In viaggio tra l’Italia e il mondo all’incrocio del Moderno[1955-1962]
Ritorna dopo cinquant’anni dalla morte, avvenuta a Roma il 4 gennaio 1975, il particolare orologio di Carlo Levi, il suo singolare sentimento del tempo. Il suo essere medico ed ebreo invita a ipotizzare che la sua sensibilità si sia affinata nell’ascolto dell’umanità e nella coscienza costante che l’esilio, l’essere fuori casa, fuori dalla propria terra, porta a guardare il mondo secondo un occhio sempre in viaggio e in costante mutamento. È altrettanto singolare che un medico e un pittore venuto dal nord, dalla ricca e colta Italia, abbia saputo sintonizzarsi perfettamente con chi quella ricchezza e quella formazione non aveva, con chi da secoli in stato di privazione e di schiavitù civile non aveva mai conosciuto il bene di un orizzonte fatto di opportunità e di larghi spazi: portare un po’ di luce, offrire una speranza a chi non l’aveva mai avuta, prigioniera del suo mondo primitivo e pur vivendo scandalosamente in territori che la storia aveva affidato all’Europa.
Quante Italie esistevano? Di quanti strati geostorici era fatto questo paese disteso nel Mediterraneo e attraversato da tante civiltà, da tanti climi umani, da tante diversità antropologiche? Ottomila comuni, e il Sud individuato come riluttante al cosiddetto sviluppo, al montante progresso della civiltà tecnologica e industriale. Fino a un certo punto si credette in questa distinzione, che era una discriminazione insostenibile, venata di stupore e di vergogna. Cosa aveva significato l’apparizione della radio e della televisione se non l’inizio o l’indizio di un risveglio, l’invito a una vita più facile e felice? La barriera fu quella dei Sessanta. Ma un conto fu essere coinvolti e un altro avere coscienza, capire il prima e il dopo, sentire la rudezza dell’attrito e i difficili tentativi di un mosaico di differenze. Sulla riva del 1960, coronato dalla gloria delle Olimpiadi di Roma, l’anno dopo riflesso storicamente nell’anniversario del secolo dell’Unità d’Italia, si allungarono le onde del laborioso decennio precedente, tutto imbastito di viaggi, di ricerche, di reportages fotografici, di documentari, di cinema impegnato nella riflessione sui temi del Mezzogiorno. Quest’ultimo, divenuto un laboratorio aperto a tutte le angolazioni, convogliò molte iniziative riformatrici che, anche sullo slancio del Piano Marshall, diventarono progetti strutturati a breve e medio termine, furono dotati dello strumento innovativo della Cassa per il Mezzogiorno, stimolarono le migliori menti economiche, sociologiche, antropologiche, urbanistiche, architettoniche e industriali. Felice si dimostrò l’iniziativa della Olivetti a Pozzuoli e a Matera, foriero di prospettive il coinvolgimento dell’Eni di Mattei e dell’azione illuminata di Domenico Menichella, Pasquale Saraceno, Manlio Rossi Doria, Umberto Zanotti Bianco e Gabriele Pescatore.
Levi pittore, scrittore, attivista politico, intellettuale libertario e meridionalista si calò pienamente in questa realtà contribuendo robustamente a decifrarla. La sua azione si concentrò sull’alfabetizzazione delle masse proletarie (cosa comune al suo speciale amico Scotellaro), sulla modernizzazione dell’agricoltura, sulla lotta alle malattie collegate alla precarietà igienica, sul problema endemico dell’emigrazione e dello spopolamento dei paesi. Gli anni cinquanta valsero a Levi per conoscere altri sud e altri est del mondo, da considerare in un allargato quadro mondiale di resistenze e di rivoluzioni, di antico e di moderno. La questione meridionale rimase come base teorica e operativa per capire il passaggio di tutto il paese a una nuova civiltà imperniata sulla tecnologia, ma anche sullo sfruttamento di risorse, di territori, di persone sradicate dal loro ambiente e asservite alla logica della produzione capitalistica. L’occhio dell’artista non arretrò mai rispetto a quello del sociologo, dell’antropologo, dell’etnografo. Rimase al centro del suo sguardo nella dimensione di un umanesimo universale, di una superiore armonia che si conquista nell’avida ricerca di nuove forme, nell’invenzione della poesia, come avrebbe magari preferito dire lui stesso.
