnici del nuovo arsenale, dai quali è stata alienata – convalidando le tesi di Anders e Severino –, la politica viene degradata a dimensione anéu lógou (ἄνευ λόγου): priva di parola e, dunque, di poteri decisionali reali.

L’esemplificazione plastica di questa fagocitazione si è consumata – come sviluppiamo nella terza parte del libro (Estetica Necatrix), in cui affrontiamo la radice estetica come motore ontologico della tecnologia della distruzione – con l’istituzione nel 2025, da parte dell’U.S. Army, del Detachment 201 (Innovation Corps). Attraverso questo dispositivo, i vertici delle Big Tech globali – dai CTO e Chief Product Officer di colossi come Meta, OpenAI e Palantir fino a Cloudflare – non si limitano a stipulare contratti commerciali sul libero mercato, ma sono stati direttamente arruolati e hanno giurato in uniforme come ufficiali superiori dell’esercito con il grado di tenente colonnello. Inserendo i vertici del capitale tecnologico privato in una posizione intermedia della propria gerarchia militare – dunque sottoposti alla legge marziale – e sussumendoli all’interno della propria sintassi parassitoide, la Classe Armata – come aveva già compreso Melman rispetto alla fase della Prima Mutazione con la Dsa – neutralizza l’autonomia di mercato del capitale privato, riducendo le più avanzate forze produttive occidentali a componenti ancillari della propria architettura di riproduzione. Il capitale non guida la strategia né la spesa: viene disciplinato, uniformato e piegato alle esigenze di accumulazione autonoma di Pluspotere (P’).

La riprova ex adverso si è avuta con la vicenda di Anthropic: per essersi opposta alla rimozione dei propri vincoli etici e aver rifiutato l’impiego dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per sistemi d’arma letali autonomi, la compagnia guidata da D. Amodei non è stata semplicemente esclusa dalle commesse, ma è stata formalmente bollata dal Pentagono come «minaccia alla sicurezza nazionale» (supply chain risk), per la prima volta applicato a un’azienda statunitense. La resistenza del capitale alla logica del potere decisionale produce la sua immediata criminalizzazione e il suo bando dall’architettura dello Stato.

Non si tratta tuttavia di una semplice espropriazione unilaterale. Segmenti rilevanti del capitale finanziario transnazionale – dai grandi asset manager come BlackRock e Vanguard fino ai fondi sovrani – detengono partecipazioni incrociate sia nei colossi della difesa sia nell’economia civile. Essi, attraverso le partecipate dell’industria bellica, fungono da backdoor per l’inoculazione di un controflusso decisionale del Pentagono all’interno delle istituzioni dello Stato. La relazione è, in questo caso, di simbiosi selettiva e gerarchizzata in quello che definiamo stratocapitalismo: la Classe Armata impone la priorità del controllo e della riproduzione del Pluspotere, subordinando il capitale alle esigenze del circuito P→D→P’. Il capitale finanziario non guida la strategia geopolitica, ma ne estrae rendita. In questo senso, la Classe Armata non annienta la Borghesia, ma la depone dalla sua funzione sovrana, sottoponendola a una vera e propria mezzadria del capitale.

La Classe Armata si configura così come una neo-classe dominante che esercita la propria sovranità attraverso istituzioni imperative transnazionali: la Nato – la cui funzione storica è paragonabile a ciò che fu il Comintern per l’Internazionale comunista –, il comparto militare-industriale integrato globale (da sottrarre all’obsoleta nozione di «complesso»), la rete dei ministeri della Difesa occidentali e la tecnocrazia di Bruxelles. Quest’ultima, nella sua costante e autodistruttiva opposizione a qualsiasi risoluzione negoziata in Ucraina, sembra rispondere a una pervicace irrazionalità politica; laddove obbedisce, in realtà, alle pure forze automatiche di autoconservazione di questa architettura sovranazionale della Classe Armata.

 

Invisibilità ermeneutica, Indice GPR e la re-feudalizzazione delle armi

Inseguendo da oltre mezzo secolo la soddisfazione dei propri sempre maggiori bisogni di riproduzione in via automatica, questa neo-classe, come il potere senza responsabilità di Creonte nell’Edipo Re di Sofocle, è rimasta finora invisibile anche ai radar ermeneutici più sensibili. Le risorse gigantesche che essa drena dal corpo sociale – pari al Pil di una delle prime economie mondiali, cosa che ne fa una sorta di nazione fantasma – vengono ignorate dal pensiero economico dominante, come attestano i monumentali volumi di Thomas Piketty, in cui non ve ne è menzione. Eppure, inconsce tracce di questo campo super-gravitazionale affiorano nella sfera pubblica: una potente ricognizione indiretta è ravvisabile nell’Indice di Rischio Geopolitico (Geopolitical Risk Index, Gpr) di Dario Caldara e Matteo Iacoviello, adottato dalla Federal Reserve nel 2017. L’Indice Gpr poggia sull’assunto che i fattori di rischio geopolitico siano divenuti esogeni al capitale. Ma il più potente apparato militare della storia – che de jure dovrebbe essere uno strumento del capitale – non dovrebbe temere alcuna variabile esterna se non fosse esso stesso l’autentico fattore fuori controllo. La Classe Armata non subisce il rischio geopolitico: lo produce come asse portante del proprio ciclo di accumulazione. Il presunto fattore esogeno registrato dalla Fed – alla stregua di un interferometro che capta perturbazioni spazio-temporali indicando un’invisibile singolarità oltre l’orizzonte degli eventi – non è che l’attività endogena di questo terzo attore della storia.

