I tartassati

La presidente Meloni e il ministro Giorgetti mostrano grande soddisfazione per lo stato dei conti pubblici che hanno ripristinato l’avanzo primario (in sintesi più entrate rispetto alle spese, al netto degli interessi sul debito). Ma questo “miracolo” – che in parole più chiare si chiama austerità – chi lo paga? La risposta è semplice: chi paga le tasse. I numeri lo dicono con chiarezza: il prelievo fiscale è salito dal 2024 al 2025 dal 41,4 al 42,6% del Pil, un livello record che è dipeso non certo dall’aumento della pressione sulle banche, sulle rendite finanziarie o sulle tasse di successione dei super-ricchi, ma da un vero e proprio “furto” ai danni di milioni di contribuenti con redditi medio-bassi. Infatti, l’aumento dell’inflazione registrato negli ultimi anni ha gonfiato il valore nominale delle retribuzioni e delle pensioni dei lavoratori che, spesso, ha generato il loro passaggio a un’aliquota superiore con maggiore prelievo fiscale non certo giustificato da un aumento di reddito reale, del tutto assente. Tale aumento di gettito a discapito dei contribuenti è stato reso ancora più marcato da due ulteriori fattori: la mancanza di sistemi di indicizzazione delle retribuzioni al costo della vita, assenti peraltro anche nell’ultima legge di bilancio, e la mancata restituzione del maggior incasso da parte dallo Stato ai contribuenti. In due anni, per effetto di questo meccanismo, lo Stato ha incassato 50 miliardi in più e ne ha restituiti meno di 17 ai contribuenti. La celebrazione meloniana del risanamento, tanto caro alle agenzie di rating, è il prodotto di una colossale ingiustizia sociale.

A questo proposito è utile citare il caso delle banche. In Italia, l’erogazione dei prestiti riguarda quasi esclusivamente le imprese con più di 20 dipendenti, a cui sono andati, nel 2025, ben 550 miliardi di euro di prestiti, con un incremento di oltre 8 miliardi, mentre a quelle con meno di 20 dipendenti sono stati destinati solo poco più di 96 miliardi con una perdita secca di quasi 6 miliardi. Alla luce di ciò, è evidente che neppure il costoso sistema di garanzie pubbliche, che immobilizza quasi 300 miliardi di euro, ha convinto le banche ad assumersi il rischio di finanziare le imprese più piccole: un dato, questo, particolarmente grave per un’economia come quella italiana dove le imprese con meno di venti dipendenti rappresentano il 98% del totale. Bisogna aggiungere a ciò che il volume complessivo dei crediti erogati dalle banche italiane si è ridotto nel tempo, passando dai circa mille miliardi di euro del 2011 agli attuali 650 e si è, al contempo, fortemente concentrato in prestiti di entità considerevole, spesso legati a settori, come l’immobiliare e l’edilizio, incentivati da sostegni pubblici.

Il caloroso ringraziamento della presidente del Consiglio per i grandi sforzi fatti dalle banche risulta davvero fuori luogo. Appare decisamente motivato invece il ringraziamento del presidente di Confindustria alla stessa Giorgia Meloni per quanto ottenuto nella Legge di bilancio: 8 miliardi di euro in tre anni in “aiuti”, a cui si aggiungono i 2,3 miliardi per le Zone economiche speciali, e il beneficio della flat tax al 5% sugli aumenti contrattuali. Quest’ultima misura è emblematica del modo di intendere il sostegno del governo ai lavoratori che avviene, appunto, attraverso gli aumenti contrattuali di fatto decisi dai datori di lavoro e attraverso i premi di produttività. Come era prevedibile, invece, è sparita ogni forma di indicizzazione salariale che aveva subito generato la rivolta di Confindustria.

