a) Cambiare il paradigma

La crisi del capitalismo finanziario, attraversato da una gigantesca bolla che trova alimento quasi esclusivamente dal trasferimento del risparmio di buona parte del mondo “occidentale” in direzione delle Borse americane e in particolare verso un numero ristretto di titoli di società partecipate dai grandi gestori globali di tali risparmi, sta dunque rapidamente aggravandosi, esasperando ancor più la propria natura predatoria con lo smantellamento dei sistemi di Welfare, e delle stesse sovranità democratiche, per continuare a creare nuovi soggetti che hanno bisogno della finanza.

Al di là del superamento definitivo un simile modello mi sembra indispensabile, in conclusione, provare a definire alcuni passaggi propedeutici per muoversi in tale direzione, partendo dal piano europeo e indicando otto punti generali a cui far seguire le ipotesi di una trasformazione italiana.

1) È necessaria la reintroduzione di forme di limitazione di circolazione dei capitali che dovrebbero restituire una dimensione “territoriale” alla gestione dei capitali stessi e dei risparmi. L’unica dominante non può essere rappresentata dal massimo rendimento finanziario, a prescindere dalle effettive ricadute sui tessuti produttivi e sui livelli e sulla qualità del lavoro e della sua retribuzione. L’ideologia del superamento dei vincoli sociali, e più in generale il processo di affidamento alla finanza e alla sua infinita ingegneria, non può motivare un’idea di mercato dove la determinazione del valore è solo finanziaria. Per evitare ciò occorre appunto una normativa, statale ed europea, che impedisca quella corsa verso la finanza degli Stati Uniti, iniziata fin dall’era reaganiana. La costruzione di macroaree regionali di circolazione di capitali e risparmi e l’introduzione di vincoli specifici alla loro destinazione devono rappresentare l’oggetto di uno sforzo politico profondamente radicale e innovativo.

2) È necessaria una drastica riduzione del numero e delle tipologie di strumenti finanziari, finalizzati a moltiplicare le ricadute “diffuse” dell’altrimenti insufficiente capacità della finanza di generare ricchezza. Soprattutto, risulta indispensabile evitare una sua eccessiva concentrazione destinata a creare un vero conflitto sociale. Gli strumenti della “democratizzazione” della finanza, messi a disposizione di tutti e inseriti nei sempre crescenti fondi pensione privati e nelle infinite polizze assicurative, sono lo strumento di tenuta del sistema capitalistico attraverso l’allargamento costante della platea dei coinvolti nella finanza. Le normative degli ultimi tre decenni si sono mosse in tale direzione, consentendo l’esplosione della finanza “derivata” nelle sue infinite forme – basti pensare agli Etf – rivolte a un pubblico socialmente sempre più vasto. Questo processo deve essere invertito, cancellando gran parte di tali strumenti nell’intento, chiaro, di riportare la finanza a una dimensione esclusivamente legata all’economia reale e di far svanire l’illusione della rimozione del rischio che non graverebbe più, proprio per la duttilità dei nuovi strumenti finanziari, sul “popolo” dei risparmiatori, “liberati” dall’oppressione dello Stato. In questo senso il neoliberalismo ha saputo costruire l’identificazione della finanza come il massimo strumento di libertà individuale, proprio facendo scomparire il rischio con un formidabile esercizio di narrazione illusionistica.

3) È necessaria una radicale riforma fiscale, intesa come strumento per spostare il prelievo dal lavoro dipendente e dai consumi in direzione della rendita, a cominciare da quella finanziaria. Non è più tollerabile che proprio la rendita finanziaria sia la forma di reddito e di ricchezza che paga meno imposte, mentre continua a essere mantenuto in vita un principio ottocentesco di tassazione basato sul lavoro. Patrimoniali, imposte di successione, imposte sulla rendita dotate di forte progressività sono le condizioni per generare un gettito in grado di sostenere la spesa sociale indispensabile a bloccare la privatizzazione degli Stati. In questo senso è indispensabile superare la logica della tassazione straordinaria degli extraprofitti che dovrebbe trasformarsi in un incremento strutturale del prelievo nei confronti dei settori a maggiore rendimento finanziario.

