L’amministrazione Trump, come è costume dai tempi di Reagan, ha pubblicato la sua National Security Strategy (NSS)[1]. Si tratta di un documento complesso, spesso immaginifico più che analitico, che va compreso a fondo, andando oltre le frequenti formulazioni propagandistiche.
Il messaggio chiave del documento è che l’epoca dell’iperglobalizzazione economica, basata sull’assoluto dominio militare americano, è finita e chi vive nel passato deve ricredersi: «Dopo la fine della Guerra Fredda, le élites della politica estera americana si sono convinte che il dominio permanente degli Stati Uniti sul mondo intero fosse nel migliore interesse del nostro paese». In questa definizione rientrano i democratici come i repubblicani old style, come i vertici del Pentagono e dell’intelligence che non si rendono conto che fare il poliziotto del mondo non è più nell’interesse dell’America. Questa conclusione, che rovescia gli ultimi ottanta anni di storia, prende atto di una situazione reale con gli States ormai produttori secondari in molti settori essenziali dell’economia mondiale. Se ne trae anche l’inevitabile conseguenza economica: la fine del libero scambio. Sono state infatti prima la Royal Navy, poi la US Navy che hanno reso possibile il libero scambio pattugliando le rotte commerciali. Vengono dunque meno i pilastri su cui si è retta la politica internazionale per decenni e cambia l’obiettivo del governo americano, che diviene quello di garantire «la sopravvivenza e la sicurezza degli Stati Uniti come repubblica indipendente e sovrana, il cui governo garantisca i diritti naturali concessi da Dio ai suoi cittadini e dia priorità al loro benessere e ai loro interessi».
Questa missione quasi biblica è concretamente ridotta a impedire l’immigrazione, che acquisisce lo status di tema fondante dell’esistenza stessa dell’America: chi viene da fuori è il male. La NSS di Trump sposta così l’asse politica dai nemici esterni ai nemici interni. Il tema non è più la lotta tra democrazie e autocrazie, come nel documento di Biden, dove tutto ruotava attorno alla competizione con il blocco guidato da Cina e Russia da schiacciare in ogni modo[2], il punto diventa difendere la civiltà occidentale dall’arrivo degli immigrati. Si tratta di una visione quasi antropologica dell’immigrato come nemico contro cui è inutile addurre argomenti empirici, o ricordare che gli americani sono pressoché tutti immigrati e figli di immigrati, senza i quali l’America sarebbe un paese secondario nel panorama mondiale. Bisogna invece tornare al passato: «Vogliamo un’America che custodisca le sue glorie passate e i suoi eroi, e che guardi con ansia a una nuova età dell’oro. […] Questo non può essere realizzato senza un numero crescente di famiglie forti e tradizionali che crescano figli sani». Che cosa siano le glorie passate, in un paese in cui pochi decenni fa c’era la segregazione razziale e ha dovuto attraversare una guerra civile per liberarsi della schiavitù non è chiaro. A ogni modo si tratta di liquidare il moderno, come la cultura woke, il laicismo, l’inclusività e restituire il paese alle famiglie «forti e tradizionali».
Se l’obiettivo è tornare all’America che fu, quali strategie possono garantirlo? In primo luogo, il non interventismo, fatto risalire alla Dichiarazione d’Indipendenza. Ci ritiriamo a casa nostra e rifiutiamo «le incursioni da parte delle organizzazioni transnazionali più invadenti che minano la sovranità». Poiché è ragionevole attendersi che le altre nazioni continueranno a partecipare e sviluppare istituzioni internazionali, quale sarà la relazione tra esse e gli Stati Uniti? L’idea di Trump è che l’America non voglia più dominare il mondo ma nemmeno voglia altri al comando: «Gli Stati Uniti rifiutano l’infausto concetto di dominio globale per se stessi, al contempo dobbiamo impedire il dominio globale, e in alcuni casi persino regionale, di altri». Non è dunque una visione multipolare, piuttosto l’America si separa dal mondo auto-emarginandosi dalle istituzioni e dalle regole internazionali, limitandosi a minacciare chi blocca le rotte commerciali. Tutto ciò segnala la fine dell’illusione di poter «puntellare il mondo intero come Atlante».
