Già dal punto di vista semplicemente umano la sincerità ha un notevole valore. La persona sincera diffonde intorno a sé un senso di sicurezza, di fermezza, e quindi di serenità; rende migliori gli altri perché li stimola a ripulire il loro animo e il loro pensiero. Uno che l’ha conosciuto, ha detto di Gandhi che egli purificava l’aria intorno a sé. Una persona sincera fa sorgere il desiderio di esserle amici, anche se ciò costerà un poco, perché non riceveremo lodi eccessive, complimenti falsi, bensì la schietta espressione del pensiero di quella persona.
Non è facile essere sinceri, finché noi abbiamo paura del “mondo”, delle conseguenze dannose per noi o per altri. Ma bisogna avvicinarsi sempre più, sempre più, ogni giorno con un passo avanti. Del resto, non c’è bisogno di dire tutto ciò che pensiamo, molte volte si può tacere. Un grande elogio va fatto del silenzio; noi parliamo troppo, e il nostro parlare porta proprio alla menzogna. Meglio è, invece, parlare poco, lasciar regnare il silenzio intorno a noi, ma quando parliamo, dire francamente ciò che pensiamo.
Il proposito della sincerità porta anche l’avversione per tutto ciò che è esagerato nel gusto, enfatico, troppo carico di ornamenti: una persona che ama la sincerità, si vestirà anche con semplicità, che può tuttavia essere di molta finezza e anche bellezza. Così nella casa, nell’ordine degli oggetti si riflette la sincerità. E anche nella pulizia del corpo, che ha un valore, oltre che igienico, morale e sociale. Chi è trascurato quanto alla pulizia, all’acconciarsi, alla biancheria, assomiglia a chi parla in modo confuso e non dando la sicurezza di parole autentiche e vere.
La sincerità è, dunque, un servizio sociale.
Dal punto di vista religioso il valore della sincerità cresce. In religione noi cerchiamo il massimo contatto con l’intima realtà di tutti, e perciò la sincerità è come un sacramento che ci tiene in contatto intimamente con tutti. Se si fa un’eccezione, il contatto non è infinito, e noi entriamo in qualche cosa di chiuso. Solo nell’apertura a tutti, nessuno escluso, si può dire che si trovi Dio.
Inoltre la sincerità religiosamente insegna una cosa fondamentale: la presenza. Anche colui che non vediamo, che è lontano, che è morto, ci risulta presente, se siamo abituati a parlare come se egli fosse presente e ci vedesse nel nostro pensiero. Il pensiero così non è l’organo dell’isolamento dell’uomo, ma l’organo della solidarietà. Il tu non è religioso se non è sincero.
Tutta la politicuccia di ogni giorno, le finzioni e i sotterfugi, scompaiono come nebbia al sole nell’apertura religiosa, nella quale uno sta davanti agli altri così come sta davanti a Dio.
Perciò la nonmenzogna è strettamente connessa con la nonviolenza: entrambe sono negative soltanto di nome; nel fatto sono positive, perché esprimono il rispetto e l’affetto per ogni persona, sopra ad ogni considerazione di utilità nostra o di altri. Difatti noi diciamo: «Ti stimo una persona coraggiosa, e perciò ti dirò francamente la verità». È un omaggio, dunque, essere sinceri, ed è, religiosamente, parlare con un altro alla presenza di Dio come di un alto testimone che ci vede intimamente.
Aldo Capitini
L’articolo, del 12 aprile 1956 e inedito, fa parte dell’Archivio Aldo Capitini conservato presso l’Archivio di Stato di Perugia. Ringraziamo Anna Alberti per avercelo trasmesso. È una preziosa sintesi della visione capitiniana della trasversalità di un’etica rivoluzionaria, di un attraversamento appassionato e consapevole della complessità dell’esperienza umana, per una radicale rivoluzione permanente, sociale e mentale. È anche un esempio della sua scrittura come strumento di colloquio corale, sempre rivolta a un tu-tutti, oltre i limiti dell’io, con un linguaggio empaticamente “semplice”, strumento poetico della religione capitiniana della “compresenza” (il Dio, il sacro, di Capitini) tra le tante dimensioni di una realtà da liberare.
