La «guerra mondiale a pezzi» viene combattuta dagli americani su vari fronti. Su quello ucraino, dove le forze di Kiev hanno potuto contare sin dal 2014 dell’appoggio militare Usa e, dopo l’invasione del 2022, sui razzi, i missili, gli elicotteri, i carri armati forniti dall’amministrazione Biden per complessivi 66,5 miliardi di dollari, potendo inoltre operare sotto la guida di un sistema integrato di intelligence, consigli strategici e tattici, coordinato dal Quartier generale delle forze Usa a Wiesbaden, in Germania.
Sul fronte di Gaza, dove l’esercito israeliano, in possesso di armi di ultima generazione fornite dagli Stati Uniti a un ritmo di 3,8 miliardi di dollari l’anno, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre, ha iniziato, sostenuto da Biden, a sterminare i palestinesi, soprattutto i civili (per il momento il bilancio varia tra i 50.000 e i 70.000 morti, per lo più donne e bambini), in attesa di deportare altrove i superstiti; e, in questo contesto, si colloca anche la guerra collaterale, direttamente condotta dagli Usa in appoggio a Israele e volta a combattere i “ribelli” Houthi dello Yemen (74 morti causati in un solo giorno).
Nel frattempo gli americani hanno votato e hanno eletto un presidente unico nella storia. Condannato in via definitiva per 34 reati di falso (un «giudizio farsa» a detta del diretto interessato) e processato per attentato alle istituzioni, avendo cercato di ribaltare il risultato elettorale del 2020 e istigato i fedelissimi ad assaltare il parlamento, Trump, come primo atto di governo, ha concesso la grazia a 1.500 di quei rivoltosi, accompagnandola con lo slogan «chi salva il paese non viola le legge».
Si era presentato alle elezioni come uno sceriffo spaccone («risolverò le guerre in corso nel giro di 24 ore»), si è rivelato subito dopo come un gangster pericoloso («scrocconi, avete vissuto per anni sulle nostre spalle, ora coi dazi pagherete tutto»): così ha insultato e minacciato con proposte estorsive i vecchi e nuovi alleati; e a Zelensky, definito «un comico mediocre» e umiliato in Mondovisione, ha proposto un patto leonino: la cessione delle preziose “terre rare” come risarcimento dei fantomatici 350 miliardi di dollari spesi da Biden per la guerra contro la Russia.
Poi, una volta al comando, ha dimostrato un frenetico attivismo, emanando, nei primi tre mesi del suo mandato, 130 ordini esecutivi, al ritmo iniziale di 5 al giorno.
Assai seguiti sono stati gli annunci rivolti all’estero. Presentatosi come uomo della pace (ha fatto sapere di aspirare al Nobel), Trump, per prima cosa, ha dichiarato di voler annettere agli Usa il canale di Panama («è nostro, non si tocca»), la Groenlandia («nostra, anche con la forza») il Canada (sarà il «cinquantunesimo Stato dell’Unione»): questo il suo biglietto da visita.
Sulle altre guerre in corso ha proceduto a vista. Su quella in Ucraina aveva all’inizio brutalmente ordinato a Zelensky di cedere le terre già occupate dall’esercito russo, poi, pur essendo uno dei protagonisti della guerra, si è attribuito il ruolo di mediatore; infine, visto che non riusciva a mediare nulla, ha minacciato di “sfilarsi” e di promuovere eventuali sanzioni contro Putin: dopo quattro mesi, la situazione è ancora in una fase di stallo, malgrado le frequenti foto di gruppo che ritraggono incontri tra ministri ed esponenti politici più o meno “volenterosi”.
Per la guerra asimmetrica condotta da Israele – si muore da una parte sola al ritmo di decine di morti al giorno –Trump, dopo aver lanciato il video sulla Riviera d’Oriente (dove ha progettato un’enorme speculazione edilizia, una volta deportati i palestinesi), ha consentito alla rottura del cessate il fuoco a opera di Israele e dato praticamente il via libera alla pulizia etnica di Gaza: questa nuova fase della guerra, che nel solo primo giorno ha prodotto 404 morti tra i palestinesi, alla metà di maggio è tuttora in pieno svolgimento: le stragi si susseguono a ritmo quotidiano, mentre Trump, con al seguito banchieri e industriali, ha fatto un giro d’affari per gli Stati del Golfo, concludendo con l’Arabia Saudita contratti per 600 miliardi di dollari e ottenendo in dono dal Qatar un Boeing di lusso con camere da letto, 11 bagni, 40 televisori, ecc.