4) È necessario ricostituire forme di credito pubblico, a cominciare da istituti creditizi e assicurativi, per sostituire i grandi colossi privati nella gestione del risparmio e nella erogazione di un credito produttivo, non finanziarizzato, e sostenuto appunto dalla enorme mole di risparmi che, attualmente, si spostano, attraverso la gestione dei grandi fondi americani, per circa il 60% in direzione degli Stati Uniti. Lo snaturamento, nel caso italiano, della Cassa Depositi e Prestiti, ormai quasi totalmente finanziarizzata, e la funzione altrettanto finanziaria di realtà come Invitalia e Invimit richiedono un radicale ripensamento di simili strumenti, la cui proprietà pubblica è ora solo ancillare alla garanzia per operazioni di natura totalmente di interesse privatistico.

5) È necessario evitare qualsiasi privatizzazione dei monopoli naturali, a cominciare dal vasto sistema di servizi pubblici essenziali, che stanno diventando uno dei terreni di conquista dei grandi gestori privati del risparmio, attratti proprio dalla natura di monopoli naturali, tipica di tali servizi e dalle garanzie delle tariffe pagate dagli utenti. Anche di qui passa un pezzo rilevante della finanziarizzazione dei risparmi.

6) Servirebbe una vera banca centrale, capace di operare la monetizzazione dei debiti pubblici, in maniera da favorire gli investimenti pubblici indispensabili per affrontare la crisi climatica e per operare in direzione della riduzione delle disuguaglianze. Non bastano certo limitate partite di eurobond, la cui emissione costituisce una forma decisamente pericolosa e costosa di concorrenza nei riguardi dei debiti dei singoli paesi, a cominciare da quelli più grandi. In questo senso appare rilevante l’utilizzo strategico dell’euro che non può essere solo una moneta di stabilizzazione del valore del debito, ma dovrebbe avere l’ambizione, proprio per la sua forza strutturale, destinata peraltro a sottrarre capacità di esportazione alle economie europee, di essere strumento di finanziamento pubblico, certo non messo a repentaglio, in questa fase, dalla debolezza del dollaro. Inoltre proprio la condizione di debolezza del dollaro, può consentire all’euro di occupare un posto di primo piano tra le valute di riserva; una condizione resa ancora più fattibile dalla gigantesca mole del debito federale degli Stati Uniti, cosí grande da rendere possibili politiche espansive in sede europea e da parte dei singoli Stati, garantiti dall’euro, senza il rischio di eccessive svalutazioni e di aumento dei tassi d’interesse.

7) Per ridurre l’insostenibile dipendenza dai sistemi di pagamento in dollari e dalla pressoché totale irrilevanza dell’Unione europea in tale ambito occorrete rivedere, in maniera chiara, il monopolio del sistema Swift, avviando relazioni strette con i paesi Brics per trovare una soluzione comune.

8) È superfluo ricordare l’insostenibilità di paradisi fiscali interni all’Unione europea e tutte le forme di dumping fiscale che dovrebbero essere rapidamente smantellate. Una particolare attenzione dovrebbe essere riservata al risparmio cinese e alla ristrutturazione in atto della finanza di quel paese e in generale di alcuni grandi paesi del Sud globale perché potrebbero diventare, all’interno di accordi di natura bilaterale, risorse fondamentali per la ripresa economica europea.

