Se le cose potessero parlare quanti palazzi, giardini, monumenti ci insegnerebbero la storia e ci racconterebbero le storie? In Italia, poi, a ogni angolo c’è qualcosa che merita di prendere la parola. Le riflessioni che seguono sono stimolate da un edificio della Roma rinascimentale, Palazzo Cesi, e da un volume illustrato che lo riguarda, con prefazioni della soprintendente speciale di Roma e di un alto magistrato militare, promotore e responsabile del progetto[1].
A parte la bellezza del contesto e alcune memorie storiche, Palazzo Cesi non è dei migliori; l’insieme è disarmonico e dentro non ci sono cose davvero importanti. Il complesso, cresciuto nel corso dei secoli, nel Ventesimo doveva diventare un quadrilatero, ma di fatto consta di due lati e poco più, intorno a un giardino. Si tratta di un edificio antico a Sud, a via della Maschera d’Oro, che prosegue brevemente a Ovest, e di un corpo di fabbrica a Est, su via degli Acquasparta, realizzato negli anni Trenta del Novecento seguendo un disegno infelice (solo dopo vari progetti respinti, uno fu accettato[2]). Sul resto del perimetro ci sono manufatti estranei o non c’è nulla; manca anche una strada inizialmente prevista dal piano regolatore, a Nord.
Il motivo principale della pubblicazione del volume si riconosce nel fatto che Palazzo Cesi è sede degli uffici centrali della giustizia militare, ricordata già nel titolo; del resto, è stato realizzato grazie a un magistrato della struttura e ha sul risvolto di copertina lo stemma della giustizia castrense. Anche la presentazione, nel 2022, è stata fatta nel Palazzo. Ricordiamo subito che proprio nell’edificio, e sotto il controllo della giustizia militare, l’archivio con le indagini sulle stragi nazifasciste commesse dal 1943 al 1945 è rimasto custodito per mezzo secolo, sino a metà degli anni Novanta, senza che sia stata fatta giustizia. È lo scandalo noto come Armadio della vergogna.
Incredibilmente – ma è proprio una sorpresa? – come sull’edificio non c’è una lapide a ricordare quel fatto tremendo, così il volume non dedica allo scandalo neanche una parola. Eppure le occasioni per parlarne non mancano: contiene un ricordo generico che lì si sono celebrati processi su quelle stragi; ci sono due fotografie dell’angolo esterno, con un’edicola religiosa, fuori, tra via della Maschera d’Oro e piazza Lancellotti, che è a pochi metri dalle stanze dove si trovava il misterioso archivio, dentro[3]; si vedono anche planimetrie che comprendono quella parte del Palazzo. Ma niente.
Tutto sommato, la sede ideale per parlarne sarebbe stata la prefazione del promotore e responsabile del progetto, Roberto Bellelli, all’epoca della pubblicazione presidente di un ufficio giudiziario militare e poi destinato alla Procura generale militare in Cassazione. Va citato, nel percorso professionale di Bellelli, anche un incarico di rilievo internazionale che ha un punto di contatto importante con la questione delle stragi. Dopo che l’Italia aveva cominciato a condannare lo Stato tedesco ai risarcimenti per stragi e deportazioni, si è svolto dal 2008 al 2012 un processo alla Corte internazionale di giustizia, all’Aia, in cui la Germania, quasi per lesa maestà, ha rivendicato la sua immunità a danno dell’Italia e soprattutto delle vittime. Bellelli, allora addetto giuridico presso l’Ambasciata italiana all’Aia, insieme ad altri è stato legal adviser della Repubblica italiana proprio in quel processo: una vertenza epocale per significato giuridico, politico, morale e storico. Davanti alla Corte la difesa dell’Italia è stata incerta, acquiescente, e l’esito è stato una pronuncia favorevole alla ragion di Stato e contraria alla giustizia sui crimini di guerra e contro l’umanità[4]. Adesso, nel volume, Bellelli nomina sì i processi Kappler e Priebke, ma tace su mezzo secolo di insabbiamento[5]. Invece il libro è fitto di dati minuziosi sull’architettura, sui proprietari dell’edificio, sulle opere che contiene e su vicende che lo riguardano. Il silenzio sull’Armadio della vergogna si riempie di altre notizie; qui proviamo a raccoglierle perché si prestano a considerazioni, a spigolature che ci portano dove i confezionatori del volume, forse, non avevano pensato di andare. Certe macchie riaffiorano sempre: specialmente quelle di sangue.
