Si è concluso con il 58,9% di affluenza il voto al referendum sulla riforma Nordio. I numeri alle urne hanno superato le aspettative, così come il risultato elettorale: 14,5 milioni di schede per il No, 12,4 milioni per il Sì. È la prima sconfitta del Governo Meloni dall’inizio del suo mandato.
Il centro-sinistra manifesta nelle piazze. I suoi leader festeggiano a piazza Barberini a Roma. Conte già chiede le primarie. Landini celebra “l’Italia che resiste”. Potere al Popolo invoca le dimissioni del Governo. La sinistra tutta – moderata e radicale, partitica e sindacale – esulta per la vittoria e guarda alle elezioni del 2027.
Non è chiaro, tuttavia, chi siano i vincitori. I cittadini? I magistrati? L’opposizione? Perso il referendum, l’esecutivo fa pulizia e ottiene le dimissioni dei suoi membri più scomodi: Delmastro, Bartolozzi e Santanché. Giorgia Meloni non vuole rischiare nulla in quest’ultimo anno di governo. Ma il Governo è davvero più debole?
Di certo è più facile vincere quando si tratta di difendere l’esistente, meno quando è in gioco la trasformazione reale degli assetti istituzionali e degli equilibri economici del Paese. Né dobbiamo dimenticare che in tutti questi anni è stata la sinistra a perdere più di quanto non abbia vinto la destra.
I consensi del centro-destra negli ultimi anni non sono affatto aumentati. Al contrario, rispetto alle elezioni politiche del 2008, trainate dal partito di Silvio Berlusconi, hanno perso 4-5 milioni di voti. Dal 2013 a oggi, la Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia si sono assestati, più o meno stabilmente, intorno ai 12 milioni di elettori. Ciò che è cambiato è stata la loro distribuzione tra le forze che compongono la maggioranza.
A perdere voti sono stati, invece, prima il PD, poi il M5S, per aver attuato politiche securitarie e di austerità non troppo dissimili da quelle del centrodestra, contribuendo alla crescita della rassegnazione e dell’astensionismo. A votare di meno, sono proprio coloro ai quali un campo progressista dovrebbe rivolgersi.
Un’indagine campionaria realizzata da ISPSOS dopo il voto del settembre 2022, rivelava un tasso di astensione più alto tra gli elettori di età compresa tra i 18 e i 49 anni, tra quelli con istruzione media, elementare e senza istruzione, tra coloro con condizione economica bassa e medio-bassa e, infine, tra disoccupati, inoccupati, operai e affini.
A ben vedere, poi, questa è la terza vittoria del NO in un referendum costituzionale. Era già accaduto nel 2006 e nel 2016. Anche quando al governo c’era Matteo Renzi e alle urne si votava la riforma Boschi, l’affluenza raggiunse la cifra record del 68,48%. Il NO vinse di quasi 20 punti percentuali, particolarmente forte tra i giovani e al Meridione.
Allora lo scacchiere politico era meno omogeneo di oggi, con la maggioranza del PD e forze centriste in difesa del SI, mentre il M5S, Sinistra Italiana e la CGIL si schieravano per il NO con la Lega e Forza Italia. Un risultato che ci parla dell’ambiguità del voto referendario, un voto sia politico sia di merito. Tale si conferma anche in occasione di questo referendum.
Possiamo scomporre il fronte del NO in quattro componenti. Innanzitutto, a respingere la riforma Nordio è stato il 61% degli elettori di età compresa tra i 18 e i 34 anni. Una generazione più istruita e consapevole, più combattiva, che si è mobilitata per il clima e per la Palestina, si è indignata per le guerre di Trump e ha respinto l’autoritarismo, l’omofobia e il razzismo della destra nostrana.
Non sorprende se questi stessi giovani disertano in massa le urne quando si tratta di votare i politici che dovrebbero rappresentarli. Per loro, in tutti questi anni, non la politica dei partiti, ma i centri sociali, l’autogestione e la disobbedienza civile, quando non l’emigrazione all’estero, sono state le uniche forme di riscatto.
La seconda componente è data dal Meridione. In Basilicata, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia ha stravinto il NO. È questo, in parte, un voto di sfiducia nei confronti della politica e non solo del Governo. Le regioni del Sud hanno pagato, più delle altre, i tagli alla sanità e all’istruzione; non hanno dimenticato la soppressione del reddito di cittadinanza, voluta dal Governo Meloni; hanno riconosciuto nella magistratura un baluardo di democrazia contro la corruzione che inquina le istituzioni.
Una terza componente dell’elettorato per il NO è stata mobilitata dall’opposizione, specie nelle grandi città, quasi tutte guidate dal centro-sinistra. Ma si tratta di quelle stesse forze politiche – il PD e il M5S – che hanno governato in subordine alla logica delle compatibilità e del vincolo di bilancio, senza potere, o volere, far nulla per avanzare sul terreno delle riforme di struttura e della piena attuazione della Costituzione.
Sembra, infine, che abbia contribuito a respingere la riforma Nordio una parte dell’elettorato di destra, che ha ritenuto inopportuna la riforma dell’ordinamento della magistratura. Circa il 15-20% dell’elettorato di destra ha respinto la riforma. D’altra parte, non sono esistiti i magistrati di destra per il NO e gli avvocati di sinistra per il SI? Come abbiamo già detto, si è trattato di un voto sia politico, sia di merito.
Sarebbe sbagliato inferire dal risultato del referendum un immediato indebolimento della destra. Una parte imponderabile dell’elettorato ha espresso, di certo, un voto di rifiuto, non solo verso la riforma Nordio, ma verso il Governo stesso. Nondimeno, nulla legittima a pensare che la coalizione dei partiti che sostengono l’esecutivo stia perdendo consensi nel Paese o che li perderà da qui alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento.
Dal voto dello scorso 23 e 24 marzo è emerso un dissenso, non nuovo, ma latente. Lo stesso dissenso che ha portato un milione di dimostranti a manifestare contro il genocidio dei gazawi lo scorso 4 ottobre a Roma. Un dissenso che le forze del centro-sinistra non hanno saputo canalizzare, in questi anni, in un progetto politico di radicale alternativa.
Se ne esce confermati, piuttosto, nella convinzione che la sinistra vada ricostruita su basi nuove, politiche e culturali, nonché sullo slancio di una mobilitazione popolare che sia permanente e conflittuale.
Il programma è sotto gli occhi di tutti. Servono una tassa patrimoniale, una riforma della fiscalità in senso progressivo, un salario minimo garantito, nazionalizzazioni e una nuova politica industriale, misure di redistribuzione della ricchezza e maggiori investimenti in sanità e istruzione.
Il “campo largo” delle compatibilità e del vincolo di bilancio non può attuare un simile programma. La sinistra radicale è ancora troppo debole. Finché sussistono queste condizioni, c’è poco da sperare dall’indebolimento della destra.
La prospettiva può essere soltanto quella della creazione di una nuova forza di sinistra che spinga dall’esterno i partiti progressisti su posizioni radicali e favorisca la rottura del PD o la fuoriuscita dal partito delle correnti riformiste e moderate.
Bisogna uscire dalla dicotomia tra minoritarismo conflittuale e opportunismo parlamentare, per una intesa su basi nuove tra le varie anime della sinistra che si regga sulla mobilitazione di massa e la lotta politica per l’attuazione di riforme di struttura che mettano al centro l’uguaglianza, il bene comune e il diritto alla felicità.