 

b) Ricette per la crisi fiscale italiana

Vengo ora ai temi più italiani e parto da una proposta “populista”, ma a mio parere ancora necessaria per affrontare una trasformazione profonda, un cambiamento di prospettiva. In una fase di recessione costantemente incombente, dovremmo tornare a dedicare maggiore attenzione a quanto l’apparato pubblico spende per politici e alti dirigenti: provo a mettere in fila qualche numero. La Camera dei deputati e il Senato incidono sul bilancio pubblico per quasi 2 miliardi di euro l’anno. Un altro miliardo è relativo alla voce dei Consigli Regionali con retribuzioni medie mensili di 11.000 euro lordi. La “testa” della dirigenza pubblica: Stato, Regioni e enti locali prevede una spesa di 3 miliardi l’anno. Ci sono poi 360 milioni di euro di vitalizi e 560 milioni per i Consigli di amministrazione delle partecipate. In estrema sintesi, siamo di fronte a una spesa annua di circa 7 miliardi di euro che, forse, di fronte a una recessione incipiente, dovrebbero essere ridotti per dare il senso della condivisione delle difficoltà. Altrimenti a pagare saranno solo i contribuenti onesti. Ma c’è un dato ancora più impressionante. Nel nostro paese il 18% delle partecipate pubbliche non ha dipendenti, ma ha invece amministratori e in generale il costo degli enti “inerti”, appunto, è pari a 12 miliardi di euro. Non ce lo possiamo permettere. Mettendo insieme un taglio delle spese della politica e dell’alta dirigenza e quello degli enti inerti avremmo minori spese, e più risorse collettive, per quasi 20 miliardi di euro. Ci sono poi i casi particolari: Giovanni Malagò, presidente del Coni per 12 anni ha preso ogni anno 179.000 euro e ora Geronimo La Russa, presidente Aci, ne prende 126.000, a cui aggiunge 24.000 euro come consigliere della Metropolitana di Milano. Si tratta solo di alcuni, macabri, esempi, a cui aggiungerei quello di Luigi Di Maio che per il suo incarico europeo percepisce 300.000 euro l’anno, a cui contribuisce anche il nostro paese. Per chiudere questa breve galleria quotidiana degli orrori vale la pena ricordare un episodio eloquente. Il governo Meloni ha nominato la nuova presidente di Eni, Giuseppina Di Foggia, che era amministratrice delegata di Terna. C’è stato però un problema perché Di Foggia, per lasciare la sua attuale carica, intendeva avere per intero la buonuscita da 7,3 milioni di euro per la sua presenza a Terna, iniziata nel maggio 2023 ma la legge prevede che tale incredibile buonuscita non le spetta perché Terna e Eni sono entrambe riconducibili all’azionista Cassa Depositi e Prestiti. In sintesi, il governo sceglie la sua candidata per spostarla da un posto super-pagato a un altro super-pagato, ma la candidata voleva 7,3 milioni di liquidazione per circa 3 anni di lavoro.

Il taglio dei costi, non certamente pensato con i tratti della pericolosissima spending review riconducibile alle infernali forme dell’austerity, non è tuttavia l’asse portante della grande trasformazione necessaria per abbandonare definitivamente il morbo neoliberale.

Come ricordato a più riprese, il gettito fiscale complessivo nel nostro paese è sempre più insufficiente a sostenere una spesa pubblica che garantisca i servizi essenziali e dunque la gran parte della popolazione è costretta a ricorrere ai fondi privati. Ma perché il gettito è insufficiente e, soprattutto, ingiusto? Per due ragioni. La prima molto semplice. Nel 2024 le imposte incassate dallo Stato sono state di poco inferiori ai 650 miliardi di euro, di cui circa la metà provengono da imposte indirette che colpiscono tutti in base ai consumi e non in base al reddito; quindi sono tutt’altro che progressive. La seconda ragione è apparentemente più complessa e riguarda l’Irpef che è oramai pagata solo da chi non ha la possibilità di scegliere altri regimi fiscali, decisamente più favorevoli. Provo a essere più chiaro tornando su un tema già trattato: il gettito Irpef è stato nel 2024 pari a 240 miliardi di euro su un totale di gettito delle imposte dirette di circa 340 miliardi. I 100 miliardi di differenza sono stati coperti da 3,6 miliardi di euro di flat tax, 54,7 miliardi di Ires, 4,8 miliardi di cedolare secca, 26,1 miliardi di capital gains e 14 da altre voci. Ora è chiaro che questi 100 miliardi sono stati coperti da contribuenti che hanno potuto scegliere fra Irpef e regimi fiscali più favorevoli (flat tax, capital gains, cedolare etc.) e hanno scelto in larga parte il regime più favorevole soprattutto nel caso dei redditi più alti. Ciò significa però un mancato gettito per la collettività che in parte viene pagato da chi non può scegliere il regime fiscale (lavoratori dipendenti e pensionati) e in parte viene sottratto alla possibilità di una spesa pubblica per i servizi essenziali, sostituiti cosí forzatamente dai fondi finanziari.

