Di Enzo Scandurra
Se non altro Trump ha una sua sfrontatezza o la ragionevole follia tipica dei malati di mente che saltano tutte le mediazioni linguistiche per arrivare a pronunciare ciò che i politici sanno già, ma mai direbbero esplicitamente. Conta il business, il resto sono invenzioni semantiche, false narrazioni per dimostrare, a posteriori, che quell’intervento era necessario (la difesa dei cristiani in Nigeria, il traffico di droga in Venezuela, ecc.). Né il tycoon ne fa mistero: presto «le compagnie americane entreranno nel paese per sistemare le infrastrutture e iniziare a fare soldi», afferma proditoriamente all’indomani dell’invasione.
L’Europa tace o ha brevi sussulti tipici (chiede “moderazione”!) di un moribondo che sa di non potersi opporre allo strapotere del Premio Nobel per la Guerra perché si muove nella sua stessa lunghezza d’onda (vi ricordate l’esperimento di macelleria sociale provocato in Grecia?). È paralizzata dalla necessità di “rispettare” i trattati e le organizzazioni sovra-nazionali (Onu, trattati di Helsinki del 1975) in tema di diritti e quindi sempre di un passo indietro rispetto al Super Presidente che di quei trattati e di quei diritti fa strame. Ucciso il multilateralismo e messa in mora ogni regola internazionale che ostacola l’avanzata vittoriosa degli imperi.
Dopo aver provato la sua forza muscolare costruendo palazzi e grattacieli un po’ ovunque nel mondo, il Super Presidente estende il suo esperimento alla geopolitica, forte del consenso interno e probabilmente di un tacito accordo con le altre due potenze: Cina e Russia (staremo a vedere prossimamente l’invasione di Twain, di Cuba e il tacito massacro ucraino?).
La vecchia favola dell’aggressore e dell’aggredito, puntualmente rispolverata da ogni mass media, è stata subito dimenticata perché questa volta l’aggressore sono senza mezzi termini gli Stati Uniti. Due pesi e due misure, altra invenzione semantica caduta miseramente in disgrazia nel giro di poche settimane.
Riesumata (ma non era da sempre valida?) la dottrina Monroe del 1823, che stabiliva i confini del “giardino di casa”: dalla Terra del Fuoco all’Alaska, dal Polo Sud a quello Nord (la Groenlandia, il Golfo del Messico che cambia nome in Golfo degli Stati Uniti), gli Usa si ripropongono di riscrivere le regole della politica internazionale, dove il diritto è scritto con la forza e il destino di interi popoli alla mercé dei voleri di Usa, Cina e Russia.
La «Repubblica tecnologica», così l’ha definita Marco Damilano («Domani», 4 gennaio), è quella immaginata dagli oligarchi di Trump che teorizza una Repubblica dei più ricchi e forti senza uguaglianza tra i cittadini. Democrazia, concorrenza leale, organismi sovranazionali sono diventati ferri vecchi, parole vuote nel distopico mondo nazistoide fondato su pochi concetti ultrareazionari che auspicano la piena libertà del capitalismo.
Ciò che più d’ogni cosa preoccupa è la deriva europea. Raffaele Simone sostiene («Domani», 4 gennaio) che i ceti intellettuali e politici dell’Occidente hanno abdicato alla funzione di guida ideale, cedendola, senza accorgersene, agli ideologici della Big Tech, titolari di immense “Compagnie Stato” che ripetono su scala enormemente maggiore il piano di saccheggio delle seicentesche Compagnie delle Indie, puntando alla privatizzazione integrale del pianeta.
E ora che accadrà, ci chiediamo increduli e tramortiti da questo atto di pirateria internazionale che in un colpo ha segnato il crollo del diritto internazionale e del multilateralismo? Forse apparirà paradossale rispetto al realismo volgare imperante, ma proprio ora c’è la necessità di un’alternativa difficile qual è quella promossa da «Costituente Terra» di Luigi Ferrajoli. Giunti, o quasi, in fondo al burrone non servono più denunce pelose o condanne o indignazioni, quanto piuttosto una mobilitazione generale a sostegno di questa unica alternativa possibile all’apocalisse planetaria, all’esibizione indiscussa della forza.
Enzo Scandurra