Nel frattempo, non avendo risolto i conflitti armati, ha dato inizio a una guerra commerciale contro l’intero pianeta. Il 2 aprile – il giorno della Liberazione dallo sfruttamento cui l’America sarebbe stata per anni sottoposta dagli altri paesi (!) – ha lanciato una campagna di primavera, minacciando dazi variamente graduati in base a calcoli cervellotici, ma lucidamente indirizzati, soprattutto all’ingrata Europa e alla temuta Cina, fino a imporre a quest’ultima, con una continua escalation, dazi del 145%, determinandone di reciproci pari al 125%: da qui tre successivi crolli delle borse, miliardi di dollari andati in fumo, prospettive di una recessione mondiale.
Poi la retromarcia: il 9 aprile annuncia al mondo una sospensione di 90 giorni per i tassi più esagerati, dichiarandosi disponibile ad aprire le trattative (questo dopo aver privatamente avvertito i famigliari e gli amici, subito corsi ad arricchirsi in borsa). Risultato: negli Usa, il Pil nel primo trimestre registra una diminuzione dello 0,3% (rispetto al +2,4% dell’ultimo trimestre 2004), il deficit commerciale esplode a marzo sino a 140,5 miliardi di dollari, record storico e Moody’s declassa il rating degli Stati Uniti, togliendogli la tripla A.
Gli alleati, che si ritenevano tali, rimangono sconcertati e si preoccupano per le ricadute che questi imprevedibili comportamenti possono determinare sulle loro economie; meno si interessano, invece, di cosa stia succedendo in quel paese a seguito degli ordini esecutivi emessi a raffica da Trump, pur dicendosi, ogni volta, sorpresi da quello che apprendono.
Il presidente, infatti, con un editto dopo l’altro, dà inizio a quella che nella comunicazione ufficiale è la «decostruzione dello Stato amministrativo», un’operazione che tende a configurare una nuova articolazione della forma Stato; ma qui la sorpresa è ingiustificata, perché Trump e coloro che lo supportano non avevano mai fatto mistero di questo loro proposito.
Nel 2023, infatti, era stato pubblicato il Projet 2025, un migliaio di pagine elaborato dalla Heritage Society, che aveva spiegato fin nei particolari come un «moderno presidente conservatore» poteva smontare lo Stato federale per consentire il libero dispiegarsi delle forze economiche nel terzo millennio.
Premesso che il principio della separazione dei poteri era derivato da «un errore interpretativo» della costituzione e che il vecchio Stato, frutto del liberalismo, aveva prodotto «una classe permanente di esperti e burocrati» volta a impedire alla volontà presidenziale di esprimersi compiutamente, l’obiettivo da perseguire era perciò quello di «demolire lo stato burocratico », per trasferire i poteri istituzionali alla presidenza nell’adempimento «del progetto originario dei padri fondatori».
Non era una mera ipotesi accademica, ma un progetto concretamente realizzabile. In America lo Stato di diritto non è strutturato con una netta divisione di poteri, visto che il presidente nomina i giudici della Corte suprema, quelli federali e i vertici della magistratura requirente (solo a livello statale i procuratori sono di nomina elettiva) e può emanare, come visto, ordini esecutivi, con i quali sottrae al parlamento parte della sua funzione legislativa. Ebbene, una simile articolazione dello Stato può funzionare come uno Stato di diritto, nell’accezione europea, solo se i partiti in lizza condividono i medesimi principi dell’ideologia liberale e se i governanti operano nel campo delle rispettive competenze; ma se lo scontro politico si radicalizza, come è avvenuto nell’ultimo decennio e il presidente può contare, oltre che sul consenso del Congresso, anche sulla maggioranza della Corte suprema, il sistema rimane esposto alle possibili incursioni di una «sovversione dall’alto», come previsto del resto proprio dagli autori del Project.