In questa visione, l’economia è strumentale alla politica, come si vede dalle sei priorità che declinano operativamente la strategia: 1) riequilibrare il commercio essenzialmente attraverso i dazi; 2) assicurarsi l’accesso alle materie prime critiche, pur rinunciando a una presenza militare globale; 3) reindustrializzare il paese «attraverso l’uso strategico di tariffe e nuove tecnologie che favoriscono una produzione industriale diffusa in ogni angolo della nostra nazione per aumentare gli standard di vita dei lavoratori americani», quello che si definisce solitamente reshoring; 4) ravvivare la base industriale della difesa come mezzo per mantenere il predominio militare; 5) dominare il settore dell’energia anche qui tramite il reshoring; e infine 6) preservare il predominio del settore finanziario.
Ora, la reindustrializzazione dell’America non sta funzionando ed è improbabile che funzionerà, qualunque sia la dimensione dei dazi su cui, comunque, il governo Trump ha già dovuto fare spesso marcia indietro. Quanto alla base industriale della difesa, il Pentagono ha più volte espresso preoccupazioni per il forte declino delle capacità manifatturiere del paese, ma senza trovare soluzioni[3]. Il settore della difesa, come altri settori industriali, manifesta anzi una crescente dipendenza dall’estero, per l’acciaio, i microchip o interi sistemi d’arma. In Ucraina, la debolezza industriale dell’Occidente è emersa in maniera drammatica e l’intenzione di Trump di chiudere la guerra il prima possibile deriva anche da questa consapevolezza. A ogni modo, di realizzabile concretamente in queste priorità c’è poco. L’America rimane concentrata nello sviluppo delle tecnologie connesse all’intelligenza artificiale ma non ci sono segni di ripresa di altri comparti industriali.
Trump e il mondo
Dopo aver esposto le strategie, la NSS le declina per le varie aree del pianeta. Essendo l’obiettivo non più quello di pattugliare il mondo ma «la protezione dei nostri interessi nazionali chiave», si tratta di riaffermare il totale dominio del giardino di casa: «Gli Stati Uniti riaffermeranno e applicheranno la Dottrina Monroe per ripristinare la preminenza americana nell’emisfero occidentale e per proteggere la nostra patria e il nostro accesso ad aree geografiche chiave in tutta la regione. Negheremo ai concorrenti esterni all’emisfero la possibilità di posizionare forze militari o comunque minacciose, o di possedere o controllare risorse strategicamente vitali, nel nostro emisfero». Il continente sarà off limits ai «Non-Hemispheric competitors», ossia la Cina. Per fare questo bisogna trovare «leader regionali che possano contribuire a creare una stabilità accettabile nella regione, anche oltre i loro confini», vassalli che impediscano l’emigrazione e destabilizzino i vicini non allineati in cambio di investimenti nelle loro infrastrutture. A tale scopo, il documento fa una distinzione tra governi politicamente vicini alla Cina (probabilmente Cuba, Venezuela, Nicaragua, forse Brasile) da schiacciare con la forza con un “roll back” graduale (si usa proprio questo termine che viene direttamente dagli anni della Guerra fredda), e paesi che invece fanno solo affari con la Cina: viene in mente l’Argentina di Milei. In questo caso si tratterà di porli davanti a una scelta: «vogliono vivere in un mondo guidato dagli americani, fatto di paesi sovrani ed economie libere, oppure in un mondo parallelo in cui sono influenzati dai paesi dell’altra parte del mondo?». Va da sé che l’America condizionerà pesantemente questa scelta. In definitiva, l’amministrazione americana sta dicendo alla Cina: il continente americano è cosa nostra, il resto non ci riguarda. Si torna alle sfere d’influenza.
Questo si conferma nella sezione sull’Asia. Si comincia reiterando le critiche alla globalizzazione: aver invitato la Cina al tavolo dell’Occidente ha favorito solo la Cina e ormai “«l’Indo-Pacifico è già la fonte di quasi la metà del Pil mondiale in base alla parità di potere d’acquisto». Qui, dunque, si giocherà la battaglia economica del futuro e, non potendo l’America competere sul piano produttivo, deve ripiegare ma senza abbandonare gli alleati. Sulla Cina si osserva onestamente che i dazi imposti nel 2017 non hanno funzionato e il ribilanciamento delle relazioni commerciali è lasciato nel vago (si parla di evitare furti di proprietà intellettuale, ridurre l’import di fentanyl, impedire la deindustrializzazione: nulla di concreto). L’America non vuole comunque conflitti nell’area e si pone come eventuale mediatore, anche se non pare che i paesi asiatici siano molto interessati.
