Le vicende dell’Italia che entrava nel XX secolo (ancora ignara delle profonde contraddizioni che sarebbero poi esplose) ci mostrano figure femminili che per tenacia, dedizione, coerenza non dogmatica con i propri principi destano interesse in chi oggi le osserva. Questo è ancor piú vero quando si tratta di persone di estrazione semplice, che non beneficiarono di quei diritti che favoriscono la mobilità sociale, diritti che esse stesse contribuirono con la loro azione a conquistare.

Argentina Bonetti (ai piú nota con il cognome del marito, Altobelli) rientra a pieno in questo gruppo di costruttrici della nostra storia. Nata il 2 luglio 1866 a Imola in una semplice famiglia di ideali patriottici e trasferitasi ancora bambina a Bologna presso gli zii paterni, giunse a guidare la Federazione nazionale dei lavoratori della terra (Federterra) acquisendo incarichi di dirigenza anche nella Confederazione generale del lavoro e nel Partito socialista italiano e cosí contribuí a guidare il popolo dei campi «fuori da un secolare servaggio»[1].

Visse un’infanzia che, come lei stessa ricorda, «non fu lieta né spensierata: ogni piccola contrarietà mi faceva soffrire profondamente»[2]. Appassionata di lettura, si formò una sua biblioteca che gli zii preoccupati distrussero, condizionati da una loro amica, «una beghina» dirà lei, ritenuta responsabile anche della mancata prosecuzione dei suoi studi.

 

Il socialismo

Vedere le condizioni di vita e di lavoro dei contadini della Romagna e dell’Emilia generò in lei un senso di ribellione verso l’ingiustizia sociale che era un impulso morale prima ancora che politico. Si avvicinò al socialismo passando, come spesso accadeva, per il mazzinianesimo. Fu infatti proprio grazie ad alcuni giovani mazziniani di Parma (dove la famiglia si trovò a vivere per qualche anno) che Altobelli scoprí la sua strada quando nel 1884 tenne le prime due conferenze sul tema dell’emancipazione della donna: se la prima fu deludente per la scarsità di pubblico (soprattutto femminile), la seconda invece la gratificò profondamente.

A condurla definitivamente verso il socialismo furono gli scritti di Andrea Costa, che aveva modo di leggere grazie allo zio che le metteva a disposizione quanti piú giornali repubblicani e socialisti potesse. Fu poi la sua azione di propagandista a portarla tra i lavoratori e a permetterle di osservare quanto accadeva nelle campagne, di toccare con mano i problemi e di chiarirsi dunque la necessità di provvedere alla tutela di coloro che erano gli ultimi. Quella politica sarà per lei una religione di cui scriverà:

Armonia di pensiero, di fede, di cuore, di fraternità umana, ecco che cosa era il socialismo quando io lo abbracciai come una nuova religione. Religione umana che aveva un largo campo di restaurazione per l’umanità sofferente ed oppressa dalle potenze del capitale e dallo sfruttamento dei potenti. Mi apparve allora tutta l’importanza dell’opera da svolgere, alla quale avrei potuto dare un contributo sia pure modesto. Nella sfera dei socialisti scienziati si stavano discutendo le dottrine dei sommi che come Marx ed Engels le avevano espresse nei libri, nella sfera dei politicanti di azione si cercava la forma per attuarli praticamente, nella modesta sfera dei propagandisti che vivevano a fianco dei lavoratori si lavorava per affrontare le difficoltà che si opponevano alla pratica dell’azione. L’obbiettivo era la condizione del lavoro, il salario, il trattamento inumano subito dai lavoratori delle officine e dei campi e su questo si appuntò la propaganda politica che risvegliò la dignità e la coscienza dei lavoratori, suscitandone la ribellione che costò ad essi molti sacrifici e in compenso alle loro misere condizioni economiche e civili qualche miglioramento graduale. Io sentii allora, come una missione, il dovere di contribuire alla elevazione del lavoro non solo la conquista di orari piú umani, di salari piú equi, di abitazioni piú civili ma anche il riconoscimento di un rispetto maggiore alla vita per chi lavora. Soprattutto sentivo che socialismo voleva dire elevazione della donna e per primo della donna dei campi. Abbracciai, ho detto sopra, il socialismo come una religione perché sognavo la giustizia per gli uomini, la solidarietà e l’amore[3].