Sul proprietario più illustre del Palazzo, Federico Cesi, fondatore dell’Accademia dei Lincei, nel libro ci sono cose, ma la sostanza – la novità dell’iniziativa, il suo significato per la storia del lavoro intellettuale, l’asservimento portato dal fascismo, il senso del successivo recupero – non viene neanche introdotta[6]. Il Linceo accolse qui e in un altro palazzo, ad Acquasparta, un ospite straordinario: Galileo Galilei. Il libro gli dedica qualche cenno ed è trascritta una lapide esterna del 1872:
«Il principe Federico Cesi romano
che stretto da persecuzioni maligne
mantenne l’ardore della scienza
investigatore illustre della natura
dell’accademia de Lincei fondatore
in questo palazzo di sua famiglia
accolse le dotte adunanze
e l’amico suo Galilei
S.P.Q.R. 1872».
Si dovette aspettare la fine del potere temporale dei papi per mettere un segno della presenza di quel grande. Qui, di Galileo, allo scarno ricordo offerto dal libro bisogna aggiungere qualcosa da una sua composizione in versi berneschi, Capitolo contro il portar la toga, a proposito degli orpelli esteriori imposti dalle convenienze sociali:
«Sappi che questi tratti tutti quanti
furon trovati da qualcuno astuto,
per dar canzone e pasto agli ignoranti,
che tengon più valente e più saputo
questo di quel, secondo ch’egli arà
una toga di rascia o di velluto»[7].
Si riferisce alla toga accademica, non a quella da aula giudiziaria, ma la questione del rapporto tra sfarzo e intelligenza, tra pompa e sostanza delle persone, tra edifici e loro frequentatori, è molto simile. E in punto di vanità, la vittoria delle apparenze sui meriti non risparmia né professori né giuristi.
Grazie a un documento del 1708 si sa che il Palazzo aveva una finestra da cui si poteva assistere alle messe nell’adiacente chiesa di San Simeone Profeta, che affaccia su piazza Lancellotti; un privilegio tipico delle famiglie nobili[8]. L’attuale camera di consiglio della Corte militare d’appello, invece, si trova in un vano che un tempo conteneva la parte alta della scala originaria del Palazzo; nel Seicento, quando più a Est fu realizzato un imponente scalone, la vecchia scala fu interrotta al primo piano, realizzando nella parte superiore del vano, al piano nobile, una cappella[9]. Insomma, la camera di consiglio di oggi fu per un periodo la parte alta di un vano scale e poi una cappella. Dove adesso si decidono i processi militari, un tempo c’erano l’andirivieni sulle scale o le funzioni religiose domestiche (in fondo, cose tipiche di una società cortigiana e clericale). Non c’è un’asimmetrica rispondenza, fra la chiesa con finestra e la camera di consiglio protetta dal segreto? Nella società aristocratica i signori guardano privatamente i chierici che officiano i misteri divini; oggi il popolo non vede i giuristi, clero intellettuale, mentre decidono la sorte delle persone officiando i misteri terreni; li vedono uscire dopo la decisione. Conseguenze del passaggio alla modernità, in cui si annidano bizzarrie, dispetti, contrattempi simbolici.
C’è un altro dispetto; anzi, è una beffa crudele. Federico Cesi, nel testo di presentazione dell’Accademia, Del natural desiderio di sapere et institutione de’ Lincei per adempimento di esso, si chiese: la voglia di sapere è innata nell’essere umano; ma allora perché c’è tanta ignoranza? E come si rimedia? La risposta fu la fondazione dell’istituto. L’Accademia doveva rimuovere gli ostacoli alla conoscenza, con questo punto di riferimento: «Propostasi l’oculatissima lince per continuo sprone e ricordo di procacciarsi quell’acutezza e penetratione dell’occhio della mente che è necessaria alla notitia delle cose, [per] risguardar minuta e diligentemente, e fuori e dentro, per quanto lece, gli oggetti tutti che si presentano in questo gran theatro della natura»[10].