In felice alternativa a viaggi e impegni, Levi era solito l’estate di ogni anno rintanarsi nel buen retiro dell’oasi marina di Alassio. Lí, davanti a quel mare strabiliante e azzurrissimo, i sensi si riprendevano interi la natura, il bosco, la collina, gli alberi e i fiori, gli insetti e gli animali che lo popolavano. Un tripudio tropicale di esseri e di essenze, di forme e di colori che ancora avidamente cercavano la sua tela di pittore fissandovi immagini, contorni, apparizioni, memorie, filamenti, fantasmi di un’arte ormai antica e sempre nuova, classica e barocca, sensuale e materica. Le estati alassine sono scandite dalle tante lettere scambiate con Linuccia Saba, la figlia di Umberto, in cui la vita dei due rimbalza da due diversi palcoscenici, si tinge di civetterie e di carezze, di confessioni e di squarci inediti sulla società intellettuale dell’epoca. Più di vent’anni, fino alla vigilia della crisi decisiva, della malattia e della morte di Levi, assecondando le onde contraddittorie delle cronache minute e di una intesa sentimentale trasformata in tenace amicizia, in affettuoso slancio.
Ancora correranno, intanto, innumerevoli vicende private e pubbliche, le tante mostre, i tanti interventi da militante civile e politico, le manifestazioni per la pace e gli appelli a un equilibrio tra gli scatenati egoismi. Ancora le contrapposizioni tra le ragioni dei popoli e quelle degli Stati convertiti a un uso spregiudicato del potere, gli squilibri della giustizia, il calpestamento della libertà. Un impegno che si alterna anche al piacere di stare insieme agli amici altrettanto famosi, di ritrovarsi nei decantati caffè della Roma al top del suo glamour, dell’amato percorso che porta da Villa Strohl-Fern (dov’è la sua casa-studio) all’immensa platea di Piazza del Popolo, lí oltre il Pincio, magari andando a trovare Gina Severini e Nino Franchina nella loro bella casa di Via Margutta o sostando nelle sale del “Ferro di Cavallo” di Agnese De Donato a Via Ripetta. Un salotto che si rinnova allargato nel Ninfeo di Villa Giulia per il premio Strega quando si dà appuntamento il gotha dell’intellighenzia italiana, tra una chiacchiera e l’altra con Guido Alberti e i coniugi Goffredo e Maria Bellonci, esperti padroni di casa. Una cerimonia da antichi palazzi nobiliari, densa di emozioni, di incontri, di sguardi, di reciproci riconoscimenti un tantino autoreferenziali. Il popolo che non vi è ammesso gusta le foto o il servizio impeccabile della cronaca televisiva ammannito da Luciano Luisi, che con la sua voce pastosa e l’accento attoriale descrive gli ambienti, intervista gli happy few, saluta con brio i partecipanti e annuncia alla fine il vincitore, autore ormai di migliaia di copie da vendere in tutta Italia e da far tradurre in varie lingue, assalito da cronisti e da curiosi.