Trump crede di aver trovato l’uomo giusto per condurre in porto questa operazione e colloca Elon Musk, il re del digitale, l’imprenditore di Tesla e di Space X, alla direzione di un organismo paragovernativo, il Doge, con l’incarico di ristrutturare la pubblica amministrazione; e il prescelto si mette subito al lavoro, col programma di ridurre gli impiegati statali del 90% e di assicurare la “fedeltà” di quelli che restano, con la conseguenza che, in un solo mese, 75.000 impiegati accettano la buona uscita e altre migliaia vengono licenziati; segue una seconda raffica di provvedimenti che “tagliano” il personale federale e che colpiscono 10.000 dipendenti della Sanità, un terzo di quelli del Fisco, centinaia di agenti dell’Fbi e che determinano la chiusura dell’Usaid, l’agenzia per la cooperazione e l’assistenza internazionale e lo svuotamento del ministero della Pubblica Istruzione; ai sindacati del pubblico impiego, infine, viene vietata la contrattazione collettiva per «ragioni di sicurezza nazionale».
Ai tagli e alle epurazioni seguono le minacce e i ricatti. Qui scende in campo direttamente Trump, che con i suoi ordini esecutivi minaccia le Università di sospendere i sostanziosi finanziamenti statali (per la Columbia University, per esempio, si tratta di 400 milioni di dollari), qualora non facciano cessare le manifestazioni pro Palestina che si svolgono al loro interno e non consentano alla polizia di arrestarne i dimostranti: mentre Harvard ha, per ora, resistito, la Columbia e la Tufts University hanno subito ceduto: due loro studenti, il palestinese Mahamoud Kahalil e la turca Rumeysa Ozturk sono stati arrestati e il primo è stato subito espulso; e, in tre settimane, oltre 300 studenti stranieri si sono visti revocare il visto di permanenza negli Usa poiché, come ha dichiarato la portavoce del ministro dell’Interno, quello non è un diritto, ma un privilegio.
Dopo i ricatti e la repressione, le vendette. Innanzitutto quelle contro i giudici.
Trump, riferendosi alla condanna riportata nel «processo della pornostar » aveva subito dichiarato che la Vera Giuria era il popolo americano, che finalmente aveva “parlato”, rieleggendolo con un mandato travolgente; poi aveva aperto la campagna contro i “giudici attivisti”, nominando Pam Bondi, sua ex avvocata personale, al Dipartimento della Giustizia e costei aveva subito attaccato i magistrati che, a suo dire, intralciavano l’opera del governo; aveva poi invitato Trump al Dipartimento perché vi tenesse un infuocato discorso e il presidente aveva colto l’occasione per insultare per l’ennesima volta i suoi oppositori («tutta gente che viola la legge») e per invitare i funzionari che lo ascoltavano ad agire contro «i nemici»; Musk, poi, raccogliendo il messaggio del Capo, l’aveva rilanciato sul suo canale X, chiedendo l’impeachment e il carcere per i giudici «insubordinati».
Non erano parole al vento o semplici modi di dire. Ed Martin, anche lui ex avvocato di Trump, una volta nominato Procuratore federale a Washington, provvedeva a licenziare 30 magistrati per allineare il tribunale della capitale ai voleri del presidente; Hanna Dugan, giudice di Milwaukee, veniva addirittura arrestata dal Fbi per «ostruzione alla giustizia», avendo cercato di impedire l’arresto di un immigrato nei locali del Tribunale, “area protetta” e inviolabile, come quella di una università.
Dopo i giudici, gli avvocati. Dal 25 febbraio al 14 marzo l’amministrazione repubblicana emanava tre ordini esecutivi contro gli studi di altrettanti avvocati, “rei” di aver difeso Hillary Clinton e altri esponenti democratici o di aver aiutato il procuratore Jack Smith nelle indagini svolte su Donald Trump. Con l’accusa di aver svolto «attività che danneggiano le comunità, appesantiscono le imprese, limitano la libertà e degradano il processo elettorale », a quei legali venivano imposte la risoluzione dei contratti di consulenza con il governo federale, il divieto di concluderne di nuovi e la revoca della security clearance, documento necessario per accedere ai documenti governativi riservati.
