L’attacco al Venezuela e la promessa del successivo all’Iran mettono in luce alcuni sconcertanti elementi. La violazione esplicita del diritto internazionale e di ogni possibile convivenza fra gli Stati basata sulle regole è accettata supinamente dall’intera classe dirigente occidentale. La critica dello spagnolo Sanchez o del DEM Sanders appare marginale. Prevale nello spazio politico-mediatico, nella diplomazia, nell’accademia, nella borghesia di destra o progressista, l’assioma secondo il quale il cosiddetto regime di Maduro è indifendibile per cui ben venga un’azione di cambiamento di regime che chiamano chirurgica, nonostante diverse fonti menzionino l’uccisione di un’ottantina di persone tra guardie del corpo e civili. Operazione tuttavia diversa rispetto alla guerra in Irak del 2003 che rase al suolo Bagdad.
La manipolazione dell’opinione pubblica è basata sul fatto che i giornali progressisti europei e alcuni leader fingono di criticare la brutalità di Trump pur concordando nella sostanza sugli obiettivi. Tipica la strizzatina d’occhio al mainstream e al potere euro-atlantico introducendo le leggere perplessità sull’impulsività di Trump con “ Il regime di Maduro è indifendibile”. La frase implica quindi che i regimi di Egitto, Israele, Arabia Saudita, Oman, Emirati, Qatar e chi ne ha più ne metta, siano diversi e che quindi un cambiamento di regime possa focalizzarsi soltanto sui veri cattivi, Maduro, l’Iran, la Russia, in altre parole sugli Stati sovrani che non sono stati ancora desovranizzati e perseguono interessi nazionali senza piegarsi a quelli dell’Impero statunitense.
La stessa ideologia viene applicata all’Iran, paese demonizzato, isolato e quindi oggetto legittimo di attacchi e di politiche imperialistiche intese all’accaparramento delle materie prime. Siamo al paradosso. Il criminale di guerra Netanyahu, considerato tale dalla CPI, e artefice di un genocidio secondo il principale tribunale onusiano, la CGI, invita il popolo iraniano a scendere in piazza e a rivoltarsi contro il cosiddetto regime, affermando che gli agenti del Mossad e di altri servizi stranieri circolano tra i dimostranti. L’ex Direttore della Cia Pompeo candidamente ammette su X che le rivolte sono pilotate dai servizi stranieri. Nessuno si sorprende in Occidente, nessuno si scompone. La “Non ingerenza negli affari interni di Stati sovrani,” principio onusiano ed essenziale all’architettura concepita dall’OSCE per la sicurezza in Europa, viene cancellato. La demonizzazione del nemico, data l’esistenza di 4 agenzie di stampa internazionali e dell’osmosi esistente tra elites e media, tra lobby finanziarie, delle armi, di Israele e media, risulta vincente. La borghesia di destra, liberale o di centro-sinistra, vive in Europa nel mondo di Barby che poco ha a che vedere con la realtà degli Stati nei quali l’Impero statunitense intende incidere.