Tanto tempo dopo, nel Palazzo di chi formulò questo proposito, per mezzo secolo è stata oscurata la conoscenza dell’estensione e della gravità delle stragi, ed è stato impedito l’uso delle prove necessarie a fare giustizia. L’oculatissima lince è stata accecata. I fatti, invece, bisogna vederli. Per questo, Galileo trasfigurato da Bertolt Brecht sa che per far conoscere il moto dei corpi celesti deve spingere i dubbiosi a guardare nel cannocchiale: «Anche i monaci sono uomini. Anch’essi soggiacciono alla seduzione delle prove. […] Io chiederò loro soltanto di credere ai loro occhi. La verità, quando è troppo debole per difendersi, deve passare all’attacco. Li prenderò per i capelli e li costringerò a guardare attraverso questo tubo!»[11].
Ancora sull’occhio della mente e sulla notitia delle cose. A Palazzo Cesi c’è la preziosa Biblioteca giuridica Federico Cesi, dove una targa dedica una sala a Enrico Santacroce, il procuratore generale militare che nel 1960 firmò l’oscena «archiviazione provvisoria» dei fascicoli sulle stragi. Cioè, la biblioteca è intitolata a chi volle occhi di lince; una sala, a chi ha voluto occhi di talpa.
Un avvenimento è presentato nel libro come chissà quale ghiottoneria. Dal 1798 il Palazzo è dei Pentini, una famiglia ricca ed entrata nella nobiltà papalina. Nel 1811, sotto occupazione francese, «un episodio eccezionale»; la sera del giovedì santo c’è una celebrazione religiosa: «La sala fu vagamente ridotta a cappella, il clero lateranense e vaticano vi fu rappresentato, il tutto si compì con grande maestà e segretezza. A perpetuare poi la memoria di un fatto così singolare, anzi unico nella storia, furono coniate medaglie con l’epigrafe “Ut lateranensis et vaticana basilica pentinia domus MDCCCXI”, motto che Pio VII dopo il ritorno alla sua sede volle che fosse aggiunto, in mezzo a due cannoni, simbolo della violenza, allo stemma gentilizio della famiglia Pentini»[12].
Al ritorno del papa il padrone di casa diventa cameriere d’onore di cappa e spada; suo figlio nel 1848 diventa ministro dell’interno e nel 1863 cardinale. Questa mascherata clericale del 1811 gronda spirito reazionario, nobiltà nera, potere. È il caso di ricordare che gli ultimi patrioti italiani decapitati a Roma, Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti, morirono per la libertà nel 1868: in quel momento il cardinale, cioè il figlio del padrone del Palazzo che mezzo secolo prima aveva ospitato la devota messinscena, era ancora un alto chierico, un uomo del potere temporale della Chiesa. Il papato era destinato a perdere Roma due anni dopo, con la Breccia di Porta Pia. E purtroppo a riprendersi uno Stato sovrano nel 1929, per colpa dei fascisti.
Naturalmente, col silenzio sull’Armadio della vergogna, nel libro la questione della collocazione esatta dell’archivio sulle stragi non riceve una risposta, ma si può fare qualche considerazione, tenendo conto sia della storia dell’edificio sia dei lavori della Commissione bicamerale istituita nel 2003[13]. L’archivio si trovava nell’angolo Sud-Ovest. Quell’ala remota del Palazzo, che in tempi lontani aveva una scala a chiocciola accessibile anche dall’esterno, sembra fosse destinata almeno in parte ai vani di servizio, anche nei piani superiori[14]. Nei secoli ha mantenuto una funzione appartata o ancillare, anche perché – murato l’accesso da fuori – rimane distante dal mondo esterno, lontana com’è sia dal portone illustre, su via della Maschera d’Oro, normalmente chiuso, sia dai due portoni novecenteschi su via degli Acquasparta, a Est, uno dei quali oggi è normalmente usato. La vicina scala, realizzata dopo sempre a Sud-Ovest, con la tromba poligonale e un ascensore, è tutt’ora collaterale e dimessa.
