In cerca della risposta, proviamo a farci condurre da un intellettuale di vaglia: Antoine Garapon. Magistrato francese, già segretario dell’Institut des hautes études sur la justice, autore di saggi, presenza importante in trasmissioni radio e televisive. Un giurista preparato; nel suo ramo, anche una stella, un protagonista dello spettacolo impegnato. La personalizzazione del discorso e la creazione di divi, anche in Italia, non hanno risparmiato le leggi, e a tutti noi vengono in mente nomi: un professore rammoderna la Repubblica con gli apprendisti stregoni, un civilista fa la guardia gratis a risparmi non suoi, l’avvocato dei cementificatori poveri si commuove.

Prendiamo un libro di Garapon ispirato a un convegno del 2007 nella Cassazione francese[1]. Il testo risente delle controversie degli anni Novanta e di inizio secolo. Prosa piena di interrogativi, di finestre civettuole da cui non è elegante sporgersi troppo. L’autore si mostra perplesso ma sa dove vuole arrivare.

La questione di fondo è quella dei risarcimenti alle vittime dei crimini di guerra e contro l’umanità. C’è bisogno di dire che il tema nel 2007 era importante e che adesso è esplosivo? Sono risarcimenti chiesti con cause civili complesse e ostinate. Cause che, a differenza dei processi penali, non si spengono con la morte dei colpevoli, perché continuano contro i loro eredi e contro gli Stati per cui gli assassini – in divisa, in borghese, in grisaglia – hanno commesso quei delitti.

Le buone maniere ci sono, Garapon è uomo di garbo e problematizza tutto. L’effetto, però, è di instillare rassegnazione e indebolire la tutela. Non mancano divagazioni filosofiche, ampie disamine, vasta cultura. E si cambia sempre discorso. Ecco un esempio:

Le azioni di riparazione non pretendono solo di ridurre la distanza temporale, ma anche quella spaziale. Gli affaires presi in considerazione ruotano attorno a un episodio della storia che ha comportato, la maggior parte delle volte, un viaggio negli inferi, un’espulsione, una deportazione. […] La sfida lanciata da tali azioni è dunque duplice: la prima, esplicita, è mettere fine a ingiustizie storiche; la seconda, meno visibile e spesso ignota ai promotori stessi, è volta a ridurre politicamente il senso di lontananza dalla “città” di appartenenza, una sorta di esilio politico che mina la cittadinanza formale[2].

Come non essere d’accordo? Ma è una battaglia restando seduti.

In questo rimuginare, il processo civile è presentato come apolitico e come giustizia di numeri (una tesi che innamora i debitori: accusare le vittime di venalità). È evidente, però, che questa sì è una visione politica e non tecnica.

L’alto magistrato francese finisce per vedere la soluzione dei debiti nella politica; è un altro modo di confidare nella ragion di Stato, cioè proprio nella belva rispettabile che ha agevolato i crimini, anzi che li ha voluti, che li ha pianificati. Ben diverso spessore in un connazionale di Garapon, Pierre-Henri Teitgen, al momento di sostenere la proposta di istituzione della Corte europea dei diritti umani, il 19 agosto 1949, quando indica le minacce alla libertà: «La prima minaccia è l’eterna ragione di Stato. Dietro lo Stato, qualunque sia la sua forma, fosse pure quella democratica, aleggia sempre là come perenne tentazione, questa ragione di Stato. […] Perfino nei nostri paesi democratici dobbiamo stare in guardia dalla tentazione di soccombere alla ragione di Stato»[3].

Garapon si tiene alla larga dalla questione della giurisdizione su uno Stato estero[4]. La domanda tecnica è: se uno Stato deve essere condannato, è possibile che a farlo sia un altro Stato? Se la giustizia internazionale non offre tutela questa domanda diventa scottante, perché le vittime si rivolgono alle giustizie nazionali, scegliendone una secondo convenienza (forum shopping). Una risposta dirompente in senso giuridico, storico e morale, è stata data in Italia nel 2004, con una pronuncia della Cassazione nota come «sentenza Ferrini», dal nome di un deportato aretino, giovanissimo durante l’occupazione tedesca, che negli anni Novanta aveva fatto causa alla Germania.

