C’era da aspettarselo: con lo scadere dei diritti d’autore, via libera! Nel luglio 2014, a settant’anni dalla scomparsa di Augusto De Angelis (1888- 1944), uno dei maggiori giallisti italiani degli anni trenta, creatore del commissario De Vincenzi, case editrici grandi e piccole invadevano il mercato librario con una marea di ristampe, mentre presso Falsopiano usciva in formato digitale tutta la saga di De Vincenzi composta di quindici romanzi. E tutto questo ha rinnovato l’interesse non solo per la produzione letteraria di De Angelis, ma anche per la figura dello scrittore, come testimone di un’epoca.

Nell’agosto 2018, nel romanzo di Luca Crovi, L’ombra del campione (Rizzoli) un De Vincenzi redivivo è al centro di una vicenda ambientata a Milano nel 1928, in cui il commissario incontra Giuseppe Meazza, il Peppìn, il campione cui allude il titolo. «Quella che state per leggere […] è un’opera di pura fantasia che non pretende di essere cronologicamente e filologicamente precisa» premette l’autore, che nelle Note meneghine, in appendice al libro, aggiunge: «Alla fine di queste pagine vi confesso che troverete degli abili scippi effettuati da tre romanzi di Augusto De Angelis (a voi scoprire dove sono)». Ulteriori informazioni “inedite” relative al carattere, ai gusti (anche gastronomici), alle preferenze, alle abitudini di vita del commissario si trovano nei successivi romanzi di Crovi L’ultima canzone del Naviglio (Rizzoli, 2020) e Il Gigante e la Madonnina (Rizzoli, 2022).

Nel dicembre 2018 anch’io mi posi l’obiettivo di richiamare l’attenzione su De Angelis, ma in tutt’altra prospettiva, e curai un’edizione del primo romanzo in cui compare il personaggio di De Vincenzi, Il banchiere assassinato, soffermandomi sulle varianti d’autore, i refusi, le sviste, le interpretazioni di ignoti curatori, persino le manipolazioni e i rifacimenti di cui è costellata l’intricata vicenda editoriale del testo dalla prima edizione in volume del 1935 alla ristampa Garzanti 1974 da cui derivano tutte le successive: Augusto De Angelis, Il commissario De Vincenzi. Il banchiere assassinato (Le undici meno una…), edizione integrale a cura di Loris Rambelli, Alessandria, Falsopiano, 2018).

Ora, con il romanzo di Alessandro Robecchi Le verità spezzate ( Milano, Rizzoli, 2024) assistiamo a un’operazione di tipo ancora diverso: un regista cinematografico progetta di girare un film su Augusto De Angelis, «un uomo che avrebbe voluto essere libero ma non aveva potuto», anzi «un film sull’impossibilità di essere liberi», dal momento che «la verità non esiste, la libertà è una convenzione, si allarga e si restringe a seconda del periodo storico, dell’ottusità di chi comanda, della volgarità di chi la vieta e la ostacola».

Il regista vuole prima di tutto documentarsi attraverso una puntigliosa ricerca sui «microfilm impastati» della biblioteca Sormani di Milano, passando in rassegna la stampa del Ventennio e oltre, ché di quegli anni vuole «la lingua, la retorica, il tono, le sfumature», l’atmosfera insomma da cui fare emergere il personaggio.

Ecco allora, per esempio, la recensione della commedia Bluff di De Angelis andata in scena all’Olimpia di Milano («Corriere della sera», 28 maggio 1924); la pubblicità apparsa su «La Stampa sera» nel dicembre 1935 che preannuncia l’imminente uscita a puntate di un romanzo poliziesco di De Angelis; l’articolo stupefacente apparso sulla «Gazzetta del Popolo» il 14 febbraio 1944 in cui si annuncia che il noto scrittore di romanzi gialli Augusto De Angelis è stato accusato di truffa dalla Pretura di Firenze per avere sottratto denaro presso uno dei migliori alberghi della città, e condannato a diciotto mesi di reclusione con l’aggravante della recidiva; lo scarno, «tardivo» necrologio del «Corriere della sera» del 27 luglio 1944 (De Angelis era morto il 18 luglio dopo essere stato aggredito a Bellagio, sul lago di Como, da uno squadrista, che lo aveva ridotto in uno stato di semi-incoscienza); e infine l’articolo del «Corriere» 20/21 ottobre 1950 in cui si fa nome e cognome dell’aggressore, Pietro Varoni, prosciolto per amnistia dall’accusa di omicidio preterintenzionale.