Gli anni a cavallo tra i cinquanta e i sessanta sono particolarmente interessanti e stimolano ancora una volta ad approfondire quell’epoca tenendo in mano la lente ingrandente dell’occhio attento e dell’intensa attività di Levi. Ce ne dà il destro il prezioso volume a cura di Maria Francesca Bonetti e Daniela Fonti Lo sguardo di Narciso. Carlo Levi tra cinema e fotografia, uscito recentemente per le edizioni Effigi di Arcidosso (Grosseto). Un libro pieno di fotografie e di stimoli, serviti bellamente da storici, storici dell’arte, della fotografia e del cinema, letterati, antropologi, nell’ambito delle attività promosse dalla Fondazione Carlo Levi di Roma. È una full immersion in un aspetto scarsamente indagato di quel poliedrico prisma che è l’autore del Cristo, di cui finalmente si mettono in chiaro alcuni passaggi fondamentali della sua biografia sfaccettata. Sappiamo cosí del ricchissimo archivio fotografico di Levi, che ammonta a diecimila unità e che è in via di digitalizzazione a cura della citata Fondazione. Su di esso si è svolta nel 2021 una mostra che ne ha rivelato in organica anteprima la consistenza e l’importanza. Ma perché Levi è cosí legato al mezzo fotografico, perché nei suoi tanti viaggi soprattutto nelle terre meridionali si prepara cosí scrupolosamente raccordandosi con amici fotografi di professione, in particolare quel Mario Carbone con cui si reca nell’estate del 1960 a fare una ricognizione di tre giorni in diversi paesi lucani, compresa la Aliano del suo confino di 25 anni prima? Il motivo sta nel progetto di un grande pannello, un telero intitolato Lucania ’61, che è stato commissionato a Levi dall’amico Mario Soldati, responsabile di uno dei settori delle celebrazioni indette per onorare a Torino il centenario dell’Unità d’Italia, che si svolgerà l’anno dopo con plurime iniziative. Nei tre giorni di Lucania vengono scattate oltre 500 fotografie che serviranno per una selezione di immagini da utilizzare come modelli per alcune figure dipinte da Levi nel suo poema pittorico di quasi 60 metri quadrati. Il telero viene poi realizzato secondo un criterio giustappositivo, formando un affresco corale che culmina nella figura di Scotellaro arringante una folla di ascoltatori tra cui è riconoscibile lo stesso autore. Qui il poeta di Tricarico diventa il simbolo del riscatto e della rinascita del Sud, vissuto non più nel lamento e nella rassegnazione, ma in una salda presa di coscienza del cambiamento, che dal basso matura il progetto di un’effettiva emancipazione senza più sterili deleghe. Sintomatica la presenza, nell’estrema destra in alto dell’opera, di quattro figure affacciate ad una finestra corrispondenti a Giuseppe Zanardelli, Giustino Fortunato, Francesco Saverio Nitti e Guido Dorso che guardano, quindi, distaccati e forse scettici a quel gruppo di contadini scesi invece in piazza ad ascoltare le parole tanto attese di rinnovamento.
Più d’uno ha voluto leggere nel telero una sintesi mirabile del Cristo pubblicato quindici anni prima da Einaudi e diventato un best seller internazionale. La coincidenza temporale di “Italia ’61” ha funzionato come una miccia capace di riaccendere i riflettori sull’annosa questione meridionale e riassumerla abilmente in una composizione corale. Questo mentre l’epoca era visibilmente in mutamento e stimolava a confronti decisivi, come quelli tra sud e nord del mondo, o tra Occidente e Oriente. Ritornava, in quel torno di tempo tra il 1955 e il 1962 il Levi impegnato in un viaggio complessivo nella realtà del dopoguerra affacciata contraddittoriamente sul crinale di una nuova pagina storica, al tornante di una svolta epocale, giusto nel pieno dello slancio della dilagante modernità neocapitalistica e consumistica. L’Italia di un secolo dopo è davvero un’altra Italia e c’è bisogno dunque di ripassarne utilmente il passato, di vederne le drammatiche vicende e la ripresa quasi miracolosa, i ritardi e le prospettive, le vecchie gerarchie e i nuovi soggetti rivoluzionari. Sullo scenario storico si adagiano in quei sette anni la nascita della futura Unione Europea, il primo lancio nello spazio, l’elezione di Giovanni XXIII e di Kennedy, la comparsa della Seicento e della Cinquecento, la diffusione della tv (è del ’55 il varo del quiz all’americana “Lascia o raddoppia?” di un ancora trentenne Mike Bongiorno e del ’57 “Il Musichiere” di Mario Riva), gli scioperi e le manifestazioni operaie, le Olimpiadi di Roma. È un’Italia nel mezzo di una nuova storia, più spigliata, più allegra, più creativa, più movimentata. Torino e Milano si riempiono di emigrati, le campagne si spopolano, le generazioni nate nell’immediato dopoguerra stanno uscendo dall’adolescenza o restano ancora per poco bambine.