L’iniziativa di Ferrini sembrava un buffo gioco di carte bollate. Invece Ferrini vinse, anche se riuscì a prendere solo una sentenza strepitosa e non il denaro che gli spettava. La decisione fece scalpore a livello internazionale, aprendo una stagione di speranze per i crimini del passato, del presente (di allora) e del futuro (cioè di oggi: Palestina, Ucraina, Africa e molto altro). Più si estende la tutela, più si tagliano le unghie alla ragion di Stato e all’arbitrio del potere. Nel 2014 la sentenza Ferrini ebbe anche l’avallo della Corte costituzionale[5]. Ma Garapon, che sviluppa discorsi sul denaro, l’obbligo e il dono, vola così alto da non prendere posizione sull’interrogativo centrale: come dare alle vittime un risarcimento effettivo? Dall’empireo di dotte considerazioni, riesce a parlare della questione senza mai neanche nominare il caso Ferrini, che ha fatto il giro del mondo.

Chi può negare che il discorso sia raffinato? Ma qualcosa non va, anche quando si guarda lontano:

I processi per la riparazione dei pregiudizi della storia non si comprendono se non attraverso la speranza di un avvenire più giusto, ma vanno anche di pari passo con l’abbandono dell’idea di progresso o di rivoluzione, che tanti massacri ha legittimato. […] Queste azioni legali rielaborano a loro modo la speranza cristiana di un tempo finale, giudicato e purificato per il tramite di un processo. […] L’epilogo è affidato ormai a un’istanza giurisdizionale reale, umana, e non più a una giustizia inerente alla storia come nel modello hegeliano. La storia non è più il tribunale del mondo, ma, al contrario, sono i danni civili e le sofferenze infitte ai popoli a divenire i criteri in base ai quali sarà giudicata la storia[6].

Si guarda lontano, ma si vede offuscato. In realtà, la giustizia sotto forma di risarcimento non implica affatto una rinuncia al cambiamento storico di rottura. Se una vittima di un crimine chiede giustizia, è serio escludere che non voglia una rivoluzione? Sarebbe come dire che chi chiede denaro dopo il tamponamento della sua automobile è contrario all’uso dei mezzi pubblici. Quanto al valore religioso del processo sul risarcimento, non è dimostrabile. Non è neanche detto che la richiesta voglia un giudizio sulla storia.

Forse davvero la storia non è più il tribunale del mondo (lo è davvero mai stata?), ma questo non è dovuto alle domande di giustizia. Semmai, la mancata tutela delle vittime – anche sotto forma di risarcimento – finisce per diventare il tribunale filosofico, intellettuale, persino salottiero, da cui a uscire condannata è la giustizia.

E poi, riflettiamo: le prospettive rivoluzionarie sono in ribasso e ci sono richieste di risarcimenti; ma i difensori della ragion di Stato leggono proprio nella debolezza delle prospettive rivoluzionarie l’argomento per indebolire proprio i risarcimenti. Si vede in questo un’astuzia, se si considera che il grosso delle vittime, nei conflitti e nei contesti in cui si consumano crimini di guerra e contro l’umanità (è così a Gaza come in Ucraina, in Libia e nelle acque del Mediterraneo), è fra le classi che più hanno bisogno di un cambiamento radicale della società. Per gli oppressi e gli sfruttati guerra e pace sono meno lontane l’una dall’altra. Da questo, chi vuole giustizia sociale non deve forse concludere che è meglio esigere subito la limitata giustizia dei tribunali, senza aspettare un mondo nuovo?

Tutto diventa più chiaro quando ci si avvicina al tema del pagamento:

La peculiarità delle azioni di cui si è parlato consiste […] nel fatto che esse reclamano debiti al tempo stesso giustificati e impossibili da assolvere ricorrendo al diritto positivo e alle vie giurisdizionali. L’impossibilità della riparazione, che è una delle caratteristiche dei danni causati dalla storia, sposta la risoluzione del conflitto necessariamente verso il futuro. Riconoscendo il torto del passato, ci impegnamo a che esso non si ripeta. In altre parole: soltanto una promessa che si inscriva nell’ordine del politico potrà porre utilmente rimedio al passato[7].