Sul momento iniziale preciso della presenza dell’archivio a Palazzo Cesi, a seguito della sua formazione o del suo arrivo, dal volume si ricava qualche traccia; il problema di fondo però non viene risolto, neanche dal punto di vista semplicemente fattuale. Nel 1939 si comincia a stabilire di destinare il Palazzo alla giustizia militare; l’espropriazione e l’«occupazione» sono nel 1940; nel 1943 si decidono importanti interventi edilizi, che poi non saranno realizzati del tutto, come si vede ancor oggi; nel 1948 l’edificio è accatastato dando conto della nuova destinazione (la situazione attuale non è pienamente conforme a quelle planimetrie)[15]. Una relazione del 14 luglio 1943 descrive quegli interventi ma precisa: «Il Palazzo Cesi propriamente detto [l’edificio con accesso da via della Maschera d’Oro] è in via di sistemazione con i lavori in corso di esecuzione dei quali il presente progetto non si occupa»[16]. Riassumendo. Pochi giorni prima della caduta del fascismo erano in corso lavori per la sistemazione del nucleo dove ora sono la Corte e, sopra, la Procura generale in Cassazione. Già, ma lì in quel momento c’erano anche gli uffici, in concreto, e quindi gli archivi? Lo svolgimento di lavori di per sé non lo esclude. E se non c’erano, quando vi sono stati trasferiti? prima o dopo il 1945? Sulla tempistica dell’Armadio, insomma, questo libro non parla neanche se interrogato.
Quanto alla chiesa di San Simeone Profeta, quella della finestra per assistere alle messe, che la burocrazia fascista – luglio 1943, con gli americani in Sicilia e i bombardamenti che stavano per colpire Roma – voleva assorbire nel grande fabbricato ma preoccupandosi di salvare la bella facciata, nel 1989, dopo una vertenza, il clero l’ha venduta a una società immobiliare[17]. È ancora in disuso e pare che non ci siano vincoli particolari. Non possiamo escludere di vederci, un giorno, un affittacamere o una pizzeria.
C’è una coerenza, chiediamoci adesso, fra il rammemorare minuzioso sull’edificio, sui proprietari, sulle mura e sui marmi, e il silenzio sulle stragi? In fondo, immaginare una coerenza voluta sembra un’accusa grave e invece propone una lettura ottimistica, di superficie. Sarebbe troppo facile e fuorviante, prendersela con chi ha realizzato questo volume. Più probabilmente si tratta di un abito mentale profondo, corrente in Italia e irrobustito negli ultimi anni, che connette la percezione della storia alle cose, meglio se di lusso, e che mette in ombra le persone, a meno che siano altolocate e portino con sé vicende sfarzose, avventurose, accattivanti.
Pier Paolo Pasolini il 1° agosto 1975, tre mesi prima dell’assassinio, in uno scritto poi compreso in Lettere luterane, segnala la forza attrattiva del Palazzo – spazio metaforico del potere – sulla narrazione; in quel caso la narrazione è il giornalismo dell’epoca: «Solo ciò che avviene “dentro il Palazzo” pare degno di attenzione e interesse: tutto il resto è minutaglia, brulichio, informità, seconda qualità… E naturalmente, di quanto accade “dentro il Palazzo”, ciò che veramente importa è la vita dei più potenti, di coloro che stanno ai vertici. Essere “seri” significa, pare, occuparsi di loro. Dei loro intrighi, delle loro alleanze, delle loro congiure, delle loro fortune; e, infine, anche, del loro modo di interpretare la realtà che sta “fuori dal Palazzo”»[18].
Già all’inizio della modernità, in Italia, un dentro e fuori, un’impermeabilità fra Palazzo e popolo è oggetto di attenzione. Francesco Guicciardini, prendendo le mosse dalla storiografia: «Non vi maravigliate che non si sappino le cose delle età passate, non quelle che si fanno nelle provincie o luoghi lontani: perché, se considerate bene, non s’ha vera notizia delle presenti, non di quelle che giornalmente si fanno in una medesima città; e spesso tra ’l palazzo e la piazza è una nebbia sì folta o uno muro sì grosso che, non vi penetrando l’occhio degli uomini, tanto sa el popolo di quello che fa chi governa o della ragione perché lo fa, quanto delle cose che fanno in India. E però si empie facilmente el mondo di opinione erronee e vane»[19].
