Quando il 25 giugno ci era giunta la notizia di una brutta caduta per strada capitata a Goffredo Fofi ‒ a Roma dove viveva, all’Esquilino, il quartiere a lui così congeniale per la sua popolazione multietnica e multiculturale ‒ e del conseguente ricovero in ospedale per la rottura di un femore, fatto che comprendevamo fosse serio, soprattutto per un uomo come lui, di eccezionale vitalità ma reso fragile dall’età, non ci eravamo certamente preparati a doverne sopportare pochi giorni dopo l’idea della scomparsa, la cui notizia perciò ci colpisce oggi, 11 luglio 2025, con un più violento carico di angoscia. È che non si è mai preparati ‒ si sa ‒ alla perdita di una persona significativa. E Goffredo Fofi significativo, per noi e per «Il Ponte» lo era, per ragioni che cercheremo di esaminare.

Intanto, a poche ore dalla notizia, non sappiamo decidere se questo sia il momento per lasciarsi andare alla commozione oppure anche quello per un primo tentativo ‒ magari molto sommario ‒ di una qualche razionalizzazione.

Se pensiamo agli amici che Fofi ha appena lasciato orfani della sua umanità, alcuni dei quali sono stati amici comuni o compagni di viaggio del «Ponte», e che sappiamo essere in queste ore afflitti dalla sua scomparsa, ci orientiamo verso la commozione. Se pensiamo invece agli amici che già avevano lasciato sia Fofi sia noi lungo il tratto di strada precedente ‒ da Ignazio Silone a Carlo Levi, da Aldo Capitini a Walter Binni ‒, i cui profili definiscono i connotati stessi di questa rivista, insomma se pensiamo alla famiglia del socialismo libertario, ci incliniamo piuttosto verso un primo tentativo di razionalizzazione, con la consapevolezza dei rischi di parzialità che questo può comportare.

Proveremo comunque a fare un po’ entrambe le cose, in attesa che il tempo o la fortuna rendano praticabile l’ipotesi di una qualche sistematica esplorazione attraverso una così ricca e bella esperienza di vita.

Prima di tutto c’è qualcosa che ricordiamo di Fofi al di qua delle sue parole e dei discorsi: è il suo dinamismo instancabile, e una vita vissuta con pienezza e senza riserve, con il gusto per l’incontro con le altre persone, è il suo continuo girare per l’Italia, moderna versione di clericus vagans mosso da un suo peculiare e misterioso meccanismo vitale, sempre in treno, per partecipare a incontri, a dibattiti o a presentazioni di libri. Ma il treno stesso era per lui un laboratorio di conoscenza e di confronto con gli altri. E ricordiamo i suoi spostamenti per Roma, a piedi, con il passo leggero e sempre come alla ricerca di un giusto equilibrio, con l’aiuto del bastone, tra la Stazione Termini e Piazza Vittorio. Oppure alle bancarelle dei libri di Piazza Esedra. La sua apparizione aveva qualcosa di lirico.

Ricordiamo la sua forte vocazione maieutica, che si univa a una eccezionale capacità di suscitare legami. Fofi non solo era direttore di collane e consulente di case editrici, ma ‒ a un altro livello ‒ è stato un grande e influente suggeritore di letture. Ed era un costruttore di amicizie. E l’amicizia era per lui ‒ ci sentiamo di dirlo noi, che pure non siamo stati tra i suoi intimi ‒ un valore supremo.

Si dice adesso delle sue qualità di organizzatore culturale e di promotore di riviste: condirettore dei «Quaderni Piacentini» (la cui chiamata fu per lui ‒ con parole sue ‒ «onore insperato»), cofondatore di «Ombre Rosse» (forse la creatura editoriale di cui andava più orgoglioso), fondatore poi di «Linea d’ombra», e ancora dello «Straniero» o di altre pubblicazioni.

Per Fofi la creazione di una rivista era soprattutto un mezzo che aveva come fine la formazione di una comunità. E dunque era ‒ diremmo ‒ simpatia, in senso etimologico.

Si dice adesso che Fofi sia stato “saggista”, oppure “attivista”, “critico cinematografico”, “letterario” e “teatrale”. Etichette queste che lasciano a desiderare, perché lo rappresentano soltanto in parte. Non solo in quanto Fofi è stato essenzialmente un educatore, ma soprattutto perché manca a queste catalogazioni lessicali qualcosa di essenziale: un dato su ciò che ha tenuto insieme i suoi diversi campi d’intervento: la politica, il cinema, la letteratura più di ogni altra cosa. In fondo, Fofi seguiva un’unica e coerente linea di ricerca: l’inchiesta sulla società, l’intervento sociale. E in questo senso si capisce quale sia stato il rilievo che ha avuto su di lui ‒ dopo gli inizi con Danilo Dolci ‒ l’insegnamento di Raniero Panzieri, insegnamento che risale alla sua permanenza a Torino nei primi anni sessanta. E la narrazione era ‒ per Fofi ‒ la base diremmo empirica che gli permetteva di sviluppare operazioni di conoscenza sul mondo sociale. Di conoscenza in vista di una almeno possibile trasformazione. La narrazione allora era per Fofi sempre in qualche misura documentaristica, storia reale, storia collettiva.