Si sa che la riscoperta di De Angelis, in Italia, è avvenuta nel 1963 per merito di Oreste Del Buono che riunì in un volume, per Feltrinelli, tre romanzi polizieschi con De Vincenzi protagonista. Il pezzo forte dell’antologia è l’introduzione in cui Del Buono sottolinea le affinità del commissario De Vincenzi con Maigret di Simenon e Sam Spade di Hammett e la sua «parentela abbastanza stretta con Ciccio Ingravallo di Gadda», intreccia in maniera indissolubile il giudizio sulla qualità della scrittura con la vicenda biografica dello scrittore conclusasi con la tragica morte, ricostruisce con tratti da romanzo noir la scena della colluttazione: «Erano fermi davanti a un caffè. […] D’improvviso da uno di quei tavolini s’alzò [un uomo], noto per la sua fede fascista e per la sua violenza. S’avvicinò minaccioso, con il pugno alzato. De Angelis, s’è detto, si teneva in piedi a malapena, cercò di pararsi la faccia con le mani, e l’altro allora, travolto dall’ira dei vigliacchi, lo prese a calci. […] Non doveva più rimettersi, gli toccarono tuttavia altri giorni di dolore, una terribile agonia».

Dall’introduzione di Oreste Del Buono prende le mosse anche il regista di Robecchi, determinato ad andare oltre, a indagare sui precedenti, le modalità e gli sviluppi del fattaccio di cronaca nera presso l’imbarcadero di Bellagio.

Senonché, in corso d’opera, durante la gestazione del film, le cose si complicano: il regista, proteso verso il lontano passato della Repubblica di Salò, si trova coinvolto nell’inchiesta su un omicidio che avviene quasi sotto i suoi occhi. Il caso del passato e quello del presente rivelano somiglianze in parte sovrapponibili: sono esempi emblematici di «verità spezzate», cioè di verità che è impossibile ricomporre. Allora il regista si rende conto che, occupandosi di De Angelis, in realtà sta «parlando di oggi, di noi!».

Il lettore, giunto alla fine del romanzo, si rammarica che il film, di cui sono anticipate alcune pagine di sceneggiatura, con le note di regia sugli effetti di luce previsti (ora di ovattato chiaroscuro e ora di contrasto violento), sia soltanto una trovata romanzesca. Il protagonista finisce per essere De Angelis, che nel suo letto di morte delira: «Certo, non doveva andare così. Quella fine, più che ucciderlo, lo offende. Morire per il pestaggio di qualche squadrista, per la strada […]. E morire ora, per di più. Che beffa! Molte volte si era figurato il “dopo”, dopo la guerra […]. Poter tornare a scrivere, senza consigli, questa volta, senza la paura di vedersi mandare indietro un manoscritto con annotate le correzioni da apportare… meno atmosfere torbide! Meno elucubrazioni psicologiche! Magari poter scrivere qualche trama tutta italiana, con personaggi italiani, con l’assassino italiano […]. O addirittura tornare al teatro, che era il suo amore. Respirare ancora una volta quell’aria febbrile e sospesa che c’è dietro il sipario prima che le luci in sala si spengano […]. Chissà se dopo, dopo tutto quello, e dopo la sua morte, qualcuno avrebbe letto ancora le avventure del commissario De Vincenzi, se qualche editore, una volta cadute le censure e i divieti, si sarebbe messo a ripubblicare i suoi gialli».

È lecito sperare almeno che le poche parole apparse sul quotidiano «La Provincia di Como», venerdì 21 luglio 1944 (queste le aggiungo io, nel romanzo di Robecchi non ci sono) contengano qualche scheggia di autentica verità: «Augusto De Angelis è spirato cristianamente e serenamente a Camerlata il giorno 18 luglio. Colei che gli fu inseparabile devota affezionata compagna Lo ricorda ad amici e conoscenti. Como 19 luglio 1944-XXII».

Che la terra gli sia lieve.

 

Immagine: da Il commissario De Vincenzi, sceneggiato Rai, 1977