Dopo vaghi accenni all’importanza diplomatica e militare americana, si fanno invece due osservazioni profonde. La prima è che l’austerity europea danneggia l’America perché costringe l’Asia a esportare altrove, ossia in America. La seconda è un’ammissione di colpa: «Le aziende cinesi guidate e sostenute dallo Stato eccellono nella costruzione di infrastrutture fisiche e digitali, e la Cina ha reindirizzato circa 1,3 trilioni di dollari dei suoi surplus commerciali in prestiti ai suoi partner commerciali». L’America e i suoi alleati non hanno ancora formulato, né tanto meno attuato, un piano congiunto per il cosiddetto “sud del mondo”. Non c’è da dire altro sul perché il sud del mondo stia con la Cina. Passando a Taiwan, l’atteggiamento è realistico: l’America vuole mantenere lo status quo perché Taiwan ha un ruolo chiave nella produzione di semiconduttori ma anche per motivi strategici, poiché blocca l’espansione cinese nel Pacifico meridionale, da dove passa un terzo del trasporto marittimo globale. Alla fine, ed è ciò che interessa Pechino, «gli Stati Uniti non supportano alcun cambiamento unilaterale dello status quo nello stretto di Taiwan».
Per contrastare la crescente potenza cinese, l’America invita i suoi alleati tradizionali dell’area (citando solo Giappone e Corea del sud) a «spendere di più per la propria difesa e, soprattutto, a investire in capacità volte a scoraggiare le aggressioni». Il problema è che si tratta di paesi con crescenti divergenze sul piano politico: la nuova premier giapponese è ultranazionalista, mentre il premier coreano è alquanto progressista e riflette il disdegno che i coreani provano per il nazionalismo giapponese. Chiedere a questi due paesi di combattere fianco a fianco non sarà agevole. Bisogna comunque sottolineare che, pur tra incoerenze e boutades, il documento sottolinea che l’America non vuole promuovere guerre né che altri ne facciano. È un cambiamento radicale dall’epoca della “guerra al terrore” di Bush junior.
Sistemato l’emisfero occidentale e l’Asia, ossia le cose importanti, si parla dell’Europa. Qui il tono cambia radicalmente. Mentre negli altri scenari la visione è: fate ciò che volete purché non ci diate noia, la critica qui è spietata. Si parte osservando che l’Europa versa in una stagnazione prolungata che l’ha condotta a perdere importanti quote del Pil globale. Le cause immediate sono le solite: burocrazia, troppe regole «che minano la creatività e l’operosità», ma queste sono spie di un problema più profondo: la rinuncia a difendere i valori dell’Europa tradizionale che determinano il rischio della “civilizational erasure” che già si pone nella scarsa libertà politica e in politiche migratorie che stanno cambiando il continente. Avendo rinunciato al suo retaggio ottocentesco, il continente si sfalderà e l’America dovrà raccogliere i cocci. Tutto ciò è declinato soprattutto nei confronti della Russia che le élites europee considerano una minaccia esistenziale. L’America è dunque costretta a un intenso sforzo diplomatico per «negoziare una rapida cessazione delle ostilità in Ucraina, al fine di stabilizzare le economie europee, prevenire un’escalation o un’espansione indesiderata della guerra e ristabilire la stabilità strategica con la Russia, nonché per consentire la ricostruzione post-ostilità dell’Ucraina, consentendole di sopravvivere come Stato vitale». Quindi il tema è chiudere la guerra in Ucraina il prima possibile per salvare ciò che si può dell’Europa e andare oltre. Come ciò si colleghi al retaggio ottocentesco non è chiaro, però si può considerare che, quando l’Europa era saldamente bianca e cristiana, le guerre erano continue.
Il documento osserva anche che la guerra ha aumentato la dipendenza esterna dell’Europa sia dalla Cina che dall’America: «vi state deindustrializzando per fare dispetto a Putin e intanto la Cina vi divora e poiché gran parte degli europei è contraria a proseguire la guerra, dovete mettere da parte la democrazia».
L’amministrazione Trump ritiene l’Europa condannata, ma non può permettersi di lasciarla affondare e cerca dunque di salvarla. La decristianizzazione europea diviene anche un problema militare: «è più che plausibile che entro pochi decenni al massimo, alcuni membri della Nato diventino a maggioranza non europea. Pertanto, è una questione aperta se considereranno il loro posto nel mondo, o la loro alleanza con gli Stati Uniti, allo stesso modo di coloro che hanno firmato la Carta della Nato». Quando a Parigi o Londra ci saranno molti immigrati, questi paesi non saranno più realmente alleati. Se ne dovrebbe concludere che l’America vuole cacciare la Turchia dalla Nato, essendo un paese a maggioranza islamica, ma in realtà la critica è alla Nato in quanto tale: l’Europa si sta autodistruggendo accettando immigrati, non vale dunque la pena un accordo generale, meglio identificare i paesi più fedeli (come i paesi baltici e alcuni paesi centro-europei) da usare come quinte colonne in Europa e riappacificarsi con la Russia.