La deriva non accennava a fermarsi. Ai primi di marzo 900 costituzionalisti e docenti di giurisprudenza firmavano un allarmato appello nel quale sostenevano che lo Stato di diritto era in pericolo e che il paese era ormai entrato in una grave crisi costituzionale. Ma se in qualche parte della nazione si notava qualche segno di resistenza (l’elettorato democratico riusciva a eleggere un giudice dello Stato del Wisconsin sconfiggendo il candidato sostenuto con milioni di dollari da Elon Musk e il 21 marzo molti manifestanti scendevano in piazza per manifestare contro l’amministrazione Trump), le minacce e i ricatti si dimostravano in genere efficaci.
I principali network televisivi come Abc e Cbs, i gruppi mediatici come Paramount e Disney, il proprietari di Face book, Meta, decidevano, infatti, di versare a Trump milioni di dollari a testa per comporre le vertenze penali promosse contro di loro con azioni pretestuose; lo studio legale Karp, uno di quelli sanzionati dal presidente, per evitare il peggio chiudeva precipitosamente la partita, offrendo a Trump servizi legali gratuiti per complessivi 40 milioni di dollari; Jeff Bezos, il proprietario miliardario del «Washington Post», in odore di sanzioni, si era affrettato per tempo a licenziare il direttore del giornale che aveva «urtato» Donald Trump, mutando decisamente la linea editoriale del quotidiano; neppure i potenti dirigenti delle multinazionali e delle banche si sottraevano dal compiere atti di sottomissioni, talvolta sconfinanti nel puro e semplice servilismo, come Jamie Dimon, il Ceo di J. P. Morgan Chase, che assumeva comportamenti così ossequiosi che Alan Friedman, di solito moderato, non esitava a definirlo un codardo.
Ma cosa sta dunque avvenendo nell’America di Trump? Due immagini sembrano rappresentarlo plasticamente e in modo più efficace di quanto possano farlo le sempre opinabili definizioni. Nella prima il presidente – cui nel precedente mandato erano stati attribuiti 3.400 conflitti di interesse – appare attorniato da miliardari, finanzieri e imprenditori, compresi quelli della propria famiglia, che gli fanno corona il giorno del giuramento; e questa foto raffigura in sintesi il sistema economico finanziario che guida l’attuale rivoluzione tecnologica o, più prosaicamente, quel comitato d’affari composto non solo da moglie e figli proiettatisi immediatamente nel mondo delle cripto-monete, ma, soprattutto, dagli oligarchi tech che cavalcano l’innovazione, che gli hanno finanziato la campagna presidenziale e che ora si mettono in fila per moltiplicare i profitti, accompagnando Trump nei suoi tour diplomatici-commerciali, come quello compiuto presso i ricchi emirati del Golfo Persico.
La seconda foto di gruppo, di pochi giorni successiva, è quella che ritrae Trump in raccoglimento, circondato da pastori di alcune congregazioni religiose: giorni prima, in un discorso tenuto alla National Prayer Breakfast, il presidente, rievocando l’attentato cui era sfuggito, aveva dichiarato di essere stato «salvato da Dio» e che quella esperienza «l’aveva cambiato»: quindi aveva dato incarico alla ministra Pam Bondi di istituire una commissione per combattere i pregiudizi anticristiani nella pubblica amministrazione e aveva scelto la telepredicatrice Paula Wite per dirigere il nuovo istituito Ufficio della Fede; e la religiosa, propagandista della teologia della prosperità, aveva subito chiarito che «Dio premia chi ha una fede forte con ricchezza e salute».
Apparentemente nulla di nuovo, né per quanto riguarda il cristianesimo evangelico, che in America risale addirittura alla sua epoca coloniale, né per ciò che concerne il suo coinvolgimento in politica o la sua adesione all’economia del libero mercato, posto che i “conservatori libertari”, come movimento di massa, cominciano già ad affermarsi negli anni settanta del secolo scorso; né costituisce una novità la scelta oggi proclamata di liberare da ogni regola gli spiriti del capitalismo, visto che già in quegli anni Milton Friedman era premiato con il Nobel, che il reverendo Jerry Falwel proclamava che «la Parola di Dio offre una giustificazione per il capitalismo e la libera impresa» e che, più recentemente, un gran tratto di strada in quella direzione era stato compiuto persino dai democratici dell’epoca di Clinton.