Il socialismo resterà una religione sul cui altare sembrava disposta a sacrificare tutto: fu reticente infatti a sposarsi anche quando incontrò Abdon Altobelli, fratello del suo insegnante di francese, allievo di Carducci, maestro e scrittore, appassionato di economia e socialista anche lui. Nella mente della giovane donna il matrimonio sarebbe stato in contrasto con quella che sentiva la sua missione politica e sociale ma Abdon si dimostrò un uomo che sapeva trasformare in realtà i propri principi, anche quando questi rendono scomodo il vivere quotidiano: si fece infatti carico della famiglia lasciando ad Argentina la possibilità di realizzarsi nel mondo. Fu lui, secondo quanto riportato dalla stessa moglie, a spingerla dopo la nascita dei due figli a riprendere a pieno ritmo l’attività di propaganda socialista e di organizzatrice dei lavoratori. Argentina, che amava la famiglia il cui ruolo riteneva fondamentale nella società, non trascurò la prole che piuttosto coinvolse nelle sue attività, come dimostra la tesi di laurea del figlio Demos, che si collegava agli studi portati avanti dalla madre in quel periodo.

 

Propagandista: l’attenzione alle dinamiche sociali

L’attenzione che Argentina Altobelli pone alla propaganda (centrale del resto nel lavoro che tutti i pionieri del socialismo portano avanti) la vuole impegnata in conferenze e nella sua attività di pubblicista attestata dagli articoli, per «La Squilla», giornale che a partire dal 1908 diventa organo ufficiale di Federterra, per La difesa delle lavoratrici e poi per La Terra.

Il suo linguaggio era specchio della sua attenzione verso l’animo umano. Comprese cosí che punire chi non rispettava la disciplina nelle organizzazioni era controproducente e finiva per allontanare l’iscritto dalla lotta socialista. «Le organizzazioni – affermava – debbono essere scuole di civiltà e non tribunali di giustizia crudele. […] Il proletariato ha ancora piú incoscienti che cattivi, cerchiamo di illuminarli colla propaganda, di persuaderli coi fatti»[4]. La funzione delle leghe era dunque di «moralizzarne i componenti, di educarli alla vita pubblica, di frenare gli impulsivi, di istillare in tutti i doveri del cittadino»[5].

La lungimiranza sapeva scegliere anche parole e accenti accoglienti nei confronti di coloro che erano responsabili del fallimento delle lotte degli associati. In diverse occasioni scrisse ai crumiri con toni ben lontani da quelli aggressivi degli scioperanti. La scelta comunicativa era chiara: non attaccare ma comprendere per coinvolgere nella prossima battaglia chi ha sabotato la lotta per necessità o ignoranza. Ecco dunque Ieri Krumiro, racconto piú che articolo pubblicato sul numero speciale della «Squilla» in occasione del 1° maggio 1905.

Piú duri erano invece i toni che usava per la propaganda anticlericale: nei suoi scritti raccomandava infatti alle donne di non credere ai preti, «nemici della civiltà», pronti a insinuare «le vane paure dell’inferno e le patetiche delizie del paradiso».

 

