di Federico Mussuto

L’operazione statunitense del 3 gennaio 2026 in Venezuela, culminata nell’arresto del presidente Nicolás Maduro, non costituisce un evento isolato né un semplice cambio di regime condotto per via militare. Essa si inserisce piuttosto in una traiettoria strategica di lungo periodo che Washington tende ad attivare nei momenti di maggiore stress del proprio sistema monetario, energetico e geopolitico. Come già avvenuto nel gennaio 2020 con l’eliminazione mirata del generale iraniano Qassem Soleimani, l’uso della forza selettiva torna a essere uno strumento esplicito di riequilibrio strategico in una fase di competizione sistemica ormai apertamente multipolare.

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca segna una discontinuità formale ma una continuità sostanziale nella postura internazionale statunitense. La riaffermazione della dottrina Monroe e l’abbandono definitivo della retorica del soft power indicano la volontà di ristabilire un controllo diretto sull’Emisfero Occidentale, considerato nuovamente uno spazio vitale per la sicurezza nazionale americana. In questo quadro, il Venezuela assume una rilevanza centrale non solo per l’entità delle sue riserve energetiche, ma per il suo progressivo allineamento strategico con Cina, Iran e Russia, percepito come una minaccia diretta alla proiezione statunitense nel proprio spazio storico di influenza.

Il parallelismo tra Venezuela e Iran non è casuale. Entrambi i Paesi si collocano lungo le principali linee di frattura del sistema del petrodollaro, pilastro dell’egemonia statunitense sin dagli anni Settanta. Ogniqualvolta tale sistema è stato messo in discussione, la risposta occidentale ha assunto forme coercitive, dirette o indirette, come dimostrano i casi dell’Iraq di Saddam Hussein e della Libia di Muʿammar Gheddafi. A partire dal 2018, anche il Venezuela aveva intrapreso un percorso analogo, tentando di sottrarre oro e petrolio ai circuiti finanziari controllati dall’Occidente e rafforzando parallelamente i legami con Pechino, Teheran e Mosca.

La lunga contesa sulle riserve auree venezuelane custodite a Londra e il riconoscimento selettivo di Juan Guaidó come presidente legittimo hanno mostrato come il diritto internazionale e gli strumenti finanziari possano essere impiegati come leve geopolitiche. Congelamenti di asset, decisioni giudiziarie e pressioni sui mercati hanno preceduto e accompagnato l’atto di forza militare, confermando un approccio integrato che combina dimensione militare, giuridica ed economico-narrativa.

Sul piano dei mercati, l’intervento ha prodotto effetti immediati. La reazione positiva dei titoli energetici statunitensi suggerisce che l’operazione sia stata interpretata come un possibile sblocco dell’accesso alle riserve venezuelane. Ciò avviene in un contesto caratterizzato da segnali di fragilità strutturale dell’economia globale: massimi storici dell’oro, minimi ciclici del petrolio e tensioni crescenti sul debito statunitense. Dinamiche simili, in passato, hanno spesso preceduto interventi diretti in aree chiave per l’approvvigionamento energetico globale.

Il fronte iraniano rappresenta tuttavia il nodo più delicato dell’intero scacchiere. I subbugli interni esplosi tra il 28 dicembre 2025 e i primi giorni di gennaio 2026, tuttora in corso, non possono essere interpretati esclusivamente come fenomeni endogeni. Essi si collocano in una sequenza che li lega alla guerra dei dodici giorni del 2025 tra Israele e Iran, un confronto breve ma ad altissima intensità che ha abbassato in modo significativo la soglia della deterrenza regionale. In quel contesto, Teheran ha dimostrato capacità di risposta diretta, mentre Israele ha reso evidente la propria disponibilità a colpire preventivamente il cuore strategico iraniano.

