Ricordare Franco Antonicelli a cinquant’anni dalla morte, avvenuta nel 1974, significa richiamare alla memoria un intellettuale di grande valore umano, degno testimone dell’antifascismo e della migliore cultura del nostro Novecento. L’occasione ci è offerta dalla pubblicazione di Franco Antonicelli. Un vogherese illustre, testi e a cura di Ambrogio Arbasino (Voghera, Libreria Ticinum Editore, 2024), nel quale l’autore partendo da Voghera, città nella quale Antonicelli era nato nel 1902 e dove trascorse l’infanzia, percorre la sua storia, corredata da immagini fotografiche (bellissima quella di copertina!), documentando, con alcuni testi molto ben scelti, l’alta qualità della sua letteratura e della sua visione politica. È proprio uno dei testi qui raccolti, Voghera: i miti dell’infanzia, a mettere in luce, con uno sguardo partecipe sui paesaggi dell’Oltrepò, la città, che lo accolse bambino, ripensata e ritrovata nella sua storia antica e recente, nella dolcezza della sua festa, l’“ascensa”, e nella casa avita, così caratteristica com’erano le case di una cittadina agricola.

A Voghera Antonicelli visse fino al 1908, quando la famiglia si trasferì a Torino, che divenne, con Bruno Quaranta, sua «città-patria», dove frequentò il liceo classico e l’università, laureandosi prima in Lettere e, anni dopo, in Giurisprudenza con lo stesso relatore Gioele Solari di Piero Gobetti, e dove fu per breve tempo supplente al liceo d’Azeglio. Allontanato perché denunciato per «sentimenti antinazionali», divenne precettore di Gianni Agnelli, si legò in amicizia con Massimo Mila, Leone Ginsburg, Norberto Bobbio e Cesare Pavese e diresse nel ’32 la Biblioteca Europea della Casa editrice Frassinelli, prima in Italia a pubblicare Kafka, Joyce e Melville.

Scrisse di lui Italo Pietra: «Tutta Torino sa che questo Antonicelli dà nell’occhio. Sono i tempi delle sahariane, dei giovani senza cappello o con fez, dei capelli molto corti, e rasati sulle tempie, alla maniera di Erich von Stroheim, ma lui sembra avere per modello il conservatore Anthony Eden, inviso notoriamente al regime, le sue giacche di buon taglio tradizionale, i suoi capelli un po’ mossi sulle tempie, che fanno pensare al più inglese dei paesaggi, ovverossia alle onde del mare».

Letteratura, editoria e politica segnarono il cammino di Antonicelli, che presidente del Cln piemontese, coltivò i valori di Giustizia e Libertà e gli ideali del liberalismo, per i quali, dopo una prima condanna nel ’29 a un mese di carcere, venne inviato nel 1935 al confino ad Agropoli, dove, indossati tight e cilindro, sposò Renata Germano. Liberato nel 1936, fondò la casa editrice De Silva, e s’impegnò nella riorganizzazione del Partito Liberale su sollecitazione di Benedetto Croce. A Roma nel ’43, arrestato, venne incarcerato a Regina Coeli e a Castelfranco Emilia. Durante la Resistenza, cui prese parte dall’aprile del ’44, rappresentò il Partito Liberale Italiano nel Comitato di Liberazione Nazionale del Piemonte e diresse l’edizione clandestina del giornale «Risorgimento Liberale». Oratore avvincente nell’indicare l’alto significato della lotta partigiana, continuò con impegno, lasciato il Partito Liberale per quello Repubblicano e questo nel ’48 per il Pc-Psiup, l’attività politica (fu il primo presidente dell’Istituto Storico della Resistenza in Piemonte) fino a essere eletto, sempre come indipendente, senatore nel ’68 e rieletto nel ’72 nella lista del Pc-Psiup.

Ma si veda il volume einaudiano La pratica della libertà. Documenti, discorsi, scritti politici 1929-1974, con un ritratto critico di Corrado Staiano, per cogliere la continuità e la coerenza sul piano politico da lui esercitate, come ben evidenzia Ambrogio Arbasino, ricordando che Antonicelli fu «soprattutto un cittadino impegnato nell’attività politica di tutti i giorni, quella concreta, dove ci si sporca le mani, non certo l’intellettuale chiuso nella sua torre d’avorio che racconta dall’alto del suo sapere le cose giuste da fare».

Per questo risalta nell’antologia Una grande illusione (4 dicembre,1949), un lungo, appassionato e critico discorso («cari amici, cari compagni partigiani») tenuto al teatro Alfieri di Torino nel quinto anniversario della morte di Duccio Galimberti e Renato Martorelli sulla Resistenza come «lotta» italiana, nazionale e umana in difesa della libertà. Eppure, se si considera, accanto all’opera politicamente impegnata, il suo essere poeta e scrittore, se si guarda al suo essere, con Arbasino, editore «geniale ed europeo», non si può non ammirare l’altezza intellettuale del suo ingegno e la ricchezza (scrisse anche per bambini) della sua letteratura. Nel volume sotto titolato Un Vogherese illustre emerge in primo piano la sua sensibilità sia attraverso la pubblicazione per i tipi di De Silva delle poesie di Delio Tessa e di Se questo è un uomo di Primo Levi, rifiutato da Einaudi e da lui scelto per il suo significato di testimonianza, sia attraverso la lettura delle sue pagine che coniugano memoria personale e un dettato elegante e molto vivo. Si leggano, a esempio, oltre al già citato Voghera: i miti dell’infanzia, Il generale Gyulai, in cui si rievocano fantasie ed emozioni passate, che i versi crepuscolari restituiscono:

Torneranno le estati senza fine

così prodighe un tempo, nei languenti

orti assopite ai grandi atoni cieli

senza nubi? […] La nostra vita

è là, sull’uscio della casa antica

superstite ai tramonti, in quell’odore

di pace, in quei misteri.

O ancora si considerino il ritratto del poeta «tetro, impassibile, magnificamente assorto hidalgo» di Una visita a Ezra Pound; il colore dell’inverno (L’inverno) che accompagnò la morte nella Milano del poeta Tessa; il delicato proustiano La bomboniera verde, mentre ne I passi di Ermengarda si ritrovano, in una Pavia nebbiosa rappresentata tra storia e immaginazione, la figura cara di Cesare Angelini, scrittore dal «gusto prezioso» e, nel racconto, nobile guida attraverso la città sulle tracce manzoniane della «più grande figura poetica della nostra letteratura». Infine colpisce Il «compianto» di Max Jacob dedicato al mite poeta bretone arrestato dalla Gestapo e morto nel campo di Drancy, ma dedicato anche all’abate di Tanguy, ucciso a Buchenwald. Per unire il ricordo di entrambi, Antonicelli pensò a un oratorio, «elegia funebre o canto di resurrezione» ispirato a versi di Jacob e a parole solenni e religiose forse pronunziate dall’Abate. Tra queste l’invito: «Salvate il presente», messaggio in cui Antonicelli racchiude la fede nella responsabile partecipazione alla vita del proprio tempo da parte di un intellettuale convinto che «Chi fa la sua parte nel suo tempo, salva quel che gli è dato. È così? Io penso che sia così, tutto il dovere e tutto il senso del nostro essere quaggiù». Negli stessi termini lo ricordò Norberto Bobbio in Testimonianza per un amico: «Non era mai stato un uomo d’azione, ma lo diventò in circostanze eccezionali per compiere un dovere, il dovere che anche l’intellettuale ha di scegliere la propria parte, come scrisse Giaime Pintor, nel momento in cui sono in gioco i grandi principi».