NON RAMMARICATEVI[1]
DAI VOSTRI CIMITERI DI MONTAGNA
SE GIÙ AL PIANO
NELL’AULA OVE FU GIURATA LA COSTITUZIONE
MURATA COL VOSTRO SANGUE
SONO TORNATI
DA REMOTE CALIGINI
I FANTASMI DELLA VERGOGNA
TROPPO PRESTO LI AVEVAMO DIMENTICATI
È BENE CHE SIANO ESPOSTI
IN VISTA SU QUESTO PALCO
PERCHÉ TUTTO IL POPOLO
RICONOSCA I LORO VOLTI
E SI RICORDI
CHE TUTTO QUESTO FU VERO
CHIEDERANNO LA PAROLA
AVREMO TANTO DA IMPARARE
MANGANELLI PUGNALI PATIBOLI
VENT’ANNI DI RAPINE DUE ANNI DI CARNEFICINE
I BRIGANTI SUGLI SCANNI I GIUSTI ALLA TORTURA
TRIESTE VENDUTA AL TEDESCO
L’ITALIA RIDOTTA UN ROGO
QUESTO SI CHIAMA GOVERNARE
PER FAR GRANDE LA PATRIA
APPRENDEREMO DA FONTE DIRETTA
LA STORIA VISTA DALLA PARTE DEI CARNEFICI
PARLERANNO I DIPLOMATICI DELL’ASSE
I FIERI MINISTRI DI SALÃ’
APRIRANNO
I LORO ARCHIVI SEGRETI
DI OGNI IMPICCATO SAPREMO LA SEPOLTURA
DI OGNI INCENDIO SI RITROVERÀ IL PROTOCOLLO
CIVITELLA SANT’ANNA BOVES MARZABOTTO
TUTTE IN REGOLA
LE OPERE DEL REGIME
SAPREMO FINALMENTE
QUANTO COSTÒ L’ASSASSINIO
DI CARLO E NELLO ROSSELLI
MA FORSE A QUESTO PUNTO
PREFERIRANNO RINUNCIARE ALLA PAROLA
PECCATO
QUESTI GRANDI UOMINI DI STATO
AVREBBERO TANTO DA RACCONTARE
Sono tornati, e con un compito preciso: distruggere la Costituzione. I governi democristiani della Prima repubblica avevano fatto di tutto per ritardarne l’attuazione (la Corte costituzionale è del 1955 e l’ordinamento regionale del 1970), ma non avevano mai messo in dubbio il valore della Carta. Certo, l’affermazione pura e semplice di un valore, senza il necessario corollario dell’attuazione, è poca cosa e velocemente si deteriora. «È inutile proclamare sui libri – sosteneva Calamandrei – che la Costituzione è rigida, quando mancano le garanzie che la salvino praticamente dalle deformazioni: a lungo andare, se non si reagisce, le deformazioni diventano a lor volta fonte di diritto costituzionale. Le costituzioni vivono fino a che le alimenta dal didentro la forza positiva: se qualche parte ristagna questa circolazione vitale, gli istituti costituzionali rimangono formule inerti, come avviene nei tessuti del cuore umano, dove, se il sangue cessa di affluire, si produce quella mortale inerzia che i patologi chiamano infarto»[2]. Dunque, ritardo gravemente colpevole nell’attuazione, ma ritardo che generava nella maggioranza di governo una sorta di complesso di colpa in quanto al valore della Carta si credeva, o si faceva finta di credere.
Oggi la situazione si è completamente rovesciata: la Carta, sostengono «questi grandi uomini di Stato», è vecchia, ha perso di valore, va ridisegnata.