La presidente del Consiglio ha anche dichiarato con orgoglio che «con la Destra al governo le patrimoniali non vedranno mai la luce». Si tratta davvero di una affermazione qualificante in termini identitari, a cui dovrebbe seguire una presa di coscienza da parte di tutti i contribuenti italiani. Il nostro sistema fiscale infatti presenta alcune caratteristiche evidenti. 1) È costruito quasi esclusivamente sul gettito di Irpef e Iva. Nel caso dell’Irpef, il 27% dei contribuenti, con redditi compresi fra 28.000 e 70.000 euro, paga oltre il 70% dell’intero carico fiscale. Queste stesse fasce sociali – lavoratori dipendenti e pensionati – pagano anche gran parte dell’Iva che, trattandosi di un’imposta sui consumi, colpisce senza alcun riferimento al reddito. 2) Il sistema delle flat tax e l’aliquota massima dell’Irpef al 43% (che vale per i redditi da 50.000 euro a infinito, per cui rimane la stessa per chi guadagna 50.000 euro e chi guadagna 10 milioni di euro) favorisce i redditi alti tanto che il 5% più ricco della popolazione italiana gode di un regime fiscale regressivo. 3) Non esiste, di fatto, alcuna imposta patrimoniale sulla rendita finanziaria. 4) Non esiste alcuna imposta strutturale sugli extraprofitti. 5) Esistono aliquote diverse per gli stessi redditi a seconda della tipologia di reddito e il reddito da lavoro dipendente è quello che paga le aliquote più pesanti. Deve essere aggiunto un ulteriore dato: i contribuenti italiani sono poco meno di 43 milioni. Ora, alla luce di questi numeri, immaginare una imposta dell’1% sui patrimoni superiori ai 2 milioni di euro, che garantirebbe un gettito annuo di 26 miliardi di euro, per evitare lo smantellamento dello Stato sociale, dovrebbe risultare a tutti come un atto che si muove nell’interesse di oltre 42 milioni di contribuenti. Ma allora la dichiarazione di Giorgia Meloni in merito a una viscerale ostilità a una patrimoniale non dovrebbe far capire che la sua posizione, e quella della Destra, è apertamente rivolta alla difesa dell’1% più ricco della popolazione? Non dovrebbe far capire a oltre 42 milioni di contribuenti italiani che la Destra di Giorgia Meloni ha come obiettivo aumentare il carico fiscale complessivo a loro destinato? E soprattutto a smontare lo Stato sociale? Il problema però è un altro. La Cgil lancia l’ipotesi di una patrimoniale con aliquota dell’1% per i patrimoni superiori ai 2 milioni di euro, che significa coinvolgere poco meno di 500.000 contribuenti su 43 milioni. Di fronte a questa proposta, necessaria per provare a salvare almeno un pezzo di servizi pubblici, si è alzata una schiera di difensori dei super-ricchi ben oltre Giorgia Meloni, che giura un’ostilità assoluta alla patrimoniale intesa come il male assoluto; compaiono Tajani che minaccia sfracelli, l’ineffabile Renzi che «mette in guardia gli alleati dal parlare di tasse», la sbalorditiva Schlein che si dichiara favorevole a condizione che si tratti di una tassa europea (quando mai i 27 troverebbero l’unanimità!) e un tiepido Conte. Poi arriva Cottarelli sul «Corriere» che, interpretando la parte dell’osservatore neutrale, costruisce una narrazione dove sembra che qualcuno – non si sa chi, ma l’allusione è chiara – voglia introdurre un aggravio fiscale di carattere patrimoniale addirittura su chi ha un reddito superiore a soli 50.000 euro. Proprio Cottarelli, che qualcuno ha qualificato come “uomo di sinistra”, ha sostenuto che sarebbe un errore un’imposta strutturale sulle banche e che a decidere sulle sorti delle banche sarà il mercato. Mi sembra davvero paradossale una simile affermazione visto che gli enormi profitti del settore sono determinati dalla differenza tra tassi sui prestiti e tassi pagati sui depositi, da quanto la Bce remunera i depositi delle banche stesse, dalle costose commissioni e dalla vendita di prodotti finanziari. Qui il mercato c’entra davvero poco, visti i numeri degli ultimi anni e la forte concentrazione del credito consentita dal governo Meloni non migliorerà certo la situazione. Ma le posizioni come quelle di Cottarelli servono a raccontare che tutto dipende dai “risparmiatori” e non da un sistema finanziario attentamente costruito per fare profitti e accuratamente non tassato nonostante questa situazione di chiaro vantaggio.