Forse la questione è ancora più profonda. Il Palazzo non è solo una metafora e il fenomeno corre in più sensi: come i narratori – storici, giornalisti, testimoni, osservatori, persino oppressi e loro vittime – sono attenti alle vicende dei potenti e quindi alle loro sedi, così quelle sedi sequestrano la storia, cioè la vita. Questo spiega il seguito, e un po’ anche il libro su Palazzo Cesi. In ciò, allora, e non in scelte occasionali, sta la coerenza. Il Palazzo custodì i fascicoli sulle stragi e ora il fasto solido e museale del Palazzo si riprende la scena, come per riscuotere la sua mercede, per ribadire l’ordine. Il silenzio del volume, dunque, parla. Altri tacciono: pochi anni fa, sull’Armadio della vergogna, la magistratura militare non ha neanche risposto ad alcune domande[20].
C’è un silenzio che ripete propositi di immutabilità. Proprio il Galileo di Brecht osserva: «La gran parte della popolazione è tenuta dai suoi sovrani, dai suoi proprietari di terra e dai suoi preti, in una nebbia madreperlacea di superstizioni e di antiche sentenze, una nebbia che occulta gli intrighi di costoro. La misera condizione dei più è antica come le rocce, e dall’alto dei pulpiti e delle cattedre si suole dipingerla imperitura proprio come le rocce. […] Ma possiamo noi ripudiare la massa e conservarci ugualmente uomini di scienza? I movimenti [Bewegungen] dei corpi celesti sono divenuti più chiari; ma ai popoli restano pur sempre imperscrutabili le azioni [Bewegungen] dei potenti. E se la battaglia per la misurabilità dei cieli è stata vinta mediante il dubbio, la battaglia della massaia romana per il latte sarà sempre perduta a causa della credulità»[21]. La forza persuasiva della suggestione, che sia quella delle più rozze credenze o quella raffinata dell’arte e dello sfarzo, è dalla parte del potere.
Quella forza si regge su stili, nomi e paradigmi sedimentati; lo conferma un altro contrattempo. In un libro del 2016 sui giuristi e la Resistenza è riportata la notizia della presenza di Giuliano Vassalli a Palazzo Cesi. Vassalli nel 1944, sul finire dell’occupazione di Roma, fu catturato dai tedeschi; poi fu consegnato da loro al Vaticano e portato alla sede della congregazione dei Salvatoriani, cioè nel Palazzo Cesi-Armellini, in via della Conciliazione[22]. La sede della giustizia militare è a Palazzo Cesi-Gaddi, vicino a piazza Navona. Il rischio di malinteso poggia sulla somiglianza dei nomi, risultato di legami familiari e di potere stratificati nell’urbanizzazione.
Dice qualcosa anche un altro bizzarro dispetto involontario: Palazzo Cesi è sede della giustizia militare ed è in via della Maschera d’Oro. Dell’Antologia di Spoon River fa parte la poesia Carl Hamblin, quella incisa sulla tomba di Giuseppe Pinelli, vicino a Carrara; Pinelli è legato all’Antologia già da vivo: scrivendo a un altro anarchico arrestato gli propone proprio quel libro[23]. In Carl Hamblin la giustizia bendata viene smascherata:
«Un giovane col berretto rosso
balzò al suo fianco e le strappò la benda.
Ed ecco, le ciglia eran tutte corrose
sulle palpebre marce;
le pupille bruciate da un muco latteo;
la follia di un’anima morente
le era scritta su volto.
Ma la folla vide perché portava la benda»[24].
Hamblin, nell’Antologia, paga cara la pubblicazione di quel testo: la tipografia distrutta, lui coperto di catrame e di piume. Ogni epoca ha la sua Inquisizione, le sue, come dice la lapide del 1872, persecuzioni maligne.
Ci sono cose che non si devono sapere, che devono restare opache. Guicciardini quello vero e Galileo quello di Brecht denunciano l’attentato alla conoscenza nello stesso modo: nebbia. Quella densa, che nasconde. E che ci riporta a Pinelli: nel 1971 Camilla Cederna, nel suo libro su quei giorni, spiega così la difficoltà di dormire dopo il funerale delle vittime di Piazza Fontana: «Come se tutta quell’angoscia fosse entrata nelle ossa insieme a una nebbia mai vista che rendeva bassissimo il cielo e nero il mezzogiorno»; riferimenti alla nebbia compaiono altre volte, nel seguito, perché la nebbia fascia i fatti, incombe sul processo Calabresi-Lotta continua, si cerca invano di schiarirla[25].
