I bombardamenti dell’economia di guerra stanno cominciando a colpire i sudditi delle oligarchie occidentali, dagli Stati Uniti all’Europa; dilagano il predatorio capitalismo finanziario e la terza guerra del Golfo Persico per energie fossili e investimenti in armi. Un quadro “fuori controllo”? No, la banalità del male dell’antica politica statunitense delle cannoniere; il dato nuovo è la strategia di resistenza dell’aggredito, la repubblica islamica dell’Iran, che ha saputo trasformare una pretesa guerra lampo in guerra di logoramento per Israele, Usa e monarchie arabe dell’area. Lo spettro di un nuovo Vietnam, con il suo esito catastrofico, comincia ad agitare i sogni dell’autocrazia trumpiana.

Il fronte orientale dell’Europa è da mesi congelato nel Donbass e tale rimarrà in una logorante situazione “coreana”, mentre l’espansionismo israeliano continua l’impegno su più fronti, da Gaza e Cisgiordania all’Iran, al Libano, alla Siria, allo Yemen, in un’offensiva generale del colonialismo sionista contro l’intero Medio Oriente, innescata dalla reazione genocidaria della teocrazia ebraica all’azione militare del 7 ottobre 2023. In Palestina, a Gaza e in Cisgiordania il confronto tra la Resistenza e lo Stato sionista prosegue a prezzi altissimi per la popolazione palestinese, bersaglio del terrorismo dell’esercito di occupazione e dei coloni degli “avamposti”. Gli Stati Uniti, trascinati in guerra da Israele nel Golfo Persico, sono in guerra civile; sta crescendo l’opposizione politica e sociale dei “nemici interni” del trumpismo, alla vigilia di un’inflazione devastante con conseguenze nell’intero Occidente e non solo. Intanto i veri nemici politico-economici degli Stati Uniti trumpiani, la Repubblica popolare cinese e la rete mondiale dei Brics, stanno vincendo la guerra economica scatenata da Trump (dazi e affini) svolgendo un ruolo attivo nei più diversi terreni di competizione, dalla transizione energetica all’intelligenza artificiale, al superamento dell’egemonia predatoria del dollaro, alla cooperazione multilaterale.

In Italia, l’imprevisto straordinario successo del NO nel referendum costituzionale del 22-23 marzo, il cui “merito” consisteva unicamente in una pretestuosa picconatura della Costituzione del 1948 (cui sarebbero seguite altre “riforme”, prima tra tutte il premierato) ha messo a nudo l’imbroglio dell’attuale governicolo fascio-leghista-berlusconiano, maggioritario in Parlamento e minoritario nel paese, e l’intruglio di una “maggioranza” travolta dal disastro referendario.

Nel paese reale si stanno invece incontrando, con il protagonismo di nuove soggettività giovanili, delle donne e delle popolazioni del Sud, processi e percorsi rimasti separati nel corso degli ultimi tre decenni di crisi economica e politica, di agonia del “modello di sviluppo” capitalistico e del sistema politico che lo rappresenta. Temi tradizionalmente separati, dall’ambientalismo all’economia, dai diritti sociali e civili all’assetto costituzionale sotto attacco, dalle pratiche di “nuova socialità” e di “altra economia” alle pratiche di solidarietà attiva in un nuovo contesto multietnico e interculturale, si vanno componendo in un “movimento di movimenti” tematici e settoriali, alla ricerca di collegamenti e iniziative comuni, in un processo di alternativa complessiva alla crisi climatica, alle guerre economiche e combattute sul campo, alla crisi delle democrazie liberali occidentali. Si sta ricomponendo un quadro conflittuale “di classe”, antioligarchico e internazionalista.

In una crisi di sistema così profonda e conclamata il ruolo di un governo e di un Parlamento è decisamente limitato, non certo esclusivo; se poi la crisi assume il carattere di un’implosione nella ristretta area di governo, la questione del potere si pone decisamente in altri termini nella società di tutti.

La sinistra italiana, antifascista e democratica, che esiste storicamente e attraversa, con la sua storia e la sua presenza diffusa (nei movimenti sociali, nella pubblica amministrazione locale, nella scuola pubblica, in un’estesa galassia di formazioni politiche, nelle stesse aree elettorali dell’opposizione parlamentare) deve spostare decisamente “in basso” il baricentro politico della società per costruire dal basso reti sociali di autonomia e autorganizzazione, operando nelle comunità locali per costruire e organizzare società attraverso pratiche relazionali aperte, su ogni tema della reale situazione italiana. Questa sinistra diffusa, che è influente anche sul piano elettorale come ha saputo dimostrare con i suoi voti e le sue astensioni, dal referendum del 2016 a oggi, è determinante sul piano della costruzione di una democrazia ispirata ai principi dell’egualitarismo, del multiculturalismo e di un nuovo socialismo, forte delle esperienze socialiste, comuniste e libertarie del Novecento e delle nuove esperienze in corso, soprattutto in Cina. In questo piano di realtà diventano centrali le pratiche di democrazia diretta, relazionale, sociale, sui temi prioritari della guerra e del lavoro, dell’economia e dell’organizzazione statuale. Chi rappresenta chi? Quale Stato? Quale democrazia? Quale Europa, di cui fa parte anche la Russia? Qui siamo, prepariamoci al meglio.

Autonomia, autorganizzazione, nuova socialità, democrazia dal basso per un nuovo socialismo del XXI secolo coerentemente partecipativo, internazionalista e multiculturale. Lo scenario mondiale è in rapida trasformazione: la crisi dell’unipolarismo statunitense, il declino dell’Unione europea (ma l’Europa è un’altra cosa), il rafforzamento delle strategie della Repubblica popolare cinese e della Russia, la nuova centralità politica del continente africano, non disegnano soltanto un mondo fortemente e conflittualmente multipolare in cui tutto (sovranità nazionali, modelli di sviluppo economico, relazioni tra Stati) è in gioco, ma rivelano soprattutto il fallimento delle culture e delle politiche neoliberiste. Le drammatiche, evidenti, conseguenze dei cambiamenti climatici provocati da un capitalismo predatorio e devastante, pongono la necessità urgente di radicali cambiamenti sociali e politici. Servono scelte radicali sui terreni della politica estera e delle politiche sociali, su cui si misureranno governi (tutti di transizione instabile) e società in movimento.