Allora ecco alcune proposte specifiche:

1) Creare una nuova aliquota massima dell’Irpef fissata al 50% per i redditi superiori ai 200 mila euro annuo, mantenendo l’attuale 43% per la fascia tra 50.000 e 200.000 euro. I contribuenti che dichiarano più di 200.000 euro in Italia sono circa 210.000-220.000 persone (lo 0,5% circa del totale dei contribuenti). Questa fascia di contribuenti dichiara complessivamente redditi molto elevati. La quota di reddito che effettivamente “supera” la soglia dei 200.000 euro è stimata tra i 35 e i 40 miliardi di euro. Applicando il 7% sulla base imponibile eccedente i 200.000 euro, si otterrebbe un gettito supplementare compreso tra 2,5 e 3 miliardi di euro all’anno.

2) Aumentare l’aliquota Ires per le imprese energetiche al 35%. Secondo i dati del Mef sulle dichiarazioni fiscali (riferiti all’anno d’imposta 2023, pubblicati nel 2024-2025), il reddito imponibile dichiarato dalle società del solo settore “Fornitura di energia elettrica e gas” (Ateco 35) è di circa 10,1 miliardi di euro. Se si aggiungono le attività di raffinazione, estrazione e il grande commercio di prodotti petroliferi, la base imponibile complessiva del settore energetico “allargato” si stima tra i 15 e i 20 miliardi di euro. Applicando l’incremento dell’11% (passaggio dal 24% al 35%) su questa base, si otterrebbe un gettito supplementare annuo compreso tra 1,6 e 2,2 miliardi di euro.

3) Aumentare l’aliquota Ires sulle banche al 35%. Considerando le rettifiche fiscali, si può stimare una base imponibile aggregata per il settore creditizio in Italia che oscilla tra i 35 e i 45 miliardi di euro. Con l’aliquota al 35%, il gettito extra per lo Stato sarebbe compreso mediamente tra i 2,5 e i 3,5 miliardi di euro all’anno.

4) Introdurre una patrimoniale del’1% sui patrimoni netti superiori ai 4 milioni di euro. Si stima che i soggetti con un patrimonio netto superiore a questa soglia siano circa lo 0,3% – 0,4% della popolazione adulta, ovvero circa 150.000-200.000 individui. Alla luce di ciò la base imponibile sarebbe stimata intorno ai 500 miliardi, con un gettito annuo di circa 5 miliardi. Quindi, in totale le quattro misure ipotizzate potrebbero garantire maggiori entrate alle casse pubbliche per circa 12 miliardi in più ogni anno. Si tratterebbe di misure volte a restituire giustizia fiscale e a trovare risorse per battere le disuguaglianze sociali, destinandole alla sanità e all’istruzione pubblica in primo luogo.

Forse una forza di sinistra dovrebbe pensare a questa necessità, a cui aggiungerne un’altra.