Adesso qualcosa che non è nel libro da cui sono partite queste chiose; qualcosa che non ci deve essere e che voglio sia qui. A Palazzo Cesi, al primo piano del fabbricato novecentesco, c’è una piccola stanza. Lo spazio per una scrivania, un paio di seggiole e poco più. Alle pareti una riproduzione di Francesco Hayez, La Meditazione, un’altra dell’espressionista Ernst Ludwig Kirchner, artista compreso nella mostra nazista sull’arte degenerata Entartete Kunst, inaugurata nel 1937, e un ritratto uscito dall’estro di Giacomo Porzano. In Hayez splende una giovane donna; in Kirchner una ragazza siede deliziosa in compagnia di un gatto; quanto al ritratto, vi si affaccia una femminilità da cammeo.
La piccola stanza faceva parte di un alloggio, sino a non molti anni fa abitato; sulle chiavi per entrare in quell’area – tracce utili, le persistenze minime della burocrazia – si legge ancora «ex Bianchi». L’appartamento era in uso, appunto, ad Alessandro Bianchi, un dirigente di segreteria indicato anche come colonnello, citato varie volte nelle relazioni della Commissione bicamerale, con un ruolo che sa di misteri ma anche di intrecci pignoli e prosaici (a volte sono cerniere insospettabili di cose più grandi)[26]. Fra le relazioni è più approfondita quella di minoranza, in cui Bianchi è disegnato come una sorta di perno informale, un uomo che prima sa ma non si intesta decisioni, dopo decide di non sapere. Per la relazione di minoranza la versione di Bianchi «è assai poco convincente», «la sua attendibilità appare alquanto dubbia», la giustificazione che fornisce «appare poco credibile»[27]. Chi era Bianchi, davvero? lavorando e vivendo nel Palazzo, quanti magistrati incontrò e cosa sapeva sulla giustizia castrense? e sui fascicoli delle stragi?
Di certo – ancora bizzarrie, contrattempi – adesso la piccola stanza è il mio ufficio; la scelta di cosa mettere alle pareti è mia. Per descrivere il locale scelgo le parole di Zenone, nell’Opera al nero di Marguerite Yourcenar. Fa visita al priore dei cordiglieri, in una semplice cella, e lo trova immerso nella «notte oscura» dell’inquietudine e della critica alla Chiesa: che Lutero abbia ragione, quando rimprovera al clero la ricchezza? Zenone lo interrompe: «Il priore certo non ci abbaglia col suo lusso»[28]. Ora che ci penso, nell’epoca di ambientazione del romanzo la parte più antica del complesso di via della Maschera d’Oro esisteva già. Come passa, il tempo.
Di fronte alla fredda eternità delle pietre, mi prendo la libertà di affidare la memoria della mia presenza nel Palazzo Cesi alla rivista che Piero Calamandrei fondò nel 1945, quando scrisse che anche l’opera modesta vale, se serve a «riaprire un varco che permetta il passaggio di qualche uomo verso l’avvenire»[29]. Presenza fragile, la mia. Ma è in buone mani.
[1] Simonetta Valtieri (a cura di), Palazzo Cesi in via della Maschera d’Oro a Roma. L’ampliamento e le trasformazioni operate dal XVI al XX secolo nel palazzo, già Gaddi, ora sede della giustizia militare, GB EditoriA, Roma 2022. Il volume è promosso dall’associazione RinascimentiAmo: un Futuro per il Passato; oltre alle fotografie, contiene contributi di Enzo Bentivoglio, Ferruccio Ferruzzi, Giorgio Ortolani, Simonetta Valtieri.
[2] Ivi, pp. 123-133.
[3] Ivi, pp. 47 e 49.