Sintomatiche anche a questo riguardo le prefazioni alle edizioni del Viaggio in Italia: lettere familiari di Charles De Brosses (presso Parenti nel 1957), e Roma, Napoli e Firenze di Stendhal (ivi, 1960), con l’appendice significativa dello scritto introduttivo a La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo di Laurence Sterne (Einaudi, 1958). Sembra proprio una ricapitolazione anche del concetto di viaggio, del suo potere euristico e autoconoscitivo, della sua capacità di stimolare reazioni, confronti, riletture dei paesaggi geostorici. A guardare questa cronologia galoppante di viaggi, di mostre, di pubblicazioni, di interventi, si avverte la volontà del Nostro di calarsi totalmente nello spirito del tempo, disteso tra Russia e America, tra India e Cina, tra Germania e ancora Italia, specie rappresentata, con la Lucania, da quella Sicilia e quella Sardegna che sono due terre esemplarmente impegnate in un difficile cimento economico, civile e antropologico. Al culmine del settennio indicato, nel 1960, Levi compie il citato viaggio di tre giorni in Lucania, ricavandone documentazione fotografica elaborata per il suo telero. Il quale articola felicemente il dato realistico, oggettivo, con prepotenti simboli di impatto sentimentale e morale, ed è organizzato visivamente in modo che si possa guardarlo sia da sinistra che da destra, conservando in ogni caso il suo significato allegorico. A sinistra è rappresentata la morte di Scotellaro attorniato dalle donne dolenti e in particolare dalla madre Francesca Armento e da un’altra donna in piedi in cui si riconosce il volto della madre di Levi, Annetta Treves. Procedendo si incontrano scene di dimessa quotidianità, una luminosa maternità di un bianco vistoso, numerosi bambini, scene di vicinato e di strada. Sulla destra ritornano dai campi lunghe file di muli e di contadini con le famiglie dopo una giornata di duro lavoro: ed ecco finalmente la figura di Scotellaro in piedi, rosso e raggiante in mezzo a una folla. Un racconto, dunque, che inteso a ritroso indica nella parola ormai conquistata da parte del sindaco-poeta di Tricarico il momento dell’emancipazione dal fondo immobile del “regno delle madri” e dall’oscura grotta della paralisi sociale e civile.
Il 1960 è anche l’anno delle Olimpiadi di Roma e dell’uscita nelle sale cinematografiche del capolavoro felliniano La dolce vita. Come succede spesso, la realtà può essere ingannevole e anche la trionfale avanzata del centenario dell’unità d’Italia può tingersi di colori diversi, leggersi quasi in controluce con l’articolo dello stesso Levi intitolato Torino 1911 (uscito su «La Stampa» del 16 maggio 1961). Al ricordo della sua lontana infanzia torinese affascinata dai padiglioni dell’allora cinquantenario della ricorrenza “patriottica” fanno seguito alcune considerazioni che suonano un po’ amare, visto che da lí a tre anni, nel 1914, sarebbe scoppiata la Grande Guerra. Anche in quell’anno da boom serpeggia il sospetto di un disagio, di un disturbo psichico che si chiama alienazione. È un volto che richiama certi scenari che si aprono nel viaggio in Germania alla fine del 1958 o negli Stati Uniti nel maggio 1960. In questo paese si avverte il pericolo di un disadattamento, di una scissione che, per esempio, la terra di Goethe sembra non aver superato e anzi cronicizzato con la divisione in due Stati. Ed è proprio in Germania, però, che Levi incontra l’editore Belser che gli commissiona un libro sull’Italia riccamente illustrato con le fotografie dell’amico ungherese János Reismann. Improvvisamente si riaccende un antico progetto, accarezzato di tanto in tanto sulla storia