Eni, la cui proprietà è ormai pubblica solo per circa il 30%, sta facendo profitti enormi. Con l’aumento del prezzo del petrolio, Eni avrà profitti ancora più alti perché si occupa di estrazione e raffinazione del petrolio. Tramite Plenitude poi Eni fa profitti anche sulle bollette del gas. L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, ha dichiarato che tutti i maggiori profitti verranno pagati agli azionisti che beneficeranno anche di un buy back da 1,5 miliardi. Quindi il 70% dei profitti andrà ai grandi fondi americani che sono gli azionisti principali di Eni e, di conseguenza, di Plenitude. Nel frattempo il governo ha finanziato, tagliando ancora di più sulla spesa pubblica, una riduzione di 25 centesimi sul gasolio e dovrà immaginare misure di sostegno alle imprese e alle famiglie molto costose e di limitata efficacia. Di fronte a ciò la domanda è semplice. Ma perché non rinazionalizzare Eni e trasferire i profitti per intero allo Stato con cui finanziare la spesa sociale e, magari, cambiare le pratiche finanziarie promosse dai grandi azionisti privati, affamati di dividendi da ricavare dallo sfruttamento selvaggio dei combustibili fossili? Avere Eni pubblica vorrebbe dire non regalare soldi ai fondi Usa, fare politica energetica e ridurre le bollette. Non sarebbe difficile.

Come farlo? Partiamo da qualche numero: dal 2021 al 2025 Eni, Enel e Terna hanno realizzato utili per poco meno di 70 miliardi di dollari destinati per circa il 75% a dividendi, che per il 70% sono finiti nelle mani di soci privati. A questi benefici per i privati andrebbero aggiunti anche quelli che in futuro Eni potrebbe ottenere dalla cattura e dallo stoccaggio di CO2 e quelli di Eni Plenitude che ogni anno realizza circa 1 miliardo di euro di utili dalla vendita di gas a una clientela in gran parte italiana. Bisogna ricordare inoltre che Eni opera sul mercato dei certificati di emissione, facendo oggi un’attività finanziaria che contribuisce a rendere tali certificati più costosi per le imprese. Ora, come si potrebbe uscire da questa situazione? Penso che sarebbe immaginabile usare Cassa Depositi e Prestiti che potrebbe emettere un prestito obbligazionario garantito dai dividendi di Eni, Enel e Terna, per comprare ogni anno il 5% del capitale di Eni e Enel in particolare senza far scattare l’obbligo dell’Opa totalitaria. In tal modo nel giro di pochissimi anni lo Stato potrebbe tornare sopra il 50,1% del capitale – avendo quindi un controllo effettivo al di là dell’insulso Golden Power – pagando agli azionisti privati un totale di circa 25 miliardi di euro. Con tale scelta lo Stato tornerebbe a poter fare scelte politiche in materia energetica e i risparmiatori italiani potrebbero acquistare da Cdp un’obbligazione sicura e destinata a migliorare la situazione nazionale. Tutto ciò ovviamente renderebbe anche le bollette meno costose. Naturalmente i sacerdoti del mercato diranno che è meglio, e meno rischioso, regalare ogni anno ai grandi fondi americani qualche miliardo di euro di dividendi dell’energia italiana e consegnare i risparmiatori nazionali ai loro prodotti di gestione del risparmio.

Una politica per il bene comune non sarebbe difficile, basterebbe leggere qualche numero, avendo chiara una considerazione sempre più evidente a livello globale. La finanziarizzazione ha generato disuguaglianze crescenti, tanto profonde da contribuire a mettere in crisi le democrazie liberali sia sul piano della loro stessa sostanza democratica sia su quello della capacità di trovare consenso popolare. In questo senso, la finanziarizzazione ha reso il capitalismo del tutto incompatibile con l’assetto liberale e ha determinato una declinazione politica dello stesso liberalismo in termini decisamente poco democratici, rendendolo bisognoso, proprio per restare in vita, di strutture autocratiche e repressive: la finanziarizzazione produce un modello sociale talmente ingiusto e insopportabile che non può reggere senza una compressione profonda degli spazi di democrazia. La battaglia contro la finanziarizzazione è dunque, inevitabilmente, un impegno civile e sociale di difesa democratica.