Ma quello che qui colpisce è la facilità e la rapidità con cui questa politica è riuscita a incidere sulle istituzioni liberali e sulle varie articolazioni dello Stato, senza incontrare un’efficace resistenza da parte dei tradizionali anticorpi.
Con un ordine esecutivo, infatti, Trump ha dato istruzioni al Dipartimento di Giustizia perché sospenda la legge che vieta alle aziende americane il pagamento di tangenti per fare affari con l’estero; lo stesso Dipartimento, poi, ha sciolto l’Ufficio che si occupa delle frodi cripto-valutarie, mentre quello del Tesoro ha disposto la sospensione della normativa vigente per combattere il riciclaggio del denaro, l’evasione fiscale e le violazioni di legge da parte degli investitori anonimi; infine, a capo della Sec, l’equivalente della nostra Consob, Trump ha collocato Paul S. Atkins, ex consigliere di operatori- cripto; e, nel frattempo, il suo governo ha destituito il responsabile dell’Office of Ethics in Government, ente che vigila sul conflitto di interessi dello stesso presidente.
Su tutto ciò nessuna reazione visibile da parte della società civile. Bruce Ackerman, profondo conoscitore della storia costituzionale americana, di fronte a questo procedere del governo e ai silenzi dell’opinione pubblica ha parlato di una «suprema illegalità presidenziale» e ha evocato il pericolo di una dittatura e del cesarismo.
Troppo precipitoso? Può darsi, e tuttavia non sembra che un simile pericolo, con le sue ulteriori conseguenze, sia percepito con la medesima preoccupazione da parte dell’Unione Europea, preoccupata per il momento solo dei dazi che le sono stati imposti, della richiesta di finanziare la Nato con il 5% del Pil e del ventilato abbandono di Zelensky da parte della nuova amministrazione americana.
La svolta impressa da Trump in tutti questi settori ha colto la UE in un momento di particolare debolezza, causata dalla recente, completa subordinazione della stessa alle scelte operate dalla Nato dopo lo scoppio della guerra in Ucraina e aggravata dalla sudditanza ideologica manifestata nei confronti di Israele, quando Netanyahu, sostenuto dagli Usa, ha cominciato la guerra di sterminio contro i palestinesi di Gaza.
Su quest’ultimo conflitto l’UE ha posto la testa sotto la sabbia, poiché, secondo l’ideologia corrente e supinamente accettata, qualsiasi critica rivolta al governo di Israele significa fare dell’antisemitismo ed equivale a sostenere i terroristi di Hamas; sul primo il voltafaccia di Trump e l’umiliazione pubblica impartita a Zelensky hanno completamente spiazzato i leader europei, che più volte si erano recati a Kiev in pellegrinaggio, dichiarando all’Ucraina un sostegno illimitato «sino alla vittoria».
Doppiamente in difficoltà si è venuta, perciò, a trovare la Meloni, che era stata tra i maggiori sostenitori di Zelensky, ma che, al tempo stesso, molto doveva a Trump: questi infatti, nel 2019, quando ancora era nessuno col suo 4% di ex missini, l’aveva lanciata nel campo più “presentabile” dei conservatori, convincendo i “satelliti” polacchi a eleggerla nell’omonimo gruppo nella UE. E lei, fedele alla linea, aveva poi coltivato i rapporti con Steve Bannon ed Elon Musk e, da ultimo, poteva anche vantare la primogenitura nell’aver deportato gli immigrati richiedenti asilo nelle carceri straniere.
Avendo però, con l’agenda Draghi sotto braccio, intessuto anche ulteriori e utili relazioni in Europa con la Von der Leyen, al momento della svolta dei dazi operata da Trump si era trovata nella condizione di dover scegliere tra i suoi due referenti; a quel punto, con mossa studiata, si era inventato il ruolo di ponte tra Usa e UE, ruolo che nessuno le aveva assegnato, che lei non aveva titoli per ricoprire, ma che, ciononostante, una stampa servile le aveva subito accreditato.