italiana e più in particolare su quella del suo sud tra anni trenta e cinquanta. L’Italia è messa quasi a confronto con le altre nazioni europee in un intarsio di osservazioni, sentendola del tutto diversa nella sua identità quasi in una glorificazione del suo spirito profondo. Giulio Einaudi prenderà la palla al balzo e mentre Levi è in Cina per un lungo viaggio nell’ottobre 1959, gli chiederà di farne un’edizione italiana presso la sua casa editrice, dove del resto sono uscite tutte le opere dell’autore torinese. Ed ecco, l’anno dopo apparire il volume intitolato Un volto che ci somiglia. Ritratto dell’Italia che porta nel titolo un’impronta ben riconoscibile. In verità, un accenno a qualcosa che spinge Levi a scrivere dell’Italia è in una lettera spedita a Linuccia Saba il 16 settembre 1958, in cui c’è il riferimento a una prefazione da preparare sulla voce “Italia” per l’Enciclopedia di Geografia Universale dell’Istituto De Agostini e in cui tra l’altro si accenna anche ad un progetto su Roma da ipotizzare e realizzare per Einaudi.
Un volto che ci somiglia è focalizzato su due parametri fondamentali di interpretazione: la contemporaneità dei tempi e il senso di sicurezza esistenziale che nutrono gli abitanti del Belpaese. Ancora una volta Levi è stimolato dal mezzo fotografico e mostra forte empatia con Reismann, che ama ritrarre contesti poveri e illustrare le bellezze italiane. Quel che Levi ne ricava è una conferma della sua visione, che circola peraltro in molte altre sue opere, dall’Orologio alla Doppia notte dei tigli, e in sparsi articoli (come quello su L’arte e gli italiani ospitato sulla rivista americana «Holiday» nel 1955), e ancora nella molto importante prefazione all’edizione einaudiana del Cristo nel 1963. A qualche rigo dall’inizio, il respiro evocativo è fin troppo leviano, quasi un preludio a una sinfonia:
Ma per noi, questo è un volto che ci somiglia, amato e materno; e non possiamo parlarne perché (anche senza saperlo) non parliamo d’altro. Siamo tentati di descriverla veramente come una persona non diversamente di come facevano, in immagini simboliche e reali, gli antichi scultori di Dee: con i suoi occhi neri, la nuvola bionda dei suoi lunghi capelli di grano sulle pendici toccate dal vento del mare, i suoi fianchi di spiagge, i suoi gesti arcanamente familiari, i suoi sorrisi d’amore, e l’ombra violenta delle nuvole, il dolore nascosto delle sue solitudini; e la sua giovinezza, antichissima, e il turgore dei suoi seni di terra germogliante, e la sua sciocchezza leggera e pesantissima saggezza, e il suo ozio laborioso, e la sua vitalità armoniosa, e le sue lacrime. Ma questo ritratto non potrebbe avere né principio né fine, girando nel labirinto sterminato del tempo: tutto compreso forse in una minima immagine, e non esaurito nella più lunga e minuziosa delle storie. Del resto, le immagini e le storie, e i poemi e le pitture, e gli elogi e le invettive, le descrizioni, le forme, i colori, le parole, l’hanno fatta, e stanno ormai dentro di lei. Tutti i suoi artisti e i suoi poeti l’hanno, descrivendola, determinata; e spesso con tanta maggiore ira e corruccio e furore quanto più vivo e sfavillante era l’amore: ed è la loro storia, la loro parola, che è scritta nelle più umili pietre. Tutto sta insieme, in questa terra su ogni altra comprensiva, dove ogni cosa rimane senza perdersi, dove i secoli si sovrappongono e il pagano e il cristiano, e l’arcaico e l’antico e il medioevale e il moderno non solo stanno l’uno accanto all’altro, ma coincidono, sí che ogni cosa è una ricapitolazione, una “summa”, di tutte le altre; e le contraddizioni diventano identità.