Sempre in merito alla Patrimoniale vorrei provare a chiarire che si tratta di un’affermazione ingannevole quella secondo la quale una simile imposta introdurrebbe una duplice tassazione. Se consideriamo infatti la proposta di tassare dell’1% patrimoni superiori ai 2 milioni di euro è fondamentale capire cosa componga quei patrimoni. Nel caso di titoli finanziari, in realtà, il titolare ha pagato solo lo 0,2% per il deposito e il 26 solo in caso di plusvalenze che possono riguardare qualche migliaio di euro o miliardi di euro. Quindi la componente finanziaria del patrimonio di quei 2 milioni, che in genere rappresenta il 30/40%, praticamente non ha pagato un’imposta e comunque ha goduto di una tassazione fortemente regressiva. Se poi quei due milioni di euro sono stati ereditati, il titolare ha pagato il 4% godendo però di una franchigia pari a 1 milione di euro per ciascuno degli eredi. L’unico caso di doppia tassazione sarebbe quello se i due milioni fossero frutto di redditi da lavoro, dove però l’aliquota massima anche per i plurimilionari e i plurimiliardari è del 43%.

 

Una “non Legge di bilancio”

A proposito di Legge di bilancio sono necessarie ancora altre due domande – retoriche – e una considerazione. La prima. Che senso ha dare 440 euro in più a chi ha un reddito annuo di 200.000 euro? La “manovra fiscale” del governo Meloni, alla fine, consiste in questo. La seconda. Che senso ha dare sostegni per poco più di 500 euro annui (bonus, incentivi, ecc.) a una famiglia con due figli che ha un reddito di 30.000 euro? In ciò consistono le politiche sociali del governo Meloni. La considerazione mi sembra altrettanto palmare. Fare una legge di bilancio da poco più di 18 miliardi di euro vuol dire non fare una legge di bilancio e accelerare rapidamente il processo di privatizzazione della società italiana, lasciando che l’inflazione faccia il suo lavoro di ulteriormente impoverimento del paese. Limitare le spese pubbliche complessive a meno di 10 miliardi, peraltro distribuiti malissimo, significa rinunciare a qualsiasi politica che passi da un ruolo dello Stato e affidare la vita del paese a un egoistico e brutale “fai da te”, per effetto del quale le disuguaglianze producono non solo povertà, ma miseria. Però, affermano fieri Meloni e Giorgetti, i “mercati” sono contenti.

A sostegno di queste letture interviene gran parte dei media. Molti giornali hanno titolato sull’aumento delle imposte alle imprese previste nella Legge di bilancio. In realtà se leggiamo bene i numeri, il grosso dell’incremento sarebbero i quasi 6 miliardi di euro in tre anni di Ires che dipendono invece, quasi per intero, dalla tassazione ordinaria di profitti che hanno conosciuto e conosceranno una lievitazione a partire da banche ed energia. In altre parole, viene spacciato per un aumento di carico fiscale quello che è il normale adeguamento dell’Ires al forte aumento dei profitti, mentre non viene introdotta alcuna imposta sugli extra-profitti e infatti nelle tabelle della Legge non viene neppure quantificata. In compenso aumentano di circa 5 miliardi Iva, accise e entrate da monopolio che, come è noto, colpiscono tutti i consumatori a prescindere dal reddito.