Un ruolo apparente, tuttavia, perché, malgrado gli equilibrismi tentati, sono stati i suoi ostinati silenzi rispetto a tutti gli annunci e le decisioni devastanti di Trump che hanno reso evidente verso quale parte piegava la bilancia. Così Meloni è rimasta muta quando l’amico americano ha dato il via libera alle stragi di Gaza (mai su questo una parola di condanna), quando ha insultato e umiliato più volte Zelenski (cui anche lei aveva assicurato il sostegno sino alla vittoria); ed è rimasta in silenzio di fronte alle sparate di Trump sul Canada, la Groenlandia e la striscia di Gaza, rivendicazioni che, almeno, avrebbero dovuto far rizzare i capelli a una sovranista come lei; e quando il presidente americano ha minacciato l’Europa «parassita e sfruttatrice» con una sventagliata di dazi, Meloni ha ignorato gli insulti e, mentre in Europa si levavano accuse di bullismo o di metodi imperiali e si cercava una risposta adeguata, ha derubricato pure le minacce, definendole un semplice «errore».
Poi è andata oltre.
Il 9 aprile, alla vigilia della retromarcia sui dazi, Trump ha dileggiato, con la consueta volgarità, mimandone gli atteggiamenti, quei capi di Stato stranieri smaniosi di incontrarlo e di trattare la revoca delle sanzioni («Per favore signore, fai un accordo. Farò qualunque cosa, signore»). Il 17 aprile Meloni si recava alla Casa Bianca, ove otteneva complimenti («la fantastica Georgia»), manifestazioni di simpatia e colleganza ideologica («Italia nostro migliore alleato finché c’è lei»), quasi una delega a operare in Europa per conto del potente alleato.
Malgrado l’incenso, nessuna retromarcia sui dazi, salvo un generico appello a «scambi vantaggiosi» tra Usa ed Europa; quindi, senza nulla aver ottenuto di concreto, Meloni “offriva” all’interlocutore tutto quello che le era stato chiesto, impegnando così l’Italia ad aumentare l’importazione del costoso gas liquefatto americano, ad acquistare i sistemi statunitensi di intelligenza artificiale, a spendere negli Stati Uniti i maggiori fondi richiesti per l’acquisto di armi e ad archiviare definitivamente la Via della Seta, cooperando, invece, con gli Usa nei “progetti infrastrutturali” della Via del Cotone, che dall’India dovrebbe passare per il Golfo Persico, Israele e, attraversato il nostro territorio, proiettarsi verso l’America; ultimo, ma non ultimo, c’era l’impegno a opporsi alla tassazione delle multinazionali tecnologiche statunitensi, proprio quello che invece la Von der Leyen stava preparando per fronteggiare i dazi Usa.
Disallineata su questo punto dalla UE, Meloni poi ha voluto sottolineare, nella conferenza stampa tenutasi alla Casa Bianca, non solo la propria consonanza ideologica con l’ospitante nella comune battaglia condotta contro l’immigrazione e le droghe, ma anche in quella del contrasto «all’ideologia woke», allineandosi così con Trump persino nel linguaggio. E poteva bastare; ma lo zelo dell’invitata è andato oltre e quando un giornalista italiano le ha chiesto che cosa pensava del termine “parassiti” con cui Trump aveva bollato gli europei, Meloni, per compiacere il padrone di casa, ha mentito al posto suo («non lo ha mai detto») e il presidente, così, ha potuto svicolare («Non so proprio di cosa state parlando»): Monica Guerzoni sul «Corriere» del 18 aprile ha riportato lo scambio di battute, ma gli altri giornali e le televisioni hanno fatto calare il silenzio sulla vicenda.
Non è sempre andata così. Quando, nel 1946, l’allora presidente del Consiglio Alcide de Gasperi si presentò a Parigi per discutere delle condizioni fatte all’Italia dal Trattato di pace, lo fece con un tono così dimesso e subalterno davanti agli alleati, che Vittorio Emanuele Orlando, alla Costituente, reagì con forza, contestandogli di aver mostrato in quell’occasione una «cupidigia di servilismo» (di «servilità», secondo il verbale redatto in quella sede), scatenando un “tumulto” nell’Assemblea; oggi, con una presidente del Consiglio che, richiesta di commentare la frase insultante rivolta agli europei da Trump, non solo non l’ha contestata, ma, per togliere d’impaccio il presidente, è giunta persino a negarne l’esistenza, nessuna voce critica sul punto si è alzata in Parlamento e la vicenda è stata avvolta dal silenzio dei media per essere immediatamente archiviata.
Altri tempi.