L’Italia, anzi l’“umile Italia”, virgilianamente e dantescamente, è sede di storia stratificata, sicché anche l’arcaico e il barbaro vi risultano ingentiliti. In dodici svelti capitoli si dipana questa ideologia tutta leviana di un paese il cui simbolo forse è una conchiglia, una spirale, con suggestioni cosmiche o circolari, capace di contenere il prima e il dopo in equilibrio dinamico, con un ritornante ciclo storico, e dove però sopravvivono larghi strati di popolazione in moto per un riscatto, dove non è mai apparsa una vera grande rivoluzione né politica né religiosa, dove l’unità è stata conquistata tardi.
Questo volto antico e bello si caratterizza anche per l’individualismo, per il sentimento della comunità e della famiglia che costituisce un antidoto all’alienazione presente invece nel mondo contemporaneo. Una socialità che si nota nelle strade, tra le case, nei vicinati, che si mostra interrogativa negli occhi neri dei bambini poveri, che pure hanno quel “potere dei piccoli” che potenzialmente può produrre il cambiamento. E poi c‘è la provincia, la diffusa provincia italiana dei mille comuni fuggiti in gran parte dall’Appennino inospitale e moltiplicatasi in innumerevoli realtà, alcune delle quali si distinguono per “l’ascetismo pietoso e rigido del suo illustre medioevo”. Cos’è la “bandiera dei piccoli”, “l’Italia popolare e aristocratica non mai mediana e mediocre”? Ecco la foto di una donna che stende i panni del suo bucato e issa la sua “bandiera” gonfiata dal vento: è l’immagine, finale, dell’amore e del coraggio di vivere, di quell’umile Italia che ancora resistente aspetta un’alba nuova ed eticamente aspira alla bellezza e alla bontà.
Una disposizione, questa di Levi, attenta a scorgere in ogni cosa una relazione e una tensione all’unità, che è stata acuita probabilmente dall’esperienza del confino lucano, dall’esilio e dalla clandestinità, ma risalente a una fondamentale mentalità ebraica, a una particolare sensibilità “confinaria” degli esclusi e perseguitati che sanno il bene della solidarietà e dell’unità di tutte le cose, sia quelle del mondo fisico che quelle del mondo umano e storico. Hanno sottolineato questo svariati autori, tra i più autorevoli Sartre e Calvino, e poi ribadito robusti studiosi come Ferroni. Sicché risulta che in Levi singolare e universale si conciliano, dialogano strettamente, si ritrovano, guarda caso, in un fratello d’anima come Umberto Saba, padre della sua diletta Linuccia. La storia vissuta nel Cristo ritorna cosí ad accamparsi nel mondo moderno e alienato dell’occidente, confronta la sua umanità a contatto con altre dimensioni, che siano quelle dell’oriente indiano o cinese, quelle del socialismo reale dell’Urss poi attraversata dal brivido delle rivelazioni di Chruščëv nel 1956, quelle della Lucania di Scotellaro o della Sicilia di Salvatore Carnevale, di Danilo Dolci e di Michele Pantaleone, o ancora quelle della Sardegna ancestrale dei nuraghi.
Certo nelle migliaia di fotografie che si moltiplicano di fronte a un mondo diventato cosí complesso, Levi si cala nelle situazioni con quella “osservazione partecipante” che consente di vedere le cose dall’interno e dal basso, di avvertire le cellule pulsanti dei paesi che visita, di sentire il viaggio della vita come una discesa in una dimensione comunque sempre affascinante. Egli ha operato sempre cosí, con tutto quello che aveva a disposizione, dalla pittura al disegno, dalla scrittura alla fotografia, finanche attingendo alle potenzialità del mezzo cinematografico quando più volte, tra gli anni trenta e sessanta, si avvicinò a esso in veste di sceneggiatore o di scenografo, tentando anche di far realizzare una trasposizione filmica del suo Cristo, che avverrà solo postuma per merito di Francesco Rosi.