Nel sindacato

Se è con propaganda che iniziò il suo percorso ben presto la giovane Altobelli scoprí in sé capacità e passioni che andavano anche oltre l’oratoria e la divulgazione. Nel 1886, tornata a Bologna seguendo gli zii dopo gli anni a Imola, entrò nella Società operaia femminile, di cui poi diventerà presidente, e iniziò la sua opera di organizzatrice, lavorando alla realizzazione di corsi (come quello di disegno tecnico per la formazione di sarte) e di una scuola professionale, l’Istituto femminile d’arti e mestieri Regina Margherita. Opere e parole quelle sue in questa fase finalizzate all’emancipazione materiale e morale della donna attraverso il lavoro e l’istruzione. Negli anni non abbandonò questa battaglia, alla quale però affiancò iniziative rivolte all’organizzazione di tutti i lavoratori del comparto agricolo. Ciò avvenne già dal 1893, quando entrò nella Commissione esecutiva della Camera del lavoro di Bologna, realtà che si interessava, in virtú del suo respiro in una provincia fortemente agricola, anche ai lavoratori dei campi. L’impegno manifestato presso la Società operaia femminile per l’istruzione delle masse continuò a essere principale tanto nell’ottica di una generale alfabetizzazione quanto per la specializzazione del lavoro, per favorire il quale già in questi primi anni di militanza studiò e caldeggiò la creazione di piccole industrie agricole che potessero trasformare gli scarti dei campi in prodotti realizzati da cooperative di produzione e venduti attraverso cooperative di consumo.

Cosí Argentina Altobelli non fu solo testimone, ma anche protagonista attiva nella nascita della Federazione Nazionale dei Lavoratori della Terra, che si costituí a Bologna il 24 e 25 novembre 1901: in occasione del Congresso intervenne per chiedere che alle discussioni sullo stato delle organizzazioni fosse lasciata possibilità di parola anche alle rappresentanti delle leghe femminili e che l’assemblea si esprimesse a favore dell’estensione alle lavoratrici agricole delle tutele previste nel progetto di legge governativo sul lavoro delle donne e dei fanciulli, aggiungendovi anche la necessità di una cassa di maternità. Erano quelli infatti gli anni in cui si discuteva il progetto di legge sviluppato da Anna Kuliscioff (dalla sindacalista appoggiato e ampiamente diffuso attraverso comizi) per la tutela del lavoro femminile e infantile, confluito poi con ampie modifiche nella Legge Carcano del 1902. Estranea a questa normativa rimaneva la realtà agricola, i cui lavoratori erano esclusi anche dalla legge sugli infortuni del 1898.

A partire dal 1904 divenne segretaria di Federterra e restò in quel ruolo per circa vent’anni (ovvero fino alla chiusura dei sindacati voluta da Mussolini), sempre operando con concretezza e pragmatismo; nel 1906 entrò a far parte del Consiglio direttivo della neonata Confederazione generale del lavoro, che al Congresso costitutivo aveva visto con Rigola la vittoria dell’ala riformista alla quale anche lei apparteneva; in quello stesso anno inoltre al Congresso di Roma venne eletta nella Direzione nazionale del Patito socialista italiano dal quale già da alcuni anni aveva ottenuto un lasciapassare per intervenire nei convegni internazionali.

Il suo impegno sindacale la vide attraversare le fasi cruciali della storia italiana dell’epoca: dagli anni della crescita del numero delle leghe e delle lotte operaie, a quelli della Prima guerra mondiale, con il massiccio coinvolgimento delle donne nel mondo del lavoro, a quelli del dopoguerra, segnati dalle rivolte sociali e dalla nascita delle squadre d’azione fasciste, che repressero duramente il movimento operaio, fino alla chiusura dei sindacati e dei partiti voluta da Mussolini ormai alla guida dell’Italia. Il suo lavoro instancabile fatto di lotte, mediazioni, compromessi, ha in piú occasioni fatto emergere una prospettiva che sapeva guardare anche piú avanti della lotta di classe, pur senza tradire la sua fede politica ma operando, soprattutto nei momenti piú difficili, nell’ottica piú generale della crescita nazionale.

In un periodo di profondi cambiamenti sociali e tecnologici Argentina Altobelli fu chiamata a contribuire a molte questioni. Accanto all’emancipazione femminile, si impose l’obiettivo della radicalizzazione di Federterra tra i lavoratori agricoli e della promozione di una legislazione sociale adeguata. Questo percorso si rivelò complesso, anche a causa della varietà dei contratti agrari, tra cui il mezzadrile, che da forma contrattuale privilegiata veniva progressivamente snaturata o persino utilizzata per contrastare le lotte delle leghe, in un contesto segnato dall’introduzione delle macchine agricole.