Il sistema iraniano non è un sistema aperto, democratico. Anni e anni di sanzioni hanno reso la situazione economica insostenibile. L’inflazione al 45/50%, la crescita all’1%, la disoccupazione al 9%, hanno creato un grande malcontento tra la popolazione. Soprattutto i piccoli commercianti dei bazar, supportati dagli studenti e da una gioventù occidentalizzata che non vede un futuro, manifestano in piazza. Il potere politico si mostra comprensivo, si alternano le dichiarazioni del Presidente Pezeskian e della guida spirituale Kamenhei, intese a dare ragione alla società civile martoriata dalla crisi economica. Il Governo non riesce ad attuare le riforme economiche necessarie. Il Presidente della Banca Centrale si dimette. Le manifestazioni vengono in breve pilotate da agenti stranieri e, sebbene di entità esigua, divengono piccole insurrezioni armate represse brutalmente dalla polizia. 30 morti sembrerebbe in tutto il Paese. Le manifestazioni coinvolgono in effetti poche migliaia di persone su una popolazione di 90 milioni di abitanti. Non appaiono i numeri della rivolta popolare di tre anni orsono, quando la morte di una ragazza in prigione, arrestata per non aver rispettato l’obbligo legislativo, concorde con i precetti teocratici relativi alla copertura del capo, portò a una indignazione condivisa da milioni di cittadini. Il movimento non si trasformò allora in un cambio di regime e il potere politico optò per il dialogo, impartendo alla polizia l’ordine di non censurare codici di abbigliamento occidentali. L’obbligo legislativo non è stato cambiato. Il diritto delle donne a scegliere un abbigliamento occidentale è stato riconosciuto de facto, non de iure. Eppure chi ha avuto occasione di viaggiare in Iran ha scoperto una società composita, per molti aspetti non religiosa e abbastanza tollerante. E’ frequente incontrare donne in carriera, managers e persino scrittrici, che coprono il capo ma non rinunciano a curare le loro sopracciglia, a ricorrere al botox. Il chador, l’hydjab, il velo che ricopre la testa sembrano segnali identitari intesi a salvaguardare le tradizioni e una visione morale e religiosa dell’identità femminile. Interessante notare che le donne istruite, che svolgono un ruolo nella società, le donne impegnate, in grado di occupare posti di comando e mettere a tacere gli uomini, sono in maggioranza conservatrici nell’abbigliamento. Le donne che esibiscono invece l’abbigliamento occidentale e una visione laica e libertaria, accentuano la loro femminilità con make up e botox, ma sembrano dipendenti economicamente dal partner maschile. E’ anche vero che nei Ministeri e nelle università il dressing code, a volte il chador, è obbligatorio. La cosa ci sorprende e può non piacere alla sensibilità femminista europea, ma è coerente con la costituzione iraniana, con i principi di una repubblica islamica teocratica. Ho avuto modo di incontrare molte donne impegnate e velate. Ho sempre avuto l’impressione di conversare con persone di carattere, abituate al comando e al protagonismo, che mi hanno fatto rimarcare come nel loro lavoro si siano sentite esseri umani. L’essere donna, portare i costumi tradizionali non ha influito sulla loro carriera. Hanno voluto e potuto lavorare per i propri obiettivi, senza discriminazioni.
Sembrerebbe infine che le polemiche tra le libertà occidentali e le chiusure iraniane esprimano una visione ancora superficiale e cosmetica della realtà. Il femminismo è una visione importante. Non può essere ridotta al rifiuto di un dressing code. I diplomatici occidentali lavorano in cravatta e in completo. Le donne iraniane nella repubblica teocratica si conformano ad altri rituali. In Occidente non è raro incontrare donne insicure, che si fanno utilizzare dagli uomini e che soprattutto in carriera soffrono una importante solitudine. Sarei felice di vedere delle trasformazioni dei costumi iraniani, che tuttavia devono essere conquiste non imposte dall’estero, da una ideologia suprematista che considera la civiltà occidentale superiore a tutte le altre.
La società iraniana è molto diversa da quella Saudita o delle monarchie del golfo. E’ composita e varia. Si percorre una strada e si incontrano rappresentanti di mondi paralleli, donne in chador e ragazze con capelli colorati, vestite all’occidentale oppure donne impegnate che mantengono un foulard sulla testa e appaiono indipendenti, attive mentre gli uomini appaiono poco curiosi e assuefatti a un variegato universo femminile. Secondo il Dottor Marandi la struttura di potere non è piramidale e compatta come in Arabia Saudita, ma è dispersa e modulata in diversi centri che si ostacolano a vicenda, rendendo il processo decisionale a volte lento e inefficace. Il Parlamento è molto influente, il campo conservatore come quello riformista è frammentato. Nel quadro di una struttura di potere prevista dalla Costituzione del 1979, emendata nel 1989, che attribuisce la decisone ultima e l’indirizzo politico a Kamenhei e al Consiglio dei Guardiani della rivoluzione, esiste una dialettica tra istituzioni, partiti e centri sparsi di potere, inesistente in un a dittatura. La visione occidentale della società iraniana è, come spesso accade nei confronti di Paesi nemici, ideologizzata, semplificata e non corrispondente alla realtà.