Qui il discorso si inceppa. L’ostacolo che si incontra è un macigno vero, verissimo: i debiti della Germania (da cui sono partite molte controversie), come quelli degli Usa, della Russia, di Israele e di molti altri Stati, compresa l’Italia, sono veri; la riscossione è difficilissima (impossibile, questo no). La reazione del giurista, di fronte a quest’amara impotenza, dev’essere di ribadire la posizione corretta e di fare tutto il possibile a favore delle vittime; poi, di deporre anche l’insuccesso ai piedi dell’umanità, perché in seguito il testimone sia raccolto. C’è chi invece rimanda e promette: il futuro, la politica, e si sottrae. Così, in un mimo formidabile di Marcel Marceau, il pubblico ministero alla fine della requisitoria si riavvolge le maniche della toga, fa una smorfia altezzosa e si tira indietro[8]. Eppure ogni crimine del passato ha già avuto un futuro, e in punto di risarcimenti è stato nel segno della giustizia mancata. Quanto alla politica, c’è sempre stata, a contribuire con le cancellerie e la propaganda ai crimini più spietati. L’impegno a che non si ripeta, ognuno vede cosa vale.

Certo, nel libro del magistrato francese la promessa si presenta bene, quando il capitolo L’ambivalenza della riparazione finanziaria offre discorsi sul denaro davvero intelligenti[9]. Ma attenzione: l’ambivalenza che l’autore vede nel risarcimento (che non viene pagato) in realtà è in questo discorso, e per accorgersene basta pensare all’enorme differenza che corre fra parlare di denaro senza spostare un centesimo e, invece, dare sul serio alle vittime il denaro degli Stati, delle industrie delle armi, delle organizzazioni che guadagnano sui conflitti, e insomma di tutti i responsabili e complici dei crimini di guerra e contro l’umanità. Un rimedio difficile da attuare? Piuttosto, un rimedio per spezzare l’osceno circuito del crimine di Stato. E forse – effetto collaterale – per superare i discorsi intellettuali modaioli.

È una strada coi suoi rischi. Oggi ce lo conferma il modo in cui viene offesa e boicottata Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu per la Palestina. Il suo documento del 2025 sulla situazione dei diritti umani, sottotitolo chiarissimo Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, tratta non solo i crimini commessi da Israele, ma i collegamenti internazionali di tipo industriale, commerciale e finanziario tra il massacro sistematizzato e il profitto economico[10].

L’alchimia maligna che muta il sangue in oro è un nervo scoperto del sistema, e basta toccarlo per farsi molti nemici. Ma è anche il punto su cui intervenire per cambiare davvero: dal diritto ai risarcimenti, a carico degli Stati e dei gruppi economici che si rimpinguano sulle carneficine, viene uno strumento per fermarle. Per questo Albanese, che prende in esame organizzazioni private e pubbliche, anche non lucrative, e che ricorda l’accaparramento e l’espulsione ai danni dei palestinesi sin dai primi del Novecento, riafferma proprio la responsabilità economica sia delle persone giuridiche sia dei dirigenti (è importante che citi come precedente il caso I.G. Farben, che riguardava il lucro sullo sterminio degli ebrei). Dalle armi alle università, dalla cantieristica alle assicurazioni, dal turismo all’intelligenza artificiale, dall’agricoltura ai fondi pensione, Albanese riassume, riordina e fa i nomi di strutture che crescono sulla schiavizzazione e sull’assassinio; e chiede – nel documento c’è una specifica sezione sugli aspetti legali – che quelle strutture risarciscano i danni[11]. Dal pagamento di questi debiti nascosti dipende il futuro, perché colpire nel denaro è ben diverso dal fare castelli di parole. Il rapporto Albanese del 2025, dunque, è insieme un documento di storia e una bozza di progetto per cambiarla, la storia. Altro che non si ripeta.

