Il volume di Elena Clara Savino, Il grande inganno[1], si propone come un’opera di forte denuncia storica e politica, che attraverso l’analisi del caso togolese smaschera le contraddizioni della missione civilizzatrice francese e dell’intero progetto coloniale europeo. L’approccio è dichiaratamente anticolonialista, critico e revisionista, e si inserisce nel filone della storiografia contemporanea che rifiuta l’autoassoluzione occidentale e ne contesta la narrazione “umanista” e “universalista”.

Già nell’introduzione, l’autrice mostra una visione ampia e lucida della storia coloniale e postcoloniale, denunciando la lunga durata dell’ideologia razzista che ha giustificato lo schiavismo e l’occupazione, proseguendo in forme più sofisticate nel neocolonialismo economico e politico. La tesi centrale del volume è che la decolonizzazione africana, in particolare quella del Togo, sia stata una transizione fittizia, un’illusione di indipendenza dietro la quale si è mantenuta un’egemonia francese pervasiva, esercitata attraverso il diritto, le istituzioni, l’economia e la forza militare.

L’analisi storica è documentata e rigorosa. Savino attinge a una bibliografia estesa, incluse fonti africane, francesi, inglesi e testimonianze orali, mostrando padronanza della materia e una volontà dichiarata di decostruire le narrazioni ufficiali. Il Togo viene trattato come un caso paradigmatico: da ex protettorato tedesco, spartito dopo la Prima guerra mondiale, a territorio affidato alla Francia sotto mandato e poi fiduciariamente gestito fino all’indipendenza del 1960. Ma è proprio dopo quella data che il “grande inganno” si rivela in tutta la sua portata: indipendenza formale, ma subordinazione reale.

Uno dei meriti più evidenti del libro è l’uso della lunga durata braudeliana, che consente di vedere la continuità storica delle dinamiche di dominio e sfruttamento. L’autrice inizia il racconto dal Cinquecento, epoca della nascita della tratta degli schiavi e dell’invenzione ideologica delle razze, per arrivare fino all’epoca contemporanea, seguendo l’evoluzione del rapporto diseguale tra Africa e Europa, e in particolare tra Togo e Francia. Questo sguardo di lungo periodo permette al lettore di comprendere come certe strutture economiche, giuridiche e culturali non siano scomparse con la decolonizzazione, ma si siano trasformate per perpetuare lo stesso controllo.

Il tono dell’opera è appassionato e militante, ma non perde mai di vista il rigore accademico. Savino scrive con indignazione, ma anche con metodo, mantenendo un equilibrio tra denuncia e documentazione. I capitoli dedicati alla manipolazione politica da parte della Francia – attraverso uomini come De Gaulle, Jacques Foccart, e i presidenti togolesi compiacenti come Eyadéma e il figlio Faure Gnassingbé – sono particolarmente forti e informativi. L’influenza francese nel Togo post-indipendenza, con i suoi strumenti di controllo economico (il franco CFA, la rete Bolloré, gli accordi militari), viene smontata con attenzione ai dettagli e dimostra come le strutture del potere si siano adattate per mantenere intatti i rapporti di forza.

Tuttavia, alcuni limiti vanno segnalati. L’assenza di uno sguardo comparativo con altri contesti coloniali (per esempio il Camerun, la Costa d’Avorio o l’Algeria) riduce in parte la portata generale della denuncia. Inoltre, il libro adotta una prospettiva molto netta: la Francia è descritta quasi esclusivamente come potenza predatoria, mentre le contraddizioni interne del continente africano, i fallimenti locali, e la complessità delle società postcoloniali non ricevono sempre l’attenzione che meriterebbero. Questa scelta interpretativa, pur coerente con la tesi dell’opera, rischia di appiattire una realtà più sfaccettata.

Va altresì sottolineato come il volume assuma una posizione dichiaratamente anticolonialista – il che è più che legittimo – ma in certi passaggi tende a semplificare la complessità storica riducendo i ruoli a un conflitto binario tra: l’Europa (specie la Francia) unicamente predatoria, violenta, ipocrita e un’Africa soltanto vittima, passiva o impotente. Questo approccio rischia di oscurare le dinamiche interne africane, comprese le lotte tra etnie, i giochi di potere, le complicità delle élite locali con il colonialismo.

Va segnalato inoltre come l’autrice citi numerose fonti storiche e storiografiche, ma con un certo grado di selettività tematica. In altri termini vengono privilegiati autori e testimonianze di impianto critico (Fanon, Césaire, Mbembe), mentre le voci contrarie o intermedie (anche della storiografia francese contemporanea) sono poco rappresentate. Ciò indebolisce il bilanciamento critico dell’argomentazione e la poliedricità interpretativa, essenziale in un’analisi storiografica matura.

Dal punto di vista stilistico, Il grande inganno è scritto con una prosa colta, intensa, in alcuni passaggi letteraria. Le citazioni da autori come Fanon, Césaire, Braudel e Mbembe testimoniano un solido retroterra teorico, ma anche una volontà di dialogare con le voci più critiche della modernità. Le pagine iniziali, che evocano il “cuore di tenebra” del colonialismo europeo, sono tra le più efficaci: evocative e taglienti, delineano un’Europa smascherata nelle sue pretese morali.

La prosa del volume è quindi ricca, colta e spesso ispirata, ma in alcuni punti diventa eccessivamente retorica, con un lessico carico (e.g., “il ghigno della Repubblica”, “l’Africa lacerata dalle artigliate della storia”); essa tende ripetere concetti, talvolta a scapito della chiarezza o del ritmo della narrazione.

Un punto di forza è l’attenzione alla dimensione giuridica e istituzionale del neocolonialismo: Savino mostra come il diritto coloniale francese, con le sue architetture ambigue e differenziali (Code Noir, regime del mandato, norme della Union française e della Communauté), abbia costruito un sistema di controllo basato sulla legalità apparente, ma sostanzialmente arbitrario. È su questo piano che il “grande inganno” si compie: non nella brutalità esplicita del passato, ma nella legittimazione giuridica del presente. Assai interessante è la parte dedicata al sistema dei Mandati della Società delle Nazioni e al Trusteeship ONU, figure del diritto internazionale assai spesso dimenticate quando si parla di decolonizzazione.

In conclusione, Il grande inganno è un’opera importante, che contribuisce in modo incisivo alla storiografia postcoloniale. È un libro che turba, informa, provoca. L’ambizione dell’autrice – ripensare la storia del rapporto tra Europa e Africa alla luce del fallimento coloniale e della continuità del dominio – si traduce in una narrazione coinvolgente e strutturata. Alcuni eccessi polemici non ne minano la solidità complessiva, ma anzi ne rafforzano il valore come strumento di critica e di presa di coscienza. È una lettura necessaria per chiunque voglia comprendere non solo la storia del Togo, ma anche le responsabilità irrisolte dell’Occidente nel mondo contemporaneo.

 

 

[1] Elena Clara Savino, Il grande inganno. La Francia coloniale nel secolo XX. Il caso del Togo, Milano, Biblion, 2024.