Dovrebbe invece essere sempre più evidente che la Legge di bilancio ha come unico obiettivo quello di riportare il deficit al di sotto del 3% e uscire dalla procedura d’infrazione, operando tagli e inserendo misure che dovrebbero garantire benefici ma che in realtà sono di entità risibile e sostanzialmente ridotti a mere promesse, senza alcun provvedimento di carattere strutturale. Ma a cosa serve rientrare nel parametro del 3%? Ad avere un voto migliore da parte delle agenzie di rating di proprietà dei grandi fondi Usa? Direi di sí. Ma questo serve a pagare meno interessi sul debito? Non sembrerebbe proprio visto i rendimenti dei titoli di Stato italiani che restano decisamente assai alti? La riduzione del deficit serve ad avere più risorse dall’Unione europea? Non sembrerebbe proprio visto peraltro che, tra poco, cesserà anche il Pnrr il cui unico risultato è stato quello di portare le stime di crescita del Pil a neppure l’1%, e il nostro paese continua a versare al bilancio europeo più di quanto riceva. Ma allora perché questo feticismo del rigore che, di fatto, non consente neppure di adeguare la spesa pubblica all’inflazione? Giorgia Meloni, quando era all’opposizione, lanciava strali contro il Patto di stabilità e ora ne è diventata la più zelante sacerdotessa di rito draghiano.

Forse servirebbe una visione politica che partisse da un dato ormai insostenibile: in Italia le entrate fiscali totali derivano per quasi il 40% dai salari, mentre provengono dai profitti per meno del 5%: ciò avviene nonostante i profitti siano arrivati a essere pari al 40% del Pil italiano, con un aumento in vent’anni di quasi 7 punti rispetto ai salari. Siamo il paese dello sceriffo di Nottingham dove alle banche e alle assicurazioni si chiede se, cortesemente, anticipano le tasse che non pagheranno in futuro, dimenticando i colossali profitti e, nel caso delle assicurazioni, non considerando che l’introduzione universale della polizza sulle calamità naturali è destinata a generare entrate per una cifra oscillante fra i 2 e i 4 miliardi di euro l’anno. Ma le tasse le paga il lavoro dipendente a cui il Patto di stabilità toglie il Welfare.

Per non farsi mancare nulla, la legge di bilancio approvata dal governo Meloni prevede inoltre la quinta rottamazione delle cartelle e consente a chi ha già aderito alle precedenti quattro e non ha pagato quanto sottoscritto di partecipare anche alla quinta. In pratica 2 milioni di contribuenti recidivi ben quattro volte! Nel frattempo gli incassi per lo Stato dal 2016 sono stati pari a poco più di 30 miliardi di euro mentre gli altri 47 sono rimasti tutti sulla carta e dunque pagati dai contribuenti “fedeli” a cui è spettato di pagare anche per i beneficati dalla rottamazione che non hanno pagato. L’unica vera, paradossale, forza del governo Meloni, in tale ottica, purtroppo è un’altra. Se non ci fosse l’inflazione le dichiarazioni di Giorgia Meloni sarebbero davvero ancora più incredibili. È solo per effetto dell’inflazione, infatti, che l’Italia non è formalmente in recessione: se ai dati del Pil si toglie l’inflazione il nostro paese avrebbe un andamento negativo già da due trimestri e, dunque, sarebbe ufficialmente in recessione. Difficile gridare ai grandi successi conseguiti, se persino i media più favorevoli dovessero, inevitabilmente, parlare di “recessione”. È solo per effetto dell’inflazione, a causa della quale si è determinato il già ricordato aumento nominale delle retribuzioni di una parte degli italiani, che è aumentato il gettito fiscale reale e quindi è stato possibile il tanto sbandierato risanamento dei conti. Gli aumenti nominali hanno fatto scattare l’aliquota maggiore per milioni di italiani che hanno pagato più imposte senza aver avuto un aumento in termini reali delle proprie retribuzioni. È solo grazie all’inflazione che il debito italiano è risultato più sostenibile perché, ancora una volta, proprio l’inflazione lo ha reso meno costoso, riducendolo e penalizzando tutti i creditori che non avevano titoli indicizzati. Tenuta del Pil, maggiori introiti fiscali e riduzione del debito dipendono pertanto dall’inflazione e consentono la retorica trionfale melanina. Purtroppo, nella realtà, sono proprio l’inflazione e la mancata indicizzazione a impoverire larga parte della popolazione italiana.