L’incredibile rapimento in Venezuela del Presidente Maduro e di sua moglie, giudicati da un tribunale americano per l’improbabile accusa di narcotraffico, ci rivela quale trasformazione abbia ormai subito il liberalismo politico occidentale. La situazione è tuttavia ancora incerta. Il potere della vice di Maduro Rodriguez, che si piegherebbe alle richieste colonialiste di Trump, non si sa ancora se sarà legittimato dal popolo venezuelano e da una nuova elezione. Persino Trump sa come lo chavismo sia radicato in Venezuela tanto da rendere impossibile il governo della Machado, rappresentante di un’elite venduta agli interessi energetici degli Stati Uniti e detentrice del Premio Nobel per la pace, un paradosso in grado di rivelare il grado di corruzione delle istituzioni europee che credevamo integre.
Nel momento in cui scrivo, a Theran sono tutti consapevoli delle infiltrazioni del Mossad e della Cia che spingono, soprattutto nelle regioni al confine con Irak e Turchia alla rivolta armata. Si auspica la morte di civili per poter provare l’illegittimità del cosiddetto regime e preparare la strada all’attacco statunitense. Nessuno sottolinea nello spazio politico mediatico occidentale che Venezuela e Iran sono Stati da anni sottoposti ad isolamento politico ed economico dagli Stati Uniti. Senza le sanzioni occidentali, la qualità di vita dei popoli venezuelano e iraniano sarebbe stata sicuramente diversa. Su tutti i giornali si dipingono le manifestazioni come la prova dell’incapacità del sistema iraniano di governare per il bene del popolo. In Iran la repressione di atti di vandalismo, assalti alla polizia e alle istituzioni municipali è ancora una volta strumentalizzata dall’ipocrisia europea come testimonianza della dittatura esistente nel Paese. Vi immaginate cosa succederebbe nelle democrazie occidentali se le manifestazioni pro-palestina oppure sindacali, degli agricoltori, fossero armate dall’Iran, dalla Russia e dalla Cina, trasformate in insurrezioni armate contro la polizia?
Purtroppo la ragione è messa a tacere, la demagogia trionfa.
Non si sa quanto diviso sia il potere in Iran. Sembrerebbe tuttavia chiaro che una vera e propria opposizione non si sia formata nel Paese. Il seguito del movimento nazionalistico legato al figlio dello Schaz Reza Phalavi, supportato da Washington, è esiguo. Il MEK, movimento di terroristi sunniti, stabilito prima in Irak , ora in Albania e pilotato dall’Occidente, non sembrerebbe radicato nel Paese. A giugno scorso gli attacchi israelo-americani contro l’Iran hanno portato a un ricompattamento della popolazione a sostegno del paese, per un elementare senso di patriottismo. La deterrenza iraniana a giugno scorso ha portato a una richiesta di cessate il fuoco da parte occidentale. I danni a Israele sono stati notevoli. Come spiegare allora che nuovamente viene tentato quello che a giugno è fallito? Le operazioni di corruttela della popolazione e di parte dell’entourage della guida spirituale o del potere politico sono state messe in piedi con efficacia? Oppure ci troviamo di fronte a tattiche impazzite dello Stato profondo occidentale mirate alla destabilizzazione, al mantenimento di Netanyahu al potere attraverso la continuazione delle guerre, all’esibizione di muscoli fine a se stessa di un impero moribondo? Propenderei per la seconda ipotesi. Gli eventi a cui assistiamo sono in ogni caso un segnale inquietante della barbarie che avanza, della forza che trionfa sul diritto, dei carnefici che stravincono sulle vittime che non hanno voce, della cecità e la corruzione delle classi dirigenti europee, purtroppo appoggiate anche da un ceto medio colto e un tempo progressista, dall’accademia, dalla diplomazia, dai cani da guardia dello spazio mediatico.