Il capodanno trascorso congiuntamente da Donald Trump e Benjamin Netanyahu assume, in questa prospettiva, un valore politico preciso, segnalando la piena convergenza strategica tra Washington e Tel Aviv nella gestione del dossier iraniano. La pressione sull’Iran non si esprime soltanto sul piano militare, ma attraverso una strategia di logoramento che combina sanzioni, isolamento diplomatico e amplificazione delle tensioni sociali, con l’obiettivo non tanto di un cambio di regime immediato quanto di un indebolimento strutturale della capacità iraniana di proiezione regionale.

Questa logica di intervento selettivo trova un riflesso anche nel continente africano. L’attacco statunitense condotto il giorno di Natale in Nigeria, ufficialmente giustificato come operazione antiterrorismo contro gruppi fondamentalisti islamici responsabili di violenze contro le comunità cristiane, si inserisce in una cornice strategica più ampia. La Nigeria rappresenta lo Stato più popoloso dell’Africa, con una crescita demografica sostenuta, una struttura statale relativamente solida e un ruolo centrale nel Golfo di Guinea, area destinata ad assumere un’importanza crescente nella mappa energetica globale.

Colpire la Nigeria significa intervenire preventivamente su uno Stato che combina risorse energetiche rilevanti, stabilità relativa e potenziale autonomo di sviluppo. La cornice securitaria funge da legittimazione narrativa, ma l’obiettivo strategico appare essere il controllo delle risorse energetiche e delle rotte marittime del Golfo di Guinea, nonché la limitazione dello spazio di manovra di attori extra-occidentali, in particolare Cina e Russia, sempre più presenti nel continente africano.

In questo stesso quadro si inserisce la crescente centralità dell’Artico. Le dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia, reiterate nel corso degli ultimi anni, non rappresentano esternazioni episodiche, ma trovano un fondamento sia nelle affermazioni del 2025 sia già nella prima presidenza, quando l’ipotesi di acquisire l’isola era stata esplicitamente avanzata. Gli Stati Uniti sono presenti militarmente in Groenlandia fin dagli anni Quaranta e Cinquanta, con una base tuttora operativa e parte integrante del sistema di difesa nordamericano.

La questione groenlandese non riguarda dunque l’accesso militare, già garantito, bensì il controllo politico ed economico di uno spazio destinato a diventare cruciale nel medio-lungo periodo. La Groenlandia consente il controllo delle future rotte artiche, progressivamente accessibili a causa dello scioglimento dei ghiacciai, e ospita risorse minerarie e terre rare di crescente valore strategico. L’appropriazione di tali risorse, resa possibile dallo sviluppo di nuove tecnologie estrattive, permetterebbe a Washington di ridurre il divario con la Cina nelle filiere delle materie prime critiche.

L’Artico è inoltre centrale per contenere l’iniziativa cinese della Polar Silk Road, attraverso la quale Pechino mira a ridurre fino a due terzi i tempi di percorrenza del proprio traffico commerciale verso l’Occidente rispetto alle rotte tradizionali. Consentire alla Cina di consolidare questa direttrice significherebbe accettare un riequilibrio strutturale dei flussi commerciali globali a suo favore.

Iran, Venezuela, Nigeria e Artico, pur appartenendo a contesti geografici differenti, risultano così connessi da una medesima logica operativa: colpire o presidiare spazi chiave in momenti di vulnerabilità sistemica, utilizzando strumenti diversi ma complementari, destabilizzazione interna, pressione giuridico-finanziaria, operazioni militari mirate e controllo delle infrastrutture strategiche, per rendere tali spazi più permeabili e meno capaci di sostenere politiche autonome in campo energetico, monetario e tecnologico.

In questo contesto si colloca anche il tentativo dell’Unione Europea di ritagliarsi un ruolo autonomo attraverso il vertice dei cosiddetti “volenterosi”, tenutosi a Parigi il 6 gennaio 2026. In tale sede, Francia e Regno Unito hanno dichiarato la disponibilità a costruire basi militari e a dispiegare truppe in Ucraina nella fase successiva a un eventuale accordo di pace. Questa iniziativa, tuttavia, appare più espressione di una postura britannica che di una reale volontà continentale, coerente con la storica funzione di Londra quale attore di raccordo tra Europa e strategia statunitense.