E come la si ridisegna? Prima di tutto, annullando i diritti sociali che della Costituzione del ’47 erano il fiore all’occhiello. Ma questo lo si fa in modo strisciante (non con un intervento diretto), svuotando di contenuto, con leggi ordinarie, il diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione. Il lavoro come merce – con la conseguente mobilità che troppo spesso è trapasso non da un lavoro a un altro ma dal lavoro alla disoccupazione –, l’assistenza sanitaria e la scuola orientate sempre più verso la privatizzazione, come possono configurare un diritto sociale? Se a questo si aggiunge la riforma dell’ordinamento giudiziario, che ridurrà praticamente il p.m. alle dipendenze dell’Esecutivo, il quadro si incupisce ulteriormente. L’infarto della Costituzione è ormai palese: non occorre un luminare per diagnosticarlo.
Ma per affondare il coltello nella piaga e uccidere definitivamente il paziente, l’attuale maggioranza di governo ha pensato (e deliberato) di indebolire gli organi supremi di garanzia, quali il presidente della Repubblica, che perde le prerogative che ne facevano il garante dell’equilibrio tra i poteri costituzionali, e la Corte costituzionale che, con un aumento dei membri di nomina parlamentare, è ancora più soggetta al controllo della maggioranza. Nel contempo viene enormemente rafforzata la figura del premier, che, eletto direttamente, ha il potere di sciogliere la Camera. Un potere enorme e abnorme che può trasformarsi in ricatto nei riguardi di una Camera ribelle o non completamente accondiscendente.
Come ciliegina sulla torta, poi, il Senato federale e l’attribuzione alle Regioni di una potestà legislativa nella sanità e nella scuola che pone le basi di una disuguaglianza di trattamento dei cittadini. Secondo la regione di appartenenza, avremo cittadini di serie A e cittadini di serie B.
Di fronte a un simile stravolgimento, come si può affermare che questa riforma riguarda solo l’ordinamento della Repubblica, cioè la seconda parte della Costituzione? Ai Principi fondamentali e alla parte prima (Diritti e doveri dei cittadini) quale capacità propositiva e attuativa resta? Secondo me, nessuna.
Allora questa del governo è una manovra diabolica per svuotare dal didentro il valore sociale della Costituzione. Renderla come quelle costruzioni medievali – penso a San Galgano – di cui si sono mantenute le mura perimetrali, per altro bellissime, ma all’interno si è perso tutto. Questo è quello che può diventare la nostra Costituzione se lasceremo via libera al governo.
E di fatto cosa perderemo? Perderemo la possibilità di costruire quella società di liberi e uguali che la Resistenza aveva additato alle generazioni future. E il nuovo fascismo avrà finalmente vinto.
Per questo sono tornati da remote caligini i fantasmi della vergogna, ma, come li battemmo un tempo, li batteremo ancora.
[1] P. Calamandrei, Epigrafe, «Il Ponte», n. 6, giugno 1953.
[2] P. Calamandrei, La festa dell’incompiuta, «Il Ponte», n. 6, giugno 1951.
Ci sembra opportuno riportare all’attenzione dei nostri lettori questo scritto (da «Il Ponte», n. 12, dicembre 2004, poi in Id., Socialismo libertario e dintorni, Firenze, Il Ponte Editore, 2017, pp. 223-225) centrato su una famosa Epigrafe di Piero Calamandrei che nel giugno 1953 commentava le elezioni politiche. «E così – scriveva – se il 7 giugno il premio di maggioranza fosse stato raggiunto, la democrazia si sarebbe definitivamente trasformata in oligarchia: una specie di corporativismo confessionale, sotto la vigilanza dell’Azione Cattolica e della Confindustria: un paternalismo di polizia, addolcito e ingentilito da una grande corruzione. E i cittadini di nuovo ridiventati sudditi; e rafforzata quella distinzione tra dominatori e dominati, quella fatale scissione e ostilità tra governo e popolo, che ha costituito per secoli la tara italiana e che la Resistenza aveva creduto di poter finalmente superare». Nel 2004 ancora il tentativo di trasformare e stravolgere questa nostra Costituzione nata dalla Resistenza, e oggi, 2025, il tentativo sembra assumere una sua consistenza: ancora sono tornati da remote caligini i fantasmi della vergogna? (m.r.)