La tutela dei lavoratori risultava ulteriormente complicata a causa delle profonde differenze tra le aree di intenso sfruttamento e quelle caratterizzate da un’arretratezza persistente. Inoltre, cresceva il rischio di un’accentuazione del divario – e quindi del conflitto – tra braccianti e mezzadri, contrasto che Altobelli seppe invece orientare verso la ricerca di interessi comuni. Se in questo scenario si generavano crisi stagionali di disoccupazione, fu tuttavia chiaro che esistevano margini di miglioramento significativi, come emerse nel Congresso emiliano sulla disoccupazione e l’emigrazione interna. Per favorirli, fu richiesto al governo di adottare provvedimenti che collegassero l’aumento dell’occupazione alle esigenze di trasformazione produttiva, con una visione orientata allo sviluppo complessivo della società.

Tra le iniziative promosse si distinsero la creazione di uffici di collocamento e l’istituzione di un Consorzio di bonifica della bassa pianura bolognese a destra del Reno. Il lavoro svolto in questo frangente fu rilevante sia sul piano tecnico, per esempio con la stipula di contratti, sia sul piano politico, attraverso il confronto con le istituzioni, da cui dipendeva la concreta attuazione delle misure. Altobelli si dedicò anche alla gestione dei flussi migratori, sia interni sia esterni, con particolare attenzione ai movimenti verso l’America Latina.

 

Per le donne, per le contadine

Altobelli operò dunque ad ampio raggio nella promozione di iniziative di natura assistenziale, previdenziale, ricreativa e culturale, nell’organizzazione delle lotte, valutando in maniera attenta se e quando scioperare, creando istituti per il confronto con la controparte, studiando la disoccupazione e i modi per contrastarla, facendo pressione sui governi affinché considerassero proposte o rispettassero promesse (come nel caso dei lavori per la bonifica), considerando le richieste di ogni settore e integrandole in modo da creare unità. Contestualmente portava avanti le sue battaglie come quelle sulla laicità dello stato e sul divorzio. Bruciante il suo rammarico nel vedere sottovalutata la questione del suffragio universale al XII congresso nazionale del Partito socialista italiano tenutosi a Modena nell’ottobre 1911, che vide questo tema trattato solo in chiusura dei lavori quando molti compagni avevano già lasciato la seduta.

Particolare attenzione riservava alle donne dei campi: tra le battaglie piú importanti da lei realizzate compare sicuramente quella per le mondine. La carenza di una legislazione per la tutela del lavoratore agricolo andava con maggior gravità a intaccare le donne, anello già fragile della società di inizio Novecento, e in particolare quelle che lavoravano nelle risaie, luoghi malsani dove lo sfruttamento da parte del caporalato era la norma. Per giungere a una soluzione era stata istituita una Commissione d’inchiesta che portò al disegno di legge presentato alla Camera nel febbraio 1907 dai deputati Giolitti e Cocco-Ortu. Altobelli criticò duramente questo testo (tanto da far riferimento a esso come «legge-forca»[6]) poiché riteneva non tutelasse sufficientemente le lavoratrici contro la malaria, che legittimasse condizioni tutt’altro che salubri per i dormitori delle immigrate, che non ponesse limiti sufficienti all’orario di lavoro e che fosse inoltre lesivo del diritto allo sciopero (prevedendo una trattenuta sul salario). Mise in risalto le carenze del testo, proponendo dunque modifiche (supportate da Turati e dai parlamentari socialisti). Anche in questo caso le lavoratrici pur unite da un lavoro fisicamente usurante, erano però divise nelle richieste tra chi abitava negli stessi luoghi in cui prestava lavoro e chi invece era forestiera, bisognosa dunque di vitto e alloggio e desiderosa di accorpare le ore di lavoro. La sindacalista dovette dunque operare per compattare le lavoratrici contro il “nemico di classe” ed evitare il crumiraggio che sabotava le azioni delle organizzate. All’accorato appello alla solidarietà si univa il lavoro per disciplinare le migrazioni attraverso le leghe e quello per il collocamento delle mondine svolto da uffici che cosí avrebbero anche potuto far rispettare le tariffe minime stabilite dalle organizzazioni locali. Anche dopo l’approvazione della legge Cocco-Ortu il lavoro della segretaria di Federterra continuò intensamente poiché, all’insufficienza delle tutele, si univa la scarsa volontà dei padroni di realizzare quanto necessario per adeguarsi alla legge. Ampio fu quindi il lavoro di divulgazione delle nuove norme attraverso conferenze e manifesti facilmente comprensibile, necessario per il controllo in assenza di ispettori.