Liberarci come? Parliamo di noi, “tutti”. Con Capitini in “compresenza”, maestro di pensiero e azione, di etica e politica, nella nostra realtà attuale caratterizzata dalla crisi profonda del capitalismo occidentale, dalla disfatta del suprematismo bianco, dalla distruzione predatoria delle risorse ultime del pianeta. Il quadro “geopolitico” è chiaro, e la sua analisi critica è sostanzialmente compiuta: alla disfatta occidentale, bellicista e ideologica (neoliberismo e affini), si sta contrapponendo un nuovo assetto dei poteri e delle influenze su scala mondiale, il multilateralismo di un “Sud globale” che si sta orientando a nuove relazioni economiche e politiche ispirate a valori di cooperazione e collaborazione, contro il bellicismo disperato degli Stati Uniti d’America e del criminale Stato teocratico e razzista di Israele.
Su questa rivista abbiamo sempre seguito con attenzione, mai neutrali, da più di ottanta anni, questi processi in corso, con una visione contemporaneamente attenta al quadro geopolitico mondiale e alla situazione italiana.
Negli ultimi anni della sua vita, interrotta in pieno Sessantotto, Capitini concentrò sulla questione del potere la sua elaborazione teorica e le sue azioni di pratica sociale per la “democrazia diretta”, per un nuovo socialismo a sviluppo del marxismo, entrando in verticale nelle realtà biopolitiche delle condizioni umane, per costruire un potere nuovo, egualitario e dal basso. Sintetizzò questa prospettiva in un neologismo, “omnicrazia”, il potere di tutti (più che democrazia, più che socialismo). Sperimentò, dalla Liberazione in poi, gli strumenti di base per un potere nuovo: l’autorganizzazione dal basso, l’organizzazione di movimenti e di reti, l’educazione all’autonomia delle singole persone, lo sviluppo del potenziale umano individuale e collettivo, la costruzione di una democrazia almeno socialista. Un lascito oggi più che mai attuale.
Insistiamo: l’unica alternativa ai disastri del capitalismo sempre predatorio e dell’imperialismo occidentale è ovunque la convergenza dei movimenti che in tutto il pianeta si stanno opponendo e lottano per un “pluriverso” delle diversità, per soluzioni statuali e organizzative di tipo socialista (pianificazione e individualità, i due temi centrali). Nel 1945 «Il Ponte», nato dalla cospirazione antifascista degli anni trenta e dalla Resistenza, volle essere un ponte tra le macerie della guerra e una nuova società democratica, tutta da costruire; oggi ci poniamo come ponte tra le macerie del capitalismo e la progettazione e costruzione di un socialismo “con caratteristiche italiane”, come spazio di elaborazione collettiva su tutti i temi della nostra realtà.
Sono indispensabili le due parole-chiave del lascito politico di Capitini: «passione» e «visione». Per questo proponiamo come editoriale di questo numero della rivista, ricco di proposte progettuali e di trasversalità tematica, la “semplicità” del suo articolo “angelico e diabolico” (così Luigi Russo definì Capitini, dopo aver partecipato a una sorprendente riunione del Centro di Orientamento Sociale di Firenze, nel 1946).
Insistiamo: nel paese reale si stanno incontrando, con il protagonismo di nuove soggettività giovanili, delle donne, delle popolazioni del Sud, degli operai impegnati in esperienze di autorecupero delle fabbriche devastate, processi e percorsi rimasti separati nel corso degli ultimi tre decenni di crisi economica e politica, di agonia del “modello di sviluppo” capitalistico e del sistema politico che lo rappresenta. Temi tradizionalmente separati, dall’ambientalismo all’economia, dai diritti sociali e civili all’assetto costituzionale sotto attacco, dalle pratiche di “nuova socialità” e di “altra economia” alle pratiche di solidarietà attiva in un nuovo contesto multietnico e interculturale, si vanno componendo in un “movimento di movimenti” tematici e settoriali, alla ricerca di collegamenti e iniziative comuni, in un processo di alternativa complessiva alla crisi climatica, alle guerre economiche e combattute sul campo, alla crisi delle democrazie liberali occidentali. Si sta ricomponendo un quadro conflittuale “di classe”, antioligarchico e internazionalista. Autonomia, autorganizzazione, nuova socialità, democrazia dal basso, collegamenti e convergenze per un nuovo socialismo coerentemente partecipativo, internazionalista e multiculturale.
Lanfranco Binni e Marcello Rossi