L’impegno anglo-francese non sembra infatti orientato alla stabilizzazione del continente, quanto piuttosto a impedire una normalizzazione diretta dei rapporti tra Mosca e Washington. In questa chiave, il rafforzamento militare europeo post-bellico si configura come uno strumento per mantenere aperta una frattura strategica, legittimando la presenza anglosassone nello spazio euroasiatico. L’Unione Europea, nel suo complesso, resta spettatrice di una dinamica guidata da attori esterni o semi-esterni, confermando la propria incapacità di agire come soggetto strategico unitario.

La gestione della crisi venezuelana da parte delle grandi potenze rafforza ulteriormente questa lettura. Né Vladimir Putin né Xi Jinping sono intervenuti direttamente a difesa di Caracas sul piano militare, non per disinteresse, ma per una chiara logica di rispetto delle sfere di influenza. Il Sud America è storicamente riconosciuto come area di competenza statunitense, secondo un principio non scritto ma costantemente riaffermato, che durante la Guerra Fredda ha già mostrato i suoi limiti invalicabili, come dimostrato dalla crisi cubana. Cina e Russia sono consapevoli di poter essere presenti nel continente latinoamericano sul piano economico e commerciale, ma non militarmente, senza innescare un’escalation sistemica.

Diverso è il caso iraniano. L’Iran gode di un ombrello protettivo ben più solido da parte di Mosca e Pechino, non per affinità ideologica ma per necessità strategica. Teheran si colloca in una regione cruciale per la sicurezza dei confini russi meridionali, per le rotte energetiche e commerciali cinesi e per l’equilibrio complessivo dell’Eurasia. Il mantenimento del regime iraniano rappresenta quindi un interesse diretto per entrambi, anche in una prospettiva più ampia legata al consolidamento dei BRICS come polo alternativo all’ordine occidentale. Una destabilizzazione incontrollata dell’Iran aprirebbe spazi di penetrazione ostili in un’area considerata vitale, con ricadute dirette sugli interessi di sicurezza e commercio di Mosca e Pechino.

La differenza di trattamento tra Venezuela e Iran evidenzia così un principio cardine della competizione multipolare: le potenze accettano la presenza economica degli avversari nelle rispettive aree di influenza, ma reagiscono quando tale presenza minaccia di tradursi in controllo politico o militare. Caracas, pur strategicamente rilevante, non rientra nel perimetro di sicurezza vitale di Russia e Cina; Teheran, al contrario, ne costituisce un pilastro.

Letta nel suo insieme, la sequenza di eventi che va dal Venezuela all’Iran, dall’Africa occidentale all’Artico, fino al teatro europeo, non appare come una somma di crisi scollegate, ma come l’espressione di una fase di riassestamento dell’ordine globale. Gli Stati Uniti e i loro principali alleati non mirano a conservare lo status quo, bensì a riposizionarsi in anticipo su snodi strategici destinati a definire il potere del XXI secolo: energia, risorse critiche, rotte commerciali e stabilità monetaria.

In questo scenario, l’Unione Europea emerge come l’anello debole della catena occidentale: priva di autonomia strategica, incapace di parlare con una sola voce e costretta a muoversi all’interno di cornici decise altrove. Il caso ucraino, così come la marginalità europea nella crisi venezuelana e iraniana, conferma questa condizione.

Per l’Italia, Paese che nel corso della propria storia repubblicana ha tentato, spesso pagando un prezzo elevato, di affermare una maggiore autonomia nelle relazioni internazionali, comprendere queste dinamiche non è un esercizio accademico, ma una necessità politica e strategica. Il mondo che si sta delineando non premia la neutralità né l’ambiguità, bensì la capacità di leggere le traiettorie di lungo periodo, di controllare risorse e infrastrutture e di collocarsi consapevolmente all’interno delle nuove gerarchie globali. Chi ne resta privo rischia di subire un ordine che altri stanno, ancora una volta, riscrivendo.