 

Dal Consiglio superiore del lavoro alle Commissioni post-belliche: il lavoro per il governo

Fedele alla linea riformista, Altobelli forní il suo supporto alle istituzioni anche a Roma: nel 1912 infatti entrò in quanto rappresentante di Federterra nel Consiglio superiore del lavoro dove, prendendo la parola il 26 febbraio, auspicava che la sua voce venisse «ascoltata, sia pure semplicemente come la eco di tutte le voci delle donne lavoratrici che non si possono far sentire: la eco delle loro miserie, delle ingiustizie sofferte, dei diritti non riconosciuti, e che sperano saranno riconosciuti qui, da questo alto Consesso come sono riconosciuti gli interessi di tutti i cittadini italiani»[7].

A quello stesso consesso nei giorni successivi Altobelli sottopose alcune questioni considerate urgenti, come l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni in agricoltura, l’estensione ai lavori nelle risaie dell’Ispettorato del lavoro e la realizzazione per loro di una Cassa di maternità. A ciò aggiunse la modifica del Probivirato industriale e alla sua estensione anche all’agricoltura e al commercio.

Aspramente discussa fu invece la partecipazione alle Commissioni governative nel dopoguerra (in particolare alla 13° Sezione della seconda Sottocommissione per lo studio delle questioni economiche), incarico al quale rinunciò a causa di dissidi interni al Partito e tra Partito (dominato dalla componente rivoluzionaria) e Sindacato, di stampo invece riformista.

Continuò tuttavia la sua attività di sindacalista prendendo anche parte con passione e diplomazia alle conferenze internazionali, anche nel delicato momento della ricostruzione degli organismi sindacali internazionali; partecipò inoltre nel 1921 alla Terza conferenza internazionale generale dell’Organizzazione internazionale del lavoro della Società delle Nazioni. In occasione del Congresso internazionale dei lavoratori della terra tenutosi ad Amsterdam nel 1920[8], Argentina Altobelli interverrà con un discorso in cui ripercorse le tappe principali delle lotte da lei e dai suoi compagni di fede compiute.

La compattezza del Partito fu una sua priorità, ma quando nel 1922 la scissione era inevitabile seguí Turati e gli altri riformisti nel Psu.

 

L’ascesa del fascismo, le violenze, il ritiro

All’insorgere del fascismo chiese piú volte aiuto allo Stato, denunciando le intimidazioni e le violenze subite dalle leghe. La sua attenzione verso le dinamiche e le inquietudini sociali emergono anche in Fascista proletario, appassionata sintesi delle tensioni da lei colte nei vecchi compagni, i rivoluzionari dai quali era già distante per tipologia di lotta. A tal proposito afferma:

La fede socialista che un tempo ti aveva sorretto era scomparsa lasciando il posto all’odio, che si era alimentato in trincea fra la sofferenza e la paura sprigionando un fuoco inestinguibile di ribellione e di insaziati desideri. Il tuo temperamento agitato di violento, aveva fede soltanto nella violenza, che tu predicavi in contrasto col socialismo, contro i socialisti, esaltando la rivoluzione e la dittatura proletaria. Oggi sei fascista, sicario pagato dagli agrari per distruggere col bastone e con le micidiali armi corte, le conquiste che i tuoi compagni lavoratori hanno ottenuto in vent’anni di lotte, di scioperi, di sofferenze di ogni genere. Sei diventato fascista perché tu non vuoi lottare piú per i piccoli miglioramenti che hai disprezzato, perché costano fatica e sacrifici, richiedono coscienza di dovere oltre che di diritti. La rivoluzione non ti ha dato il posto di dittatore che volevi e tu ti sei preso quello di tiranno della reazione, di flagellatore dei deboli, di assassino dei tuoi fratelli, di incendiario delle istituzioni edificate con il lavoro e con la civiltà di pensiero dei lavoratori[9].