A questo punto chiariamo una cosa: Garapon è a un livello molto superiore rispetto a certi giuristi italiani che contestano i diritti delle vittime con formalismi. Per esempio, sono state così quasi tutte le posizioni espresse in un convegno all’università Luiss, a Roma, nel 2024, dedicato ai risarcimenti e alla giurisdizione[12]. Un incontro, nel decennale della sentenza della Consulta del 2014, inadeguato e senza scuse: nel 2024 Ucraina e Gaza, per citare i casi più evidenti, erano già macellerie a pieno ritmo. Messi da parte i discorsi prevedibili, dato fondo alla pazienza per l’uso della parola saga intendendo la vertenza sui risarcimenti delle stragi naziste (chi oserebbe chiamare saga il processo di Norimberga?), sopportati i toni in linea con l’atmosfera di un’università privata per jeunesse dorée, alla Luiss si toccavano con mano lacune profonde. Assaggiamo questa chicca offerta da un accademico: «Dovranno pagare i figli e i nostri nipoti per i crimini dei padri e dei nonni?»; la voce preoccupata si identificava immediatamente coi debitori, non coi creditori: più chiaro di così. Soprattutto, nei convegni allineati si sente l’importanza di ciò che Ludovico Antonio Muratori scrisse già nel 1742 in I difetti della giurisprudenza: «Sottigliezze, giri e rigiri inventati dall’acutezza de’ causidici, […] un male familiare dell’Italia, e di tant’altri paesi cristiani, e male di sommo incomodo e danno a chiunque per sua disavventura dee fare o sostener delle liti»[13].

Di sicuro non è un caso che i giuristi baciati dalla notorietà, che vanno ai convegni di lusso, che sono invitati in televisione e intervistati sui giornali padronali, siano collocati su posizioni compatibili col potere economico, politico e militare. Insomma, se ci chiediamo con che diritto facciamo i conti con la storia, dobbiamo chiederci anche a quali ministranti della giustizia affidiamo la contabilità. I vecchi argomenti innocui, da considerare collaudati – battle-proven, si dice delle tecnologie militari usate sui palestinesi[14] – , nel senso che non disturbano la ragion di Stato, vanno sostituiti con un nuovo lavoro giuridico justice-proven, che esca dal torpore del memorialismo e delle esortazioni.

 

 

[1] Antoine Garapon, Chiudere i conti con la storia. Colonizzazione, schiavitù, Shoah, Raffaello Cortina, Milano 2009 (tit. orig. Peut-on réparer l’histoire? Colonisation, esclavage, Shoah, Odile Jacob, 2008), ispirato al convegno La réparation des préjudices de l’histoire, 15 febbraio 2007.

[2] Ivi, pp. 8-9.

[3] Citato in Corte Europea dei Diritti Umani (Grande Camera), 14 dicembre 2006, ric. n. 1398/03, Markovic e altri c. Italia, opinione dissenziente di Vladimiro Zagrebelsky, con adesioni di altri sei giudici.

[4] Mi permetto di rinviare a Luca Baiada, Elena Carpanelli, Aaron Lau, Joachim Lau, Tullio Scovazzi, La giustizia civile italiana nei confronti di Stati esteri per il risarcimento dei crimini di guerra e contro l’umanità, Editoriale Scientifica, Napoli 2023.

[5] Corte cost. 22 ottobre 2014, n. 238, presidente ed estensore Giuseppe Tesauro.

[6] Garapon, Chiudere i conti con la storia, cit., p. 51.

[7] Ivi, p. 206.

[8] Film Marcel Marceau en scene, realizzato da Alain Dhénaut.

[9] Garapon, Chiudere i conti con la storia, cit., pp. 153-178.

[10] Human Rights Council, fifty-ninth session, 16 June–11 July 2025, Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, Francesca Albanese, Human rights situation in Palestine and other occupied Arab territories. From economy of occupation to economy of genocide.

[11] Ivi, par. 95: «To pay reparations to the Palestinian people, including in the form of an apartheid wealth tax along the lines of post-apartheid South Africa».

[12] Convegno Immunità giurisdizionali dello Stato, riparazione delle gravi violazioni del diritto internazionale e legalità costituzionale: a dieci anni dalla sent. 22 ottobre 2014, n. 238, Roma, Luiss, 22 novembre 2024.

[13] De i difetti della giurisprudenza, trattato di Lodovico Antonio Muratori, bibliotecario del sereniss. sig. Duca di Modena, Stamperia Muziana, Napoli 1743, p. 124.

[14] Report, cit., par. 30.

 

 

Immagine: da Marcel Marceau en scene, diretto da Alain Dhénaut, 1993