[4] Mi permetto di rinviare a Luca Baiada, Il processo dell’Aia: Germania contro Italia, in «Questione giustizia», 2012 n. 3, pp. 185-194, e per alcuni aspetti a Luca Baiada, La sentenza della Corte costituzionale del 2014, la giurisprudenza italiana e una storia aperta, in Luca Baiada et al., La giustizia civile italiana nei confronti di Stati esteri per il risarcimento dei crimini di guerra e contro l’umanità, Editoriale Scientifica, Napoli 2023, pp. 93-233.
[5] Valtieri (a cura di), Palazzo Cesi in via della Maschera d’Oro a Roma, cit., p. 7.
[6] Ivi, pp. 75-77.
[7] Galileo Galilei, Contro il portar la toga, Edizioni ETS, Pisa 2005, pp. 18-19.
[8] Valtieri (a cura di), Palazzo Cesi in via della Maschera d’Oro a Roma, cit., p. 50.
[9] Ivi, pp. 66-67.
[10] Federico Cesi, Del natural desiderio di sapere et institutione de’ Lincei per adempimento di esso, in Maria Luisa Altieri Biagi, Bruno Basile (a cura di), Scienziati del Seicento, Riccardo Ricciardi Editore, Milano-Napoli 1980, pp. 39-70, specialmente p. 53.
[11] Bertolt Brecht, Vita di Galileo, trad. di Emilio Castellani, Einaudi, Torino 2014, p. 69.
[12] Valtieri (a cura di), Palazzo Cesi in via della Maschera d’Oro a Roma, cit., p. 81.
[13] Commissione parlamentare di inchiesta sulle cause dell’occultamento di fascicoli relativi a crimini nazifascisti, legge n. 107 del 2003.
[14] Valtieri (a cura di), Palazzo Cesi in via della Maschera d’Oro a Roma, cit., pp. 64, 65 e 67.
[15] Ivi, pp. 135 e ss.
[16] Relazione Progetto dei lavori di sistemazione e di ampliamento del Palazzo Cesi in Roma, a sede dei Tribunali Militari, 14 luglio 1943, in ivi, pp. 144-148, specialmente p. 146.
[17] Valtieri (a cura di), Palazzo Cesi in via della Maschera d’Oro a Roma, cit., p. 160.
[18] Pier Paolo Pasolini, Fuori dal Palazzo, in Lettere luterane. Il progresso come falso progresso, Einaudi, Torino 2003, p. 93.
[19] Francesco Guicciardini, Ricordi, Einaudi, Torino 2015, n. 141.
[20] Mi permetto di rinviare a Luca Baiada, Certe domande su crimini nazifascisti e giustizia militare, in questa Rivista, LXXX n. 4-5 (luglio-ottobre 2024), pp. 112-120.
[21] Brecht, Vita di Galileo, trad. di Emilio Castellani (parzialmente modificata), cit., pp. 237-239.
[22] La presenza in un Palazzo Cesi, non precisato, è in Barbara Pezzini e Stefano Rossi (a cura di), I giuristi e la Resistenza. Una biografia intellettuale del paese, FrancoAngeli, Milano 2016, p. 70, che cita ADSS, Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale, 10, Le Saint Siège et les victimes de la guerre, Janvier 1944 – Juillet 1945, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1980, pp. 220-222 e 281-282, secondo cui Vassalli rimase prigioniero delle SS sino a quando fu portato presso i Salvatoriani.
[23] Camilla Cederna, Pinelli. Una finestra sulla strage, il Saggiatore, Milano 2015, p. 17.
[24] Edgar Lee Master, Antologia di Spoon River, trad. di Fernanda Pivano, Einaudi, Torino 1996, p. 253.
[25] Cederna, Pinelli, cit., pp. 7, 16, 24, 56, 132 e 137.
[26] Commissione parlamentare di inchiesta, cit.; Bianchi nella Relazione di maggioranza è citato più di venti volte; nella Relazione di minoranza più di cinquanta volte.
[27] Commissione parlamentare di inchiesta, cit., Relazione di minoranza, pp. 328, 331 e 334.
[28] Marguerite Yourcenar, L’opera al nero, trad. di Marcello Mongardo, Feltrinelli, Milano 1985, p. 176.
[29] Editoriale, in «Il Ponte», I, n. 1 (aprile 1945).
Immagine: Roma, Palazzo Cesi, edicola religiosa (particolare)