 

Obbrobri

Ma mentre si persegue il “rigore”, si pongono in essere veri obbrobri. I rilievi fatti dalla Corte dei conti alla delibera del Cipess con cui si autorizza la partenza dei lavori per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. Si tratta di rilievi tutt’altro che banali, in particolare quando la Corte fa notare che manca la Valutazione di impatto ambientale – sembra impossibile ma è cosí – e solleva riserve sulla legittimità dell’affidamento di alcune gare d’appalto a Webuild a causa di potenziali violazioni delle norme europee sugli appalti pubblici, in particolare riguardo alla mancanza di una gara d’appalto pubblica e concorrenziale, che non avrebbe garantito la parità di trattamento tra i concorrenti. In pratica si è fatto ricorso a un affidamento diretto per una commessa miliardaria! Le riserve della Corte dei conti sono di natura giuridica e contabile, ma i dubbi sono numerosi altri. Mi limito a quelli di ordine finanziario. La stima finale di 13,5 miliardi di euro di costi non ha in realtà ancora una copertura perché è certo che il consorzio Eurolink, di cui fa parte Webuild, insieme alla Sacyr spagnola, alla Condotte d’acqua della famiglia Mainetti e ad altri soci minori, non metterà nulla in termini di contributo finanziario ed è stata esclusa la possibilità di un project financing. Quindi è molto probabile che gli 11,5 miliardi di coperture pubbliche stanziati attualmente non bastino e lo Stato debba farsi carico degli interi 13,5 miliardi, a cui se ne potranno aggiungere altri per la pesante controversia sugli espropri e per le numerose opere di messa in sicurezza di molte aree. La Commissione europea, dal canto suo, ha fatto già sapere che è disposta a cofinanziare, al 50%, soltanto gli studi preparatori che, in teoria, dovrebbero già essere presenti. Intanto però un dato è emerso: la firma della delibera ha determinato un’impennata del prezzo del titolo Webuild di oltre il 20%.

Nel frattempo il governo Meloni sta procedendo a grandi passi verso un potenziamento della finanziarizzazione e della destinazione dei risparmi nazionali verso i grandi fondi Usa. Due misure vanno chiaramente in tal senso. Meloni, Nordio e Giorgetti hanno varato la proposta di un nuovo Testo unico sulla Finanza, il cui principale obiettivo è rendere la Borsa di Milano più attraente e più fruibile per i grandi capitali esteri e soprattutto in grado di attirare i fondi internazionali che gestiscono il risparmio italiano. Il progetto è chiaro: gli italiani devono diventare soggetti finanziari attraverso la mediazione dei grandi fondi con una semplificazione delle procedure, una deregolamentazione e un abbattimento dei già scarsi controlli. Avranno salari sempre più bassi ma spereranno in un’integrazione del loro misero reddito attraverso una “democratizzazione”, guidata da governo e fondi, della finanza. La seconda misura, ancora più clamorosa, riguarda la riforma del sistema pensionistico introducendo novità cruciali. Intanto il governo vuole introdurre l’obbligatorietà del trasferimento del Tfr a fondi privati defiscalizzati, a cui si unisce la possibilità per gli stessi fondi di scegliere, autonomamente con il silenzio assenso dei loro risparmiatori, cosa comprare, con una larga prevalenza per le azioni. Infine, la proposta del governo contempla un processo rapido di smantellamento dei fondi-pensione più piccoli per costruire “colossi”, inevitabilmente legati ai grandi gestori Usa. Il sovranismo “italiano” si è trasformato nella più clamorosa costruzione di un processo che consegni il risparmio italiano alla finanza Usa per alimentare i titoli americani nella speranza che forniscano rendimenti sufficienti per supplire alla povertà salariale e alla fine dei servizi pubblici. Vi assicuro, non sono questioni tecniche.