Viviamo in un tempo saturo di ambiguità tossiche. Il dibattito pubblico intorno al rapporto tra antisemitismo, antisionismo e potere è un campo minato, attraversato da forzature concettuali, manipolazioni semantiche e operazioni politiche che, con eufemismo, potremmo definire opache. In diversi contesti occidentali – e in Italia in modo sempre più evidente – si moltiplicano iniziative legislative e prese di posizione istituzionali che, sotto il vessillo della lotta all’antisemitismo, mirano in realtà a reprimere la critica a Israele, a disinnescare il dissenso e a restringere lo spazio del dicibile. In questo scenario, figure che si muovono nel perimetro liberal-progressista assumono un ruolo peculiare. Si autorappresentano come garanti di un dibattito “corretto”, anche rivendicando la propria appartenenza al mondo ebraico unita a una postura genericamente antisionista come scudo simbolico e godendo così di un’aura di credibilità preventiva. Questa posizione, tuttavia, non viene utilizzata per aprire il confronto, ma per immunizzarlo. Non discutono: qualificano. Non confutano: insinuano. Non si limitano a criticare testi o tesi, ma agiscono come enti certificatori, distribuendo patenti di legittimità e stabilendo a priori chi è autorizzato a parlare e chi no. Il marchio di antisemitismo viene apposto senza esitazioni, come atto conclusivo, non come ipotesi da verificare o discutere.
Ne derivano reazioni spesso sproporzionate, talvolta persino isteriche. Ogni parola viene soppesata come prova di colpevolezza, ogni analisi sospettata di secondi fini, ogni tentativo di interrogare i rapporti di potere immediatamente ricondotto a una presunta pulsione razziale. Non stupisce, allora, che anche attorno al libro La lobby ebraica di Ferruccio Pinotti – accusato principalmente per un titolo e un indice ritenuti allusivi di antisemitismo – si sia coagulato un discorso fatto di articoli e reazioni social meno interessate a discutere un testo che a ribadire una linea di confine morale: chi è autorizzato a parlare, come e su cosa, e chi no.
Lo dico con chiarezza: non ho letto il libro di Pinotti. E dirò di più: accetto come ipotesi di lavoro le critiche fattuali mosse all’opera: ammettiamo pure che il testo contenga imprecisioni economico-finanziarie o analisi rozze. Proprio questa distanza mi consente di osservare con maggiore nitidezza ciò che sta accadendo attorno a esso: il libro non è più un oggetto da leggere e criticare, ma un pretesto per esercitare una funzione di polizia del discorso.
In questo contesto l’accusa di antisemitismo non agisce più come categoria storica e politica da trattare con rigore analitico, ma come dispositivo di regolazione del discorso, performativo e punitivo. Le critiche rivolte al volume non si limitano a confutarne i contenuti: i suoi detrattori si dichiarano indignati e stupiti non solo e non tanto dal merito del testo, quanto dal fatto che un editore di consolidata e rispettata tradizione abbia osato pubblicarlo. Le reazioni non si fermano alla censura retorica: culminano in appelli espliciti al boicottaggio.
È qui che il problema diventa serio. Perché la lotta all’antisemitismo, sacrosanta, viene trasformata in uno strumento di interdizione preventiva. Non si discute più se un’argomentazione sia fondata o meno, se un’analisi sia rozza o raffinata, se una tesi sia vera o falsa: si decide se sia dicibile. E chi decide, molto spesso, non argomenta: certifica. L’obiettivo, dunque, non è svelare il falso, ma sottrarre l’oggetto al campo della discussione, farlo sparire. Non si apre un dibattito, lo si soffoca. Non si chiede analisi, si pretende allineamento.
Di fronte a questo scenario è difficile non tornare a un testo di Gilles Deleuze del 1977, Il ricco ebreo, scritto in difesa del film di Daniel Schmid L’ombra degli angeli, finito sotto accusa di antisemitismo per l’uso di un’espressione – «il ricco ebreo», appunto – giudicata inaccettabile. Deleuze non minimizza l’antisemitismo reale, né difende stereotipi razziali. Fa qualcosa di più radicale: rifiuta la logica della scomunica. La sua domanda è disarmante nella sua semplicità: dov’è l’antisemitismo? E soprattutto: chi si arroga il diritto di decidere, senza spiegare, ciò che è antisemita e ciò che non lo è?
Nel testo di Deleuze, l’accusa è così sproporzionata da diventare essa stessa un problema. Non mira a comprendere la struttura di un’opera, ma a espellerla dal campo del pensabile. Il film, scrive Deleuze, «sparisce già col pensiero», travolto da un problema falso.
La confusione che oggi domina il dibattito è la stessa che Deleuze smascherava allora: quella tra analisi delle strutture di potere ed essenzializzazione razziale. Nel film, il “ricco ebreo” non è il prodotto di un sistema ebraico, ma di un sistema urbano, finanziario. La sua ricchezza è strutturale, non identitaria. Eppure, l’accusa ignora la struttura e colpisce il segno linguistico.
Se ogni volta che si tenta di analizzare una struttura di potere scatta l’accusa automatica di antisemitismo solo perché in quella struttura operano degli ebrei, allora si rende quel potere intoccabile per via etnica. Rendendo “impensabile” o “indicibile” qualsiasi indagine su gruppi di pressione, lobby o concentrazioni di potere in cui figurino attori ebraici, sono i censori stessi a saldare indissolubilmente l’identità al potere. In questo modo, ogni tentativo di nominare il potere viene sospettato di razzismo, mentre ogni operazione di censura viene nobilitata come atto etico.
La parte forse più profetica del testo di Deleuze riguarda però il fascismo che viene. Non quello urlato e caricaturale delle camicie nere o di Casa Pound, ma un neofascismo subdolo perché apparentemente raffinato, che non reprime in nome dell’ordine bensì normalizza in nome del bene. Un fascismo fatto di micro-paure, micro-interdizioni, micro-sanzioni morali. Un fascismo che non brucia i libri nelle piazze, ma si domanda scandalizzato come abbiano fatto a passare il vaglio editoriale.
Questo “microfascismo” si nutre di buone intenzioni, di posture civili, di un linguaggio progressista. Ed è proprio per questo che è più insidioso.
Il problema, oggi, non è un libro scritto male o una tesi discutibile. Il problema è l’idea che esistano enti certificatori del pensiero, incaricati di distribuire patenti di legittimità morale. Rifiutare questa logica non significa difendere il complottismo, né minimizzare l’antisemitismo. Significa difendere la possibilità stessa della critica.
Il pensiero non chiede permesso. Non si sottopone a rituali di purificazione preventiva. Non accetta di essere messo sotto tutela da una polizia morale che, per quanto presentabile e ben vestita, finisce per normalizzare il microfascismo quotidiano e preparare le condizioni di possibilità di forme più esplicite di autoritarismo.