Viaggiare alla maniera di tutti i promeneurs e i flâneurs che si sono succeduti sulla strada o come Charles De Brosses o Stendhal o quell’altro tipo di viaggiatore che è Laurence Sterne. Proprio in quegli anni, tra 1957 e 1960 come s’è detto, Levi stende delle introduzioni a quei tre autori, quasi riflettendosi in essi, ritrovando nel secondo la capacità di fissare in fotogrammi istantanei la realtà vista, o nel terzo quell’io che si moltiplica nello specchio di distinte personalità, nel labirinto delle sue digressioni che dilatano all’infinito la sua narrazione e cercano di ingannare il tempo creando una “scrittura in fuga”, una sfida contro la morte sempre incombente: «Shandy – scrive a un certo punto Levi – non vuol nascere perché non vuol morire». La salvezza sta in una durata indeterminata, nell’invenzione di quell’altra dimensione che è la scrittura, che cosí si può aggiungere alla vita.
Insomma, il viaggiatore Levi, l’esploratore del Novecento, il testimone di una colossale trasformazione antropologica del mondo e delle culture, ha nella sua valigia una variegata serie di scatti, di immagini, di volti, di vicende con cui affrontare riccamente l’ultima parte del suo percorso esistenziale, fino all’estrema data del 4 gennaio 1975. Dal 1963 in avanti, saranno anni di impegno soprattutto parlamentare, di battaglie più direttamente politiche, di progetti per la soluzione di problemi improcrastinabili. Volgendosi indietro rivivrà anche le tante strade fatte insieme agli amici fotografi (David Seymour, János Reismann, Arturo Zavattini, Mario Carbone ed altri), riandrà a quell’Italia attraversata negli anni cinquanta, sorpresa nelle sue pose più inconsuete o in antiche forme di vita. Il viaggio nel passato e nel presente gli sarà servito per ribadire ancora una volta che «il futuro ha un cuore antico».
Riferimenti bibliografici
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Uno scatto che ci somiglia. L’archivio fotografico di un protagonista del Novecento: Carlo Levi, mostra a cura di Daniela Fonti e Antonella Lavorgna, settembre-dicembre 2021, Fondazione Carlo Levi di Roma.
Il Telero di Carlo Levi: da Torino un viaggio nella Questione Meridionale, testi di Mario Carbone, Giovanni Caserta, Loris Dadam, Domenico Notarangelo, Caterina Sabino, Torino, Il Rinnovamento (Fondazione G. Amendola e Associazione lucana Carlo Levi), 2015.
Charles De Brosses, Viaggio in Italia: lettere familiari, pref. di C. Levi, Firenze, Parenti, 1957.
Stendhal, Roma, Napoli e Firenze, pref. di C. Levi, Firenze, Parenti, 1960.
Laurence Sterne, La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo, pref. di C. Levi, Torino, Einaudi, 1958.
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Italien, 108 Schwarzweiss-Aufnahmen und 12 Farbfotos von János Reismann, Text Carlo Levi, Stuttgart, Belser Verlag, 1959.
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Jean-Paul Sartre, L’universale singolare, «Galleria», XVII, 3-6, maggio 1967-dicembre 1967, pp. 259-260.
Italo Calvino, La compresenza dei tempi, «Galleria», XVII, 3-6, maggio 1967-dicembre 1967, pp. 237-240.
Giulio Ferroni, Nel cuore del mondo, in Verso i Sud del mondo. Carlo Levi a cento anni dalla nascita, Atti del Convegno, Palermo – 6/8 novembre 2002, a cura di G. De Donato, Roma, Donzelli – Meridiana Libri, 2003, pp. 109-115.
Carlo Levi, Le parole sono pietre, Torino, Einaudi, 1955.
Carlo Levi, Il futuro ha un cuore antico, Torino, Einaudi, 1956.
Carlo Levi, La doppia notte dei tigli, Torino, Einaudi, 1959.