Non pensiamo che sia questa di oggi l’occasione più adatta per riprendere le tante pagine importanti che Fofi ci ha lasciato, ma è necessario ricordare, con gli anni torinesi e la partecipazione al sodalizio promosso da Raniero Panzieri intorno ai «Quaderni Rossi», il libro fofiano di maggiore consistenza e forse di maggiore impegno: L’immigrazione meridionale a Torino (Milano, Feltrinelli, 1964). Inchiesta questa metodologicamente sui generis, che ha descritto come ‒ tra 1956 e 1962 ‒ lo spostamento migratorio dalle zone depresse del Sud verso il Nord industriale stesse portando al formarsi di una nuova generazione di operai. Questo passaggio di fase ‒ evidenziato drammaticamente dai fatti di Piazza Statuto ‒ non sfuggiva ai collaboratori del «Ponte» ‒ valga un nome per tutti: Umberto Segre ‒ che si fecero osservatori attenti e rispettosi di quei fenomeni.

Fu in quel contesto, nel 1962, che Fofi pubblicò sul «Ponte» ‒ a quel tempo sotto la direzione di Enzo Enriques Agnoletti ‒ un estratto della sua inchiesta torinese, che avrebbe prodotto in seguito laceranti controversie nell’ambiente stesso che l’aveva promossa: la casa editrice Einaudi. Si parlò successivamente, e in modo alquanto sommario, di un “caso Fofi”. Comunque l’articolo Immigrati a Torino («Il Ponte», n. 7, luglio 1962, pp. 940-951) fece segnare una presa di contatto con «Il Ponte».

Anni dopo, Fofi ha ricordato di avere accompagnato per Torino, nei giorni successivi alla rivolta di Piazza Statuto, Umberto Segre (autore ‒ disse ‒ di «articoli molto belli») su richiesta di Raniero Panzieri. Ce ne sono tracce anche nelle pagine di quel tempo del «Ponte», dove Umberto Segre scriverà tra l’altro che il «furore di Piazza Statuto [doveva essere] preso in considerazione».

I contributi di Fofi al «Ponte» poi sono continuati ‒ sia pure con cadenza non regolare ‒ fino agli anni novanta e oltre. Andando a memoria, ricordiamo qui almeno uno scritto del 1995 su Ignazio Silone dal titolo Silone: uno dei giusti e un articolo del 2008 sul declino della produzione cinematografica italiana dal titolo Tanti film, niente più cinema.

Goffredo Fofi diceva ultimamente di avere attraversato l’esperienza dell’operaismo «con Capitini alle spalle». Anzi di avere sempre «oscillato tra Capitini e Panzieri». E in effetti è il legame con Aldo Capitini ‒ più che quello con Panzieri ‒ che lo ha tenuto nell’orbita del «Ponte». Legame da lui sistematicamente sottolineato soprattutto dagli anni ottanta in poi: «Ho conosciuto molto da vicino Aldo Capitini, sono stato suo amico e a tratti collaboratore» (Pasqua di maggio, Genova, Marietti, 1988, p. 17).

Dopo il grande naufragio dei movimenti sociali, lungo lo spartiacque tra anni settanta e ottanta, la riflessione sulla violenza e la comprensione del valore che assume ‒ nei processi di liberazione ‒ la nonviolenza diventano materia di un’elaborazione collettiva via via più marcata sulle pagine di «Ombre Rosse» e di «Linea d’ombra». È stato un percorso che ha riguardato dunque non soltanto Fofi, ma tutto un ampio ambiente politico e culturale, e che muoverà dall’operaismo verso la scoperta (o per alcuni la riscoperta) di Gandhi e di Capitini. Si definisce gradualmente un nuovo repertorio tematico: il Sud del mondo e l’immigrazione dal Sud del mondo, la minaccia nucleare, la pace, l’etica pubblica.

Questo radicale aggiornamento implicherà un mutamento di strumenti analitici e quindi di discipline messe al lavoro sulle nuove priorità. La ricerca si farà prevalentemente filosofica, letteraria, per l’appunto etica. E la radicalità della riflessione verterà da adesso sui rischi di «tecnicizzazione dell’esistenza», con Günther Anders, altro punto di riferimento irrinunciabile.

Goffredo Fofi ricordava di avere consigliato ad Aldo Capitini il film Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick, nel 1958, vero archetipo del cinema antimilitarista. Leggiamo una lettera di Capitini a Fofi (del 16 maggio 1958), in cui Capitini riferiva al giovane amico di esserne uscito «diretto come una palla, convinto che il mondo va avanti solo quando ci sono teste buone e salde, ferme».

Il maestro imparava dall’allievo, come Fofi poi mostrerà sempre di saper fare ‒ a sua volta ‒ con i giovani che lo seguivano.