Anche la visione del Medio Oriente è alquanto pragmatica: l’area è stata decisiva per decenni perché era il fornitore di idrocarburi dell’Occidente. Ora non è più così e quindi «la ragione storica per cui l’America si concentrava sul Medio Oriente verrà meno [e] i giorni in cui il Medio Oriente dominava la politica estera americana […] sono fortunatamente finiti». L’unica cosa che conta è che non cada sotto il controllo di qualcuno. Con ciò il documento prende atto della realtà: l’Arabia e gli altri paesi della zona sono più interessati alla relazione con la Cina o con la Russia che con l’Occidente. Infine, all’Africa è dedicata appena mezza paginetta che serve per dire che l’America non è più interessata a esportare l’ideologia liberale, ma solo a fare affari, aiutando a chiudere i conflitti in corso.
In sintesi, la svolta è epocale. L’America abbandona l’Asia, dal Pacifico al Mar Rosso, e l’Africa al loro destino con l’unica avvertenza di non ostacolare la circolazione delle merci, mentre l’Europa deve pentirsi e tornare alla regina Vittoria e Cecil Rhodes. Infine, il continente americano va liberato dalla Cina. L’America non ha più competitor mondiali perché non lo è più nemmeno lei: a ogni potenza la sua area. Che poi la Cina sia d’accordo ad andarsene dall’America Latina è un altro conto. E l’Europa?
Nietzsche: il peggior nemico che potrai incontrare sarai sempre te stesso
Il documento ha suscitato reazioni molto forti soprattutto in ambienti atlantici. I centri-studio più vicini al cosiddetto deep State americano non hanno lesinato critiche. Per esempio, un articolo del Council on Foreign Relations si burla della bassa qualità del documento che contiene «una miriade di affermazioni infondate e incongruenze interne», osservando che non è sbagliato concentrarsi sull’emisfero occidentale, senza però rinunciare alla competizione strategica con Cina e Russia e non smettere di mettere pressione ai nemici come la Corea del Nord che nella NSS del primo governo Trump era nominata 17 volte e in questa mai. Similmente, un articolo del Center for Strategic and International Studies[4] sottolinea che per l’Europa cambia tutto perché viene attaccata ferocemente e l’America rischia di perdere alleati chiave. L’articolo dell’Atlantic Council formula critiche simili ma è entusiasta della strategia aggressiva verso l’America latina e in particolare verso il Venezuela[5].
Questa osservazione ci fornisce uno spunto per un’analisi conclusiva della strategia americana prima e dopo Trump. La lettura di un Trump «presidente della pace», come sostiene la sua NSS, è infondata, così come del resto l’idea che i presidenti democratici fossero in qualche modo più progressisti nei confronti di questa o quell’area del mondo. Per molti versi, la NSS di Biden era anche più aggressiva e invitava a un confronto con le autocrazie, ossia con la Cina, che sarebbe diventato inevitabilmente militare. Ciò non significa che Trump non voglia menare le mani, come si vede in questi giorni in Venezuela. Sono strategie diverse che tengono conto di una situazione mutata, in cui l’America non è più l’attore più importante su ogni teatro ma vuole rafforzarsi in quelli dove è più forte: continente americano ed Europa.
Si nota una certa impazienza, che va letta non tanto come una spia del carattere di Trump quanto dei rischi che l’economia americana corre, essendo concentrata in modo pericoloso in un singolo settore, quello dell’intelligenza artificiale, con la creazione di una bolla finanziaria colossale che non potrà durare a lungo. È drammaticamente chiaro chi l’America pretende che raccolga i cocci quando arriverà il crollo: l’Europa. È una strategia razionale perché l’Europa, politicamente divisa, non ha possibilità di opporsi davvero alle scelte di Washington.
[1] National Security Strategy November 2025
[2] National Security Strategy October 2022
[3] Per es.: The 2024 National Defense Industrial Strategy: Issues for Congress
[4] The National Security Strategy: The Good, the Not So Great, and the Alarm Bells
[5] Experts react: What Trump’s National Security Strategy means for US foreign policy