Con la chiusura forzata dei sindacati voluta da Mussolini si ritirò a vita privata pur continuando a seguire l’evoluzione delle leggi sul lavoro, anche grazie a una collaborazione (necessaria per il sostentamento suo e della famiglia della figlia Trieste che la accudirà negli ultimi anni) con la Cassa nazionale delle assicurazioni. Delicato il ritratto che emerge dagli scritti privati (come le lettere ai compagni di lotta) editi a cura di Silvia Bianciardi di cui riportiamo quanto scritto nel periodo di attività presso la Cassa:

Io studio indefessamente tutta la legislazione sociale che si è susseguita nella sosta dei miei studi. Lavoro con fervore e spero di poter dare qualche buon risultato della mia opera. Mi compiaccio intensamente di vedere che molti dei nostri postulati saranno sulla piattaforma: gli uffici di collocamento… imponibile di mano d’opera sono sostenuti oggi come li sostenemmo noi! Il tempo farà giustizia. Amen[10].

 

 

[1] Questa espressione usata dalla Altobelli è stata usata da Nadia Ciani come titolo per la biografia di Argentina Altobelli (N. Ciani, Fuori da un secolare servaggio. Vita di Argentina Altobelli, Roma, Ediesse, 2011). Si è a lungo dedicata alla sua figura anche Silvia Bianciardi (che ha anche curato la pubblicazione di molti suoi scritti) di cui si ricordano: S. Bianciardi, Argentina Altobelli e la “buona battaglia”, Milano, Franco Angeli, 2012; A. Altobelli. Un alito di vita nuova. Scritti 1901-1942. A cura di S. Bianciardi, Roma, Ediesse, 2010; S. Bianciardi (a cura di), Argentina Altobelli. Dalle carte della Fondazione di studi storici Filippo Turati, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2002.

[2] Fondazione di Studi Storici “Filippo Turati”, Archivio Argentina Bonetti Altobelli. Contenuto in M. Canalini (a cura di), Argentina Altobelli. Episodi di vita di una donna battagliera, Forlí, Editrice socialista romagnola, ristampato in occasione del 3° Congresso nazionale Flai-Cgil, Roma 21-23 gennaio 2002, Centenario Federterra Flai 1901-2001.

[3] A. Altobelli, Manoscritto, Fondazione di Studi Storici “Filippo Turati”, Archivio Argentina Bonetti Altobelli.

[4] A. Altobelli, Abbasso le tirannidi, «La Squilla», Bologna 13 aprile 1907.

[5] A. Altobelli, La donna, le leghe e il socialismo in «Raccolta di ritagli di stampa di/su A. Altobelli ante 42».

[6] A. Altobelli, Contro il progetto di legge-forca sul lavoro delle risaie, «la Squilla», Bologna, 23 marzo 1907.

[7] Seduta antimeridiana 26 febbraio 1912, Atti del Consiglio superiore del Lavoro, XVII, Sessione febbraio-marzo 1912, Roma, Officina Poligrafica Italiana, 1912.

[8] A. Altobelli, La Federazione Nazionale dei Lavoratori della Terra d’Italia, Storia. Vita. Battaglie, Memoria per il Congresso internazionale dei lavoratori della terra in Amsterdam, agosto 1920, Bologna, Stabilimenti Poligrafici Riuniti, 1920.

[9] A. Altobelli, Fascista proletario, «La Terra», 1° maggio 1922.

[10] S. Bianciardi, Argentina Altobelli e la “buona battaglia”. Milano, Franco Angeli, 2012.

 

 

Immagine: da Novecento, regia di Bernardo Bertolucci, 1976