 

Conclusioni

Privati i cittadini del monopolio della violenza legittima – un diritto conquistato in secoli di lotte contro l’aristocrazia feudale, dai Comuni alle rivoluzioni del Settecento, fino ai dibattiti in Costituente sull’articolo 52 –, la professionalizzazione degli eserciti ha reciso il legame fondante tra cittadinanza e responsabilità militare, quale sostanza prepolitica dell’eguaglianza di fronte alla legge nonché chiave di volta della architettura statuale illuminista. Spezzata questa relazione politica – formulata nel costrutto repubblicano di Tito Livio, secondo cui solo colui che difende lo Stato con le armi ha diritto di parola nelle assemblee, e tramandata da Machiavelli, Harrington e Rousseau come sostrato dell’autentica libertas –, la Classe Armata si è costituita attorno al possesso esclusivo dei mezzi di distruzione. Essa ha così sequestrato e privatizzato, mutandola in monopolio corporativo, quella res communis – le armi da guerra dello Stato – che le rivoluzioni di matrice illuminista, sia di natura borghese che operaia, avevano inteso restituire per sempre alla res publica.

Guardata attraverso questa griglia, la sequenza geopolitica occidentale post-1991 cessa di apparire come una serie di eclatanti errori strategici e irrazionali autolesionismi della direzione storica del capitalismo: dalla fusione strategica tra Russia e Cina, fino alla crisi in Iran – che minaccia di infliggere il colpo di grazia all’economia mondiale e che pure autorevoli analisi continuano ad attribuire a pura irrazionalità –, passando per l’escalation sul piano inclinato contro la prima superpotenza nucleare del pianeta. Tra il crollo dell’Urss e il riassestamento multipolare del quadro globale (l’ascesa cinese e il ritorno della Russia), gli Stati Uniti avevano goduto di una finestra di egemonia assoluta durata vent’anni. La Borghesia capitalistica, penetrando negli spazi vinti con la fine della Guerra Fredda, stava efficacemente consolidando il dividendo della vittoria con mercato e soft power, assimilando o corrompendo le resistenze delle élites sconfitte.

In questo schema ha fatto irruzione il metabolismo automatico della Classe Armata: guerre preventive, occupazioni indefinite e bilanci ipertrofici che hanno divorato oltre otto mila miliardi di dollari solo per le campagne post-11 settembre. Imponendo al capitalismo – in una lotta di classe né dichiarata né recepita, che definiamo per questo asimmetrica – l’abbandono del mercato e delle economiche risorse russe (con il primo occupato dalla Cina e le seconde reindirizzate a Est e a Sud, per un danno sistemico all’Occidente, difficilmente immaginabile come reversibile, valutabile anch’esso in migliaia di miliardi), questa dinamica entropica ha accelerato la deindustrializzazione euro-americana e regalato a Pechino il tempo per passare, in soli due decenni, dal 2% al 18% del PIL mondiale, arrivando a depositare il triplo di brevetti tecnologici civili rispetto agli Usa.

Come la Teoria delle Stringhe in fisica ambisce a operare quale paradigma unificato volto a superare l’attuale incompatibilità strutturale tra Relatività Generale e Meccanica Quantistica, integrando le forze fondamentali in un’unica grammatica coerente, così la teorizzazione della Classe Armata – in quanto singolarità finora inosservata nell’orizzonte degli eventi storici contemporanei – non invalida il ruolo del Capitale e degli Stati con i loro innumerevoli vettori causali, ma evidenzia come essi tendano inconsapevolmente a essere sussunti o a reagire, al di fuori del contesto occidentale – entro la logica di riproduzione di questo nuovo soggetto storico, fondato sui mezzi della violenza e sull’accumulazione autonoma di Pluspotere (P’).

Ed è proprio agendo come una forza super-gravitazionale – tipica delle singolarità – capace di curvare le traiettorie e distorcere le orbite del Capitale e della Politica, che l’introduzione di questo nuovo fattore Classe Armata nell’equazione degli eventi mira a superare la cieca ermeneutica della pura complessità, sempre più simile a un disegno di Escher. Si giunge così a un tentativo di rigorosa decodifica causale del disordine contemporaneo: un’ipotesi di ricerca aperta che restituisca al materialismo storico, in sinergia con ogni altro strumento teorico — entro una complessa ecologia epistemologica —, la sua potenza esplicativa per leggere la storia presente e fornirci le armi concettuali necessarie per almeno tentare di evitare la catastrofe.

 

 

Immagine: da Finché c’è guerra c’è speranza, regia di Alberto Sordi, 1974