Il sedicente mondo libero ha una ricetta fissa per opprimere gli altri mondi, e gli Stati Uniti d’America sono tra i più assidui praticanti di tale ricetta. Essa comporta i seguenti passaggi:

1) imporre sanzioni economiche al paese da colpire; 2) alimentare, in tal modo, il disagio sociale; 3) confidare nel conseguente inasprimento repressivo del regime da colpire, messo alle strette dalla protesta, per un verso, e dalla difficoltà, dall’altro, di rimediare al disagio causato dalle sanzioni; 4) quando la situazione è ormai critica, incitare le élites del paese colpito a ribellarsi, con la promessa: «stiamo arrivando»; 5) lasciare che la repressione si compia e nulla fare per fermarla; 6) dopo di che attaccare militarmente nella convinzione che il paese da colpire non sia più in grado di reagire.

Il punto (6) di questo prontuario si può attuare in vari modi; o vi si può anche temporaneamente rinunciare. Settant’anni fa «Radio Europa Libera» soffiava sul fuoco del disagio popolare in Ungheria e incitava di continuo alla rivolta; quando però questa ci fu, gli ungheresi furono lasciati soli. Si rischiava la guerra. Contro Cuba, stremata dalle sanzioni, la sovversione alimentata dall’antistante Florida, è stata tentata più volte: ma finora all’invasione diretta non si è arrivati.

Alcune volte i liberatori-eversori si fermano al punto (4), nella convinzione che il resto verrà da sé. Celebre la procedura sovversiva adottata dalla “liberale” Inghilterra contro la Francia giacobina (1793-1794). Ne menò vanto, alla Camera dei Lord, il duca di Bedford il 27 gennaio 1795 quando disse: «Siamo riusciti a far instaurare il regime del Terrore in Francia» (non immaginava l’imprevisto: Bonaparte).

L’intervento degli Usa contro la Repubblica dell’Iran ha osservato con scrupolo tutti e sei i punti. Il 13 gennaio 2026, parlando a Detroit presso l’Economic Club, Trump disse rivolgendosi ai manifestanti di Teheran: «Tutto ciò che dico loro è: l’aiuto è in arrivo» («Corriere della sera», 14 gennaio ’26, pagina 2, che titolò in prima: «Stiamo arrivando»). Compiutasi la repressione, Trump intavolò finti colloqui con il governo iraniano a Ginevra, che si protrassero per settimane mentre i nostri Mentana annunciavano quotidiani «spiragli» sul problema del nucleare iraniano. Il primo marzo attaccò proditoriamente in tandem col «criminale di guerra» Netanyahu. Sulle prime, alcuni quotidiani nostrani cercarono di definire la guerra così scatenata in termini ridicoli: «operazione geopolitica a sorpresa». Poi hanno ripiegato su «Medio Oriente in fiamme», come se si trattasse di un romanzo di Salgari (mancavano «i tigrotti di Mompracen»).

Gli Stati Uniti fanno il loro mestiere, e continueranno a farlo finché non sbatteranno il muso contro avversari razionali e implacabili. Chi suscita repugnanza sono i governi UE col codazzo dei menestrelli dell’«informazione»: impotenti e canterini.

Il nostro attuale governo si è però distinto per coerenza. Il 5 marzo, Radio 1 ore 9 (giornale radio) ha mandato in onda le seguenti parole del primo ministro italiano: preoccupata per «la reazione scomposta dell’Iran». L’11 marzo tutte le reti (Radio e TV) hanno trasmesso le sue parole ispirate alla celebre «sospensione del giudizio» (epoché) di pirroniana memoria: «Non condivido né condanno» l’attacco Usa all’Iran. Ea sola species adulandi supererat disse Cornelio Tacito (Annali I, 8): «Era la sola forma di adulazione non